L’aquila e lo scarafaggio. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un’aquila inseguiva una lepre per farne preda. La povera bestiolina non sapeva come e dove trovare scampo. Nella fuga vide per caso uno scarafaggio, e disperata, la lepre, chiese a lui, allo scarafaggio, scampo e aiuto. Lo scarafaggio la rassicurò e, appena l’aquila gli si avvicinò, la pregò tanto di risparmiare la povera lepre, che era una sua carissima amica, di non portarla via, insomma. Ma l’aquila, figuriamoci, quasi se la rideva, non curandosi della supplica dello scarafaggio, in un attimo agguantò con i suoi possenti artigli la lepre e se la mangiò, proprio lì davanti allo scarafaggio.
Fu un oltraggio che lo scarafaggio non dimenticò. Da allora inseguì l’aquila in ogni dove, in ogni luogo, con paziente costanza. Guardava dove essa facesse il nido e deponeva le uova. Così che ogni volta lo scarafaggio volava al nido quando l’aquila era in giro per cercar cibo, si posava accanto alle uova e con le zampe posteriori le faceva srotolare oltre i bordi del nido finché esse cadevano giù e si rompevano.
Accade dunque che l’aquila, non sapendo come mai le sue uova si spiaciccassero al suolo, un giorno si rivolse a Zeus e lo implorò di donarle un luogo sicuro, dove poter fare le sue covate. Zeus allora le permise di deporre le uova sul suo grembo. Ma lo scarafaggio non si scoraggiò, raccatto per il campo una ciambella di sterco di bue, bella grossa, bella grande e odorosa, la raccolse e insieme ad essa volò sopra il grembo di Zeus sopra cui la lasciò cadere.
Il dio, quando si accorse di quella palla di sterco di bue inorridì, i brividi gli percorsero la schiena, sgranò gli occhi… “Eh, ma che schifo!” Subito d’impulso, per liberarsi da quella cosa immonda e puzzolente, si alzò in piedi di scatto, e le uova caddero a terra e si ruppero.
Da quel tempo, si sa, o pare, che nella stagione in cui appaiono gli scarafaggi le aquile non facciano il nido.

Non si deve mai disprezzare nessuno, poiché non esiste chi sia tanto debole da non potersi un giorno vendicare con ferocia, se offeso o insultato.

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