La cicala e la formica. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Sedeva gioiosa e luminosa sopra un frutto succoso la cicala canterina. S’era d’estate, il sole scaldava, e e la cicala suonava e cantava, e nient’altro faceva. “Che bisogno c’era di faticare?”, pensava la cicala canterina, e osservava una famigliuola di formiche laboriose che lavoravano dalla mattina alla sera, senza fermarsi mai, tutta l’estate. Le poverelle se ne andavano da presto in giro per i campi a raccattare qualche frutto, qualche briciola di pane, qualche seme, o persino qualche carcassa d’animali defunti. Sempre così. “Ma che senso ha trasportare tutto quel cibo sin dentro la loro tana, se basta guardarsi d’intorno per vedere quanta delizia di cibo abbiamo in abbondanza”? Si domandava la cicala canterina. “Follia a me pare, follia.”
Ma passò l’estate, poi l’autunno e infine venne l’inverno buio, con il suo freddo e le gelate. La cicala, tremante e affamata, mise da parte il bel canto e lo strumento, e andò dalle formiche che facevano asciugare il grano all’ultimo sole. E bussò

  • Chi è che bussa alla nostra porta?
  • Oh, formichine care e generose, per favore, mi dareste un po’ da mangiare? Muoio di fame. Mi date un poco del vostro cibo, per favore? Ne avete tanto!
  • Ah, si? Cicala bella e canterina, ma tu che hai fatto quest’estate mentre noi faticavamo per mettere da parte un po’ di proviste?
  • Beh, io ho cantato e suonato per tutto il tempo.
  • E non potevi mettere anche tu al sicuro un po’ di cibo?
  • Eh no, io non avevo tempo, dovevo cantare, dovevo suonare.
  • Oh beh, se hai cantato e suonato per tutta l’estate, allora perché in inverno non ti metti a danzare?

Non bisogna mai essere indolenti, se non ci si vuole trovare poi esposti a sofferenze e pericoli

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