La scrofa e la cagna che si insultavano. Una favola di Esopo

La scrofa e la cagna che si insultavano. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

La favola mostra come un abile parlatore possa astutamente mutare in elogi gli insulti ricevuti dai nemici.

Il ragazzo e il leone dipinto. Una favola di Esopo

Il ragazzo e il leone dipinto. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Questa favola di Esopo ci insegna che nessuno può sfuggire al proprio destino.

Il topo e la rana. Una favola di Esopo

Il topo e la rana. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Quando si decide di legarsi a qualcuno con un vincolo d’amore o di amicizia bisogna ricordare che ogni persona ha esigenze diverse dall’altra ed è il più possibile necessario assecondare i desideri di entrambi

L’ammalto e il medico. Una favola di Esopo

L’ammalto e il medico. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Così molte volte gli uomini sono ritenuti felici dagli altri erroneamente e superficialmente per qualche fatto che nel loro intimo è invece causa delle più gravi sofferenze

Due ragazzi e il macellaio. Una favola di Esopo

Due ragazzi e il macellaio. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

I falsi giuramenti non smetteranno mai di essere tali anche se sembrreranno essere veri

Il naufrago e il mare. Una favola di Esopo

Il naufrago e il mare. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Così dunque bisogna che anche noi, quando subiamo ingiustizie, non accusiamo quelli che le operano, se sono stati comandati da altri, bensì coloro che hanno ordinato tali ingiustizie.

Lo scoiattolo e il lupo. Una favola di Esopo

Lo scoiattolo e il lupo. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

lo scoiattolo si arrampicò sull’albero e dall’alto gli disse: – Tu sei triste e annoiato, perché sei cattivo. La tua cattiveria ti brucia il cuore. Invece noi siamo felici, perché siamo buoni e non facciamo del male a nessuno.

Lo scherzo del pastore povero. Una favola di Esopo

Lo scherzo del pastore povero. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Chi mente sempre non è più creduto anche quando dice la verità

I pescatori che pescarono pietre. Una favola di Fedro

I pescatori che pescarono pietre. Una favola di Fedro
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Vista la mutevolezza della vita, non rallegriamoci eccessivamente di una condizione stabile, ma piuttosto consideriamo che dopo molta “bonaccia” si possa scatenare anche la tempesta.

Vista la mutevolezza della vita, non rallegriamoci eccessivamente di una condizione stabile, ma piuttosto consideriamo che dopo molta “bonaccia” si possa scatenare anche la tempesta.

Due muli e i loro mulattieri. Una favola di Fedro

Due muli e i loro mulattieri. Una favola di Fedro
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

La povertà a volte rende la gente sicura, mentre le grandi ricchezze a volte sono esposte a gravi pericoli.

Le rane chiedono un re. Una favola di Esopo

Le rane chiedono un re. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Quando si cerca di cambiare la propria condizione di vita bisogna essere sicuri che si cambi in meglio.

Le lepri e le rane. Una favola di Esopo

Le lepri e le rane. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Se ci guardiamo attorno, possiamo accorgerci che c’è sempre chi sta peggio di noi è che in fondo siamo fortunati, rispetto ad altri.

Le Gru. Una favola di Leonardo da Vinci

Le Gru. Una favola di Leonardo da Vinci
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Adattamento messa in voce di Gaetano Marino

Un famoso re era conosciuto per la sua saggezza e bontà. Ma ahimè, l’invidia d’altri re gli aveva creato intorno molti nemici, assassini, crudeli e spietati. Le gru, sue fedeli e leali guardie da sempre, stavano in pensiero per lui. Era la notte che dava più pensieri, specialmente quando le difese apparivano più deboli nell’oscurità, e i nemici potevano entrare di nascosto a palazzo.
— Che fare? — si domandarono le gru. — I soldati, invece di fare la guardia, si addormentano; sui cani, sempre a caccia e sempre stanchi, non c’è da fare alcun affidamento. Dunque, tocca a noi, le fedeli gru, sorvegliare il palazzo e far dormire al nostro re sonni tranquilli e sicuri.
E così le fedeli gru decisero di trasformarsi in sentinelle: si divisero in gruppi, e distribuirono in gruppi i vari turni di guardia, assegnando a ciascuna gru una zona d’intorno al castello.
Il gruppo più numeroso si distribuì lungo il grande prato che circondava il palazzo dove il re alloggiava con i suoi cari; un altro gruppo si mise davanti alle tante porte d’ingresso; un terzo, infine, decise di stabilirsi nella camera del re per sorvegliarlo a vista.
— È se ci prende il sonno? — domandarono alcune.
— Contro il sonno — rispose la gru più anziana — prenderemo tutte un sasso dello stagno, lo stringeremo forte con un piede, che terremo alzato quando stiamo ferme. Se qualcuna di noi si dovesse addormentare, il sasso le cadrebbe per terra e col suo rumore la sveglierebbe.
Da quel giorno, le gru stando ferme su una gamba fanno la guardia al re. E nessuna, ancora, ha lasciato cadere il suo sasso.

La Lumerpa. Una favola di Leonardo da Vinci

La Lumerpa. Una favola di Leonardo da Vinci
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Nelle immense montagne dell’Asia, dove la solitudine appare meraviglia e vita piena, vive un uccello che sa di magia: straordinario e meraviglioso. Il suo canto è dolcissimo e amabile, il suo volo è maestoso. Il suo corpo non fa ombra perché le sue piume e le sue penne risplendono così tanta luce da essere uguali alla luce del sole.
Anche quando la vita abbandona il suo corpo, da morto questo uccello straordinario appare magicamente vivo. Niente e nessuno può spegnerlo; il suo corpo non getta ombra, non si consuma, non deteriora, né marcisce, e le sue penne lucenti continuano a risplendere, proprio come quando era vivo. Se però qualcuno prova a staccargli una penna per farsi luce, questa si spegne subito. Questo uccello rarissimo si chiama lumerpa; ed è simile alla fama e al ricordo di alcuni uomini; esso rimane grande, intatto, e nessuno e niente possono distruggerlo.

La fenice, una favola di Leonardo da Vinci.

La fenice, una favola di Leonardo da Vinci.
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Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è fenice-800x800.jpg

Volando e volando, fluttuando nell’aria calda tra il deserto ed il mare, la fenice, un’aquila possente e straordinariamente forte, vide in lontananza il fuoco di un grande accampamento, doveva essere una tribù sconosciuta. Fu Allora che la Fenice capì che il tempo della grande prova era finalmente giunto.
Doveva aver fiducia, doveva abbandonarsi sicura e tranquilla al suo destino.
Il destino del tempo senza tempo, dove il principio non aveva una fine. Dove ogni cosa accadeva senza uno scopo, accadeva e basta.
La Fenice si librò solenne e decisa nell’aria, ad ali ferme, robuste e tese, e salì salì salì sin oltre le nuvole, poi chiuse gli occhi, e con larghe ruote, iniziò la sua poderosa discesa.
Era la più grande di tutte le aquile conosciute al mondo, la più bella, per il ricco e vivido piumaggio di mille colori.
Quando fu sopra al fuoco del bivacco sentì la fiamma sfiorarle le piume e, fedele a se stessa e al suo destino segnato, si lasciò cadere sulle fiamme.
Ma quando il fuoco si spense, dal mucchio delle ceneri si sprigionò una fiamma piccola azzurra; fluttuò nell’aria, libera, e si levò in alto aprendosi come se avesse le ali.
E le ali s’allargarono quasi all’infinito: Era la fenice che riprendeva vita, respiro, luce, e rinasceva dalle sue ceneri per vivere nel cielo altri cinquecento anni. Sempre così: era il suo compito: morire sul fuoco e rinascere.

La zanzara e sua maestà il leone. Una favola di Esopo

La zanzara e sua maestà il leone. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Coloro che son troppo sicuri di sé riescono, a volte, a superare gli ostacoli più grossi ma inciampano spesso nelle piccole difficoltà.

La volpe, il leprottino e il rovo di spine, una favola di Esopo

La volpe, il leprottino e il rovo di spine, una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta una graziosa volpe dal manto marrone e lucente che viveva in una piccola casetta in mezzo al bosco. Un bel mattino di primavera l’animale uscì dalla propria abitazione con l’intenzione di procurarsi una preda per il pasto di mezzodì.
Vagando per la brughiera fischiettando allegramente, la volpe attirò l’attenzione di un ingenuo leprottino il quale, incuriosito, le si avvicinò per osservarla meglio. L’astuta volpe non si lasciò sfuggire l’occasione e sorridendo al cucciolotto gli disse: “Buongiorno a te mio piccolo amico. Cosa fai tutto solo in questi boschi?” Il leprotto divenne improvvisamente diffidente di fronte a tutto quell’interessamento e, indietreggiando piano rispose: “Oh, niente, proprio niente. Anzi, adesso che ci penso, dovevo tornare a casa”.
Ma la volpe non aveva alcuna intenzione di lasciarsi scappare un bocconcino cosi prelibato. Quindi, con un abile balzo si gettò sull’animaletto per afferrarlo. Fortunatamente il piccolino riuscì a sfuggire alla volpe con salto un veloce. Indietreggiò e fuggì verso il confini del del bosco. La volpe lo seguì fino a quando non si trovò sull’orlo di un grosso precipizio. Per evitare di cadere nel vuoto l’animale di aggrappò ad una siepe di Rovo di spine pungenti, graffiandosi e pungendosi con le sue spine in tutto il corpo. La volpe abbandonò l’inseguimento al piccolo leprotto, e rimase seduta dolorante di fronte al Rovo di spine leccandosi le ferite.
“Che stupida che sono stata!” disse la volpe fra sé “Mi sono aggrappata alla prima cosa che ho trovato per non cadere nel precipizio e mi sono punta e graffiata, e chissà forse, lanciandomi forse avrei anche acciuffato il leprottino, o chissà cosa avrei trovato laggiù“.
Per quel giorno ormai la volpe non poteva più far niente e camminando piano per il male, se ne tornò a casa sconsolata.
Spesso la paura dell’ignoto ci costringe a indietreggiare ed a fermarci anche se questo, a volte, può essere meno vantaggioso.

La volpe e la pantera. Una favola di Esopo

La volpe e la pantera. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Al di là di un boschetto di frassini profumati vi era un bellissimo laghetto dalle acque limpide e cristalline davanti al quale, due giovani animali accarezzati da un lieve venticello primaverile, stavano ammirando, rimirando ciascuno il proprio portamento fiero, e il colore del pelo. I due giovani animali erano una graziosa pantera e una volpe ugualmente graziosa.
“Perdonami, gentile signorina volpe, vuoi forse mettere la mia figura con la tua?” Disse la pantera all’amica.
“Tu sei goffa e piccola io invece sono snella, slanciata e flessuosa. Il mio portamento è tale che perfino gli uomini usano il mio nome per indicare certe donne dal fascino aggressivo!”
La volpe, dopo avere ascoltato in silenzio rispose;
“Io sarò forse meno bella e più piccola ma sono comunque più piacente e più simpatica. E poi il mio pelo è senza dubbio più folto e più caldo del tuo. A proposito di donne, se tu andassi in città vedresti quante signore si fanno belle indossando la mia pelliccia morbida, a volte rossa e altre volte argentata”.
Sempre più altezzosa, la pantera ribatté: “Oh beh, ohiboh, in quanto al pelo, si, è vero, il mio è più corto ma è più lucido e splendente, inoltre nella mia famiglia c’è da sbizzarrirsi nella scelta dei colori. So di non peccare di vanità dicendo di essere molto più bella di te! Mia cara.”
Solo in quel momento la volpe si rese conto di essere stata al gioco di quella frivola compagna la quale badava solamente al proprio aspetto tisico, così concluse:
“Cara amica, sicuramente tu sei ammirata da tutti per la tua bellezza esteriore. Io invece sono molto più apprezzata per la mia intelligenza e la mia furbizia. Ti assicuro che sono queste le doti più importanti e non le scambierei mai con nessuna altra qualità!”
A quelle parole la pantera non fu in grado di ribattere e non le rimase altro che tacere di fronte all’evidenza dei fatti.
L’intelligenza e la bontà sono doti interiori molto più apprezzabili della bellezza fisica.

La volpe e la cicogna. Una favola di Esopo

La volpe e la cicogna. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un giorno la volpe volle invitare ad una cena l’amica cicogna. La cicogna, onorata e felice dell’invito accettò, e la sera si presentò a casa della volpe. I due presero posto a tavola. Quella sera la volpe volle preparare un gustosissimo brodo di rape, per il quale la cicogna andava ghiotta. Ma quando ella vide vide che il suo brodino stava dentro una ciotola, che era troppo larga, scoprì che non riusciva proprio ad assaggiare nemmeno un piccolo sorso di quel brodino. Il suo becco era troppo lungo e ogni sforzo appariva inutile; intanto la volpe sghignazzava.
Quando poi fu la cicogna ad invitare la volpe a cena, essa, a cicogna, preparò con cura un pranzetto dai mille profumi di arrosto.
Ma, ahimè, alla volpe il cibo fu servito a spezzatino sul fondo di un vaso dal collo stretto e lunghissimo.
La cicogna mangiava con tutta facilità infilando il becco nel vaso, ma la volpe, affamata, poteva solo guardare. In quel recipiente così lungo e stretto, non riuscì a infilare neppure la punta del naso.
Vedi, amica volpe, mia cara, ho fatto quel che tu hai fatto con me, ho seguito il tuo esempio generoso, amica volpe.- disse la cicogna.
E, sghignazzando e beffarda, con grande gusto, la cicogna divorò anche l’ultimo boccone. Come dire, chi la fa l’aspetti.

L’aspide e l’Icneumone, una favola di Leonardo da Vinci

L’aspide e l’Icneumone, una favola di Leonardo da Vinci
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Una favola donata da Mamma Tiziana e Papà Nino alla piccola Bianca.

L’aspide è un serpentello pericolosissimo per il suo veleno mortale. Al morso dell’aspide non c’è altro rimedio che di tagliare subito le parti morsicate. Eppure, questo pestifero animale ha un tale desiderio di compagnia che si muove sempre insieme a qualcuno della sua specie, maschio o femmina che sia.
Se, per disgrazia, uno dei due viene ucciso, l’altro, con incredibile velocità, corre dietro all’uccisore: da quel momento egli non ha che uno scopo, vendicare il compagno, e per sete di vendetta vince ogni avversità. Se l’uccisore è un soldato, l’aspide passa in mezzo all’esercito senza far male a nessuno finché non trova il colpevole; non c’è ostacolo che possa fermarlo, supera ogni difficoltà, e da lui scampa soltanto chi fugge
velocissimo o chi si butta al di là di un corso d’acqua.
Ha gli occhi infossati nella testa e grandi orecchi; più che la vista è l’udito finissimo che lo aiuta a muoversi.
Come ogni animale pure l’aspide terribile ha un suo mortale nemico: è un topo, un grosso topo che vive sulle rive del fiume Nilo, in Egitto, che si chiama Icneumone.
Quando vede un aspide vicino alla sua tana, l’icneumone corre fino alla sponda del fiume e s’immerge nel fango. Ma non è per paura o per nascondersi alla vista dell’aspide. No. Dopo essersi completamente immerso nel fango, l’Icneumone, riemerge e dal sole caldo d’africa si fa seccare il fango addosso. Appena il fango s’asciuga e secca, l’icneumone si immerge nuovamente nel fango lasciando la piccola testa fuori, poi riemerge e ancora dal sole caldo d’africa si fa seccare il fango addosso, sopra l’altro fango secco, e poi lo fa ancora, e si fa seccare, e ancora si tuffa nel fango. Così, uno sull’altro, si fa fare dal fango e dal sole, tre o quattro vestiti di fango secco, che diventano duri come una corazza di bronzo.
A quel punto l’icneumone affronta l’aspide a testa alta, e come un eroe in battaglia, tiene testa ai suoi attacchi, restando in attesa del momento propizio all’attacco finale. Quando il serpente spalanca le fauci enormi per uccidere l’icneumone coi denti pieni di veleno, il topo, con un balzo veloce, gli schizza dentro fin giù nella gola, e si piazza lì, proprio, in mezzo alla gola dell’Aspide, e lo soffoca.

Il granchio ingannatore e i pesciolini. Una favola di Leonardo da Vinci

Il granchio ingannatore e i pesciolini. Una favola di Leonardo da Vinci
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Una favola donata ai piccoli Gabriele e Federico dalla nonna Adriana e dal nonno Graziano

Il granchio ingannatore e i pesciolini
Un granchio si accorse che molti pesciolini, anziché avventurarsi nel fiume, preferivano aggirarsi prudenti intorno ad un masso. L’acqua era limpida come l’aria, e i pesci nuotavano tranquilli godendosi l’ombra e il sole.
Il granchio attese la notte, e quando fu sicuro che nessuno lo avrebbe visto, andò a nascondersi sotto il masso.
Da quel nascondiglio, come un orco dalla sua tana spiava i pesciolini, e quando gli passavano vicino li acciuffava e li mangiava.
Non è bello ciò che stai facendo – brontolò il masso – Approfitti di me per uccidere questi poveri innocenti.
Il granchio non ascoltò nemmeno. Felice e contento seguitava a catturare i pesciolini trovandoli di un sapore prelibato.
Ma un giorno, all’improvviso, venne la piena. Il fiume si gonfiò, investì con grande forza il masso, che rotolò nel letto del fiume, schiacciando il granchio che gli stava sotto.

Il ragno e l’ape. Una favola di Leonardo da Vinci

Il ragno e l’ape. Una favola di Leonardo da Vinci
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Una fresca mattina di primavera un’ape operaia andava in un prato rigoglioso svolazzando di fiore in fiore, in cerca di polline. All’improvviso, uscendo dalla corolla di una campanula, finì intrappolata nella rete di un ragno. Nascosto dietro una grande foglia di fico, il piccolo ragno si rallegrò e corse verso la sua preda.
— Sei un traditore! — gli gridò l’ape. — Tendi le tue trappole per uccidere chi lavora! —
Il piccolo ragno si avvicinò ancora di più, e l’ape, voltandosi, cercò di infilzarlo sfoderando dall’addome il lungo e pericolosissimo pungiglione.
Ma il ragno si scansò appena in tempo e saltando addosso all’ape le disse tenendola ben stretta.
— Ape, ma con quale diritto osi tu giudicarmi? — Tu sei come l’inganno e la frode: hai il miele in bocca, ma di dietro porti il veleno con il tuo pungiglione.

Una fresca mattina di primavera un’ape operaia andava in un prato rigoglioso svolazzando di fiore in fiore, in cerca di polline. All’improvviso, uscendo dalla corolla di una campanula, finì intrappolata nella rete di un ragno. Nascosto dietro una grande foglia di fico, il piccolo ragno si rallegrò e corse verso la sua preda.
— Sei un traditore! — gli gridò l'ape. — Tendi le tue trappole per uccidere chi lavora! —
Il piccolo ragno si avvicinò ancora di più, e l’ape, voltandosi, cercò di infilzarlo sfoderando dall’addome il lungo e pericolosissimo pungiglione.
Ma il ragno si scansò appena in tempo e saltando addosso all’ape le disse tenendola ben stretta.
— Ape, ma con quale diritto osi tu giudicarmi?  — Tu sei come l’inganno e la frode: hai il miele in bocca, ma di dietro porti il veleno con il tuo pungiglione.

I dragoni e le anatre. Una favola di Leonardo da Vinci

I dragoni e le anatre. Una favola di Leonardo da Vinci
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

In quella palude, d’improvviso, tutte le anatre si levarono in volo: qualcuno le aveva avvertite appena in tempo, prima che i dragoni le attaccassero.
Dall’alto, esse videro infatti, sulla riva, un gran numero di serpenti: avevano tutti una cresta e grosse zampe munite di artigli.
I dragoni decisero di attraversare la palude per andare in cerca di cibo sull’altra sponda; ma non sapevano nuotare.
Allora incrociarono e intrecciarono gli uni agli altri i loro lunghi corpi, si disposero come la trama di una rete, facendo una sola superficie che sembrava un enorme trappola, e tenendo tutti la testa fuori dall’acqua attraversarono insieme la palude come se fossero su una zattera prodigiosa.
“Lo vedete?” gridò l’anatra più anziana alle compagne. “Vedete che cosa si può fare stando uniti?” Tutti per uno, uno per tutti!

Il nibbio. Una favola di Leonardo da Vinci

Il nibbio. Una favola di Leonardo da Vinci
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Un nibbio, che aveva fatto un nido sulla cima di un altissimo pino, ruotava nel cielo ad ali aperte facendosi condurre dal vento.
Con la sua vista acutissima egli scorgeva i pesci guizzare a fior d’acqua nello stagno luccicante come uno specchio: ma, anche quel giorno, decise di lasciare a digiuno i suoi figlioli. Ma non era egoismo o cattiveria. No. Il nibbio, infatti, quando tornò nel nido, i piccoli affamati spalancarono come sempre il loro becco, ma lui li beccò forte sulle
costole e li guardò adirato negli occhi.
— No, cari figliluoli, oggi non vi darò nulla da mangiare — disse. — Siete troppo grassi. Siete ingordi. Sappiate che il nibbio, la nostra razza, è un uccello che batte poco le ali e deve cercare sempre il corso favorevole o contrario del vento; se il vento regna in alto, il nibbio deve salire in alto; se il vento domina in basso, il nibbio deve scendere in basso. Ma se il vento non c’è, il nibbio deve fluttuare in alto a forza di battere le ali e, di lassù, poi, planare lento, e poi tornare su in alto, con fatica, e discendere
ancora.
E chi è grasso come voi non ce la può fare, di sicuro, e rischierà di morir di fame. E dunque, ecco perché pure oggi, vi terrò a digiuno! Per il vostro bene.

Il coccodrillo e l’icnèumone. Una favola di Leonardo da Vinci

Il coccodrillo e l’icnèumone. Una favola di Leonardo da Vinci
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Un coccodrillo, dopo aver ucciso un uomo che dormiva sotto una palma, versò molte lacrime. – Vedi – disse un icnèumone a suo figlio – il coccodrillo è un ipocrita, perché ora piange e fra poco divorerà la sua vittima. –
Infatti, dopo un po’, il coccodrillo si mise tranquillamente a mangiare la sua preda. Finito il pasto si addormentò sulla sponda del fiume, a bocca aperta, per consentire ad un uccellino suo amico, chiamato Trochilo, di entrar dentro a beccare gli avanzi rimastigli tra identi.
Stuzzicato piacevolmente dal diligente uccellino, il coccodrillo, nel sonno, apri ancora di più le sue poderose mascelle.
Allora l’icnèumone disse a suo figlio:

  • Ora stai bene attento. E così che si uccidono i traditori. –
    E, presa la rincorsa, si precipitò nella bocca del coccodrillo infilandosi alla svelta giù per la gola. Da quella passò nello stomaco, glielo sfondò con i denti aguzzi, quindi entrò nell’intestino facendo altrettanto.
    Il coccodrillo, svegliato di soprassalto, incominciò a rotolarsi per terra in preda al dolore, urlò sentendosi strappare le viscere, finché, dilaniato dall’icnèumone, restò a pancia all’aria, morto e stecchito.

Il Macli, una favola-leggenda di Leonardo da Vinci

Il Macli, una favola-leggenda di Leonardo da Vinci
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Nella lontana Scandinavia, su, al nord, tanto tempo fa, c’era una bestia piuttosto strana, chiamata Macli. Aveva la forma di un cavallo, ma era più grande. Ed era diverso dal cavallo, perché aveva il collo e gli orecchi straordinariamente lunghi.
Il Macli si nutriva di erbe, ma pascolava andando all’indietro. Proprio così, all’indietro. Perché il suo labbro superiore era lunghissimo, talmente lungo che, se fosse andato in avanti, quel labbro gli avrebbe coperto l’erba e chiuso la bocca.
Il Macli aveva le gambe tutte d’un pezzo, e perciò, quando voleva dormire, stava appoggiato ad un albero.
Correva con una velocità incredibile, slanciando avanti le gambe possenti, lunghe e diritte.
I cacciatori non riuscivano a catturarlo. Avevano provato a inseguirlo con i più determinati cani destrieri, avevano cercato di prenderlo al laccio, con imboscate, al varco, circondando i luoghi dove era solita pascolare, ma senza alcun risultato.
Niente! Quella bestia strana e scontrosa era davvero irraggiungibile.
Una notte di luna, alcuni cacciatori sorpresero il Macli nel sonno, e con grande stupore si accorsero che dormiva in piedi per via di quelle lunghe gambe che non poteva piegare.
Allora, senza farsi udire, si allontanarono.
La mattina seguente segarono quasi tutto il tronco di quella pianta e la sera si nascosero dietro ai cespugli vicini.
Il povero Macli, dopo il tramonto, tornò al suo solito albero; si appoggiò per dormire; il tronco si spezzò, la bestia cadde e i cacciatori lo catturarono.

Il pellicano e il serpente. Una favola di Leonardo da Vinci

Il pellicano e il serpente. Una favola di Leonardo da Vinci
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Quando il pellicano parti per andare in cerca di cibo, un serpente, ben nascosto fra i rami, cominciò a muoversi verso il nido.
I piccoli dormivano, tranquilli.
Il serpente si avvicinò, e con un lampo malvagio negli occhi iniziò la strage. Un morso velenoso a ciascuno, e i poveretti passarono immediatamente dal sonno alla morte. Soddisfatto il serpente ritornò nel suo nascondiglio, per godersi il ritorno del pellicano.
Infatti, di lì a poco, l’uccello ritornò.
Alla vista di quella strage incominciò a piangere, e il suo lamento era così disperato che tutti gli abitanti della foresta lo ascoltavano commossi.

  • Che senso ha ora la mia vita senza di voi? – diceva il povero padre guardando i suoi figli uccisi. – Voglio morire anch’io, come voi! –
    E col becco incominciò a lacerarsi il petto, proprio sopra il cuore. Il sangue sgorgava a fiotti dalla ferita, bagnando i piccoli uccisi dal serpente.
    Ma,’ ad un tratto, il pellicano, ormai moribondo, trasalì. Il suo sangue caldo aveva
    reso la vita ai suoi figlioli; il suo amore li aveva resuscitati. E allora, felice, diede l’ultimo respiro e morì.

Il Basilisco. Una favola di Leonardo da Vinci

Il Basilisco. Una favola di Leonardo da Vinci
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Nella lontana Cirenaica vive un animale pericolosissimo che si chiama basilisco. è un piccolissimo animale. Non è più lungo di dodici dita e ha una grande macchia bianca sulla testa cresposa che sembra un diamante. Al temuto Basilisco basta anche solo un fischio per mettere in fuga ogni serpente, anche se molto più grande di lui.
Invece di muoversi strisciando a spirale, come tutti i serpenti, il Basilisco corre veloce e dritto sollevando in aria il busto. Come fosse un guerriero fiero e possente.
È un animale terribile e velenosissimo. Accadde un giorno che un cavaliere tornasse al suo castello dopo un faticoso torneo, quando, all’improvviso il suo cavallo, s’imbizzarrì. Scansò da un lato, e si mise a nitrire spaventatissimo: veva visto il terribile Basilisco. Il cavaliere, che aveva la lancia in mano, subito colpì il velenoso serpente e lo uccise. Ma il Basilisco, prima di morire ebbe appena il tempo di mordere la lancia del cavaliere. Subito il veleno potentissimo del rettile incominciò a salire su per le fibre dell’asta, raggiunse la mano del cavaliere, e l’uomo e il cavallo morirono in un istante tra terribili sofferenze.
In quel momento arrivò un altro Basilisco, il quale, non potendo più uccidere nessuno, soffiò contro l’erba e contro i cespugli: così che l’erba e i cespugli inaridirono e seccarono, e i sassi si sbriciolarono come fosse sabbia.

Il testamento dell’aquila. Una favola di Leonardo da Vinci

Il testamento dell’aquila. Una favola di Leonardo da Vinci
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Una vecchia aquila reale, che viveva da molti anni solitaria sopra un’altissima roccia, sentì che l’ora della morte era vicina. Con un grido possente chiamò i suoi figli che vivevano sulle rocce sottostanti, e quando furono tutti riuniti intorno a lei li guardò uno per uno e disse:

  • Io vi ho nutriti ed allevati perché, fino da piccoli, siete stati capaci di guardare il sole. Ho lasciato morire di fame i vostri fratelli che non sopportavano la sua vista. Perciò voi siete degni di volare più in alto di tutti gli uccelli. Chi non vuol morire non si accosti mai al vostro nido. Tutti gli animali devono temervi, e voi
    non farete alcun male a chi vi rispetta, ma gli lascerete mangiare gli avanzi delle vostre prede.
    Ora io sto per lasciarvi, ma non morirò qui nel mio nido. Volerò in alto, fin dove mi porteranno le ali; mi protenderò verso il sole come se dovessi andare da lui. I suoi raggi infuocati bruceranno le mie vecchie penne, precipiterò verso la terra, cadrò dentro l’acqua.
    Ma da quell’acqua, per miracolo, rinascerò un’altra volta, ringiovanita, pronta a ricominciare una nuova esistenza. Così è la natura delle aquile, il nostro destino. –
    Detto questo l’aquila reale spiccò il volo: maestosa e solenne ruotò intorno alla roccia dove stavano i suoi figli; poi, all’improvviso, puntò diritta verso l’alto, per bruciare nel sole le sue ali ormai stanche.

Gratitudine. Una favola di Leonardo da Vinci

Gratitudine. Una favola di Leonardo da Vinci
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Quella mattina le due vecchie ùpupe, un maschio e una femmina, una coppia di uccelli che vivevano da sempre insieme, non se la sentirono proprio di volare. Non avevano più forze. Un velo davanti agli occhi impediva loro di guardare il mondo; il cielo era sereno, ma loro vedevano una specie di nebbia bianca che le disorientava. Erano vecchie e malate. Le penne delle ali e della coda incominciavano a intristire, perdevano il colore e la luce, si inaridivano come rami secchi e cadevano.
Le due ùpupe decisero, così, di non muoversi più e di aspettare insieme la morte, che tanto non avrebbe tardato ad arrivare.
Ma, invece, arrivarono i loro figli. Giovani e forti ùpupe della foresta. Prima uno, che passava di lì per caso; si accorse subito che i suoi genitori erano gonfi e stavano male, e ripartì immediatamente in cerca dei suoi fratelli.
Quando furono tutti lì, il maggiore di essi disse:
— Noi abbiamo ricevuto da nostro padre e da nostra madre il dono meraviglioso della vita; essi ci hanno protetti, nutriti e allevati, dedicandoci tutto il loro affetto. Ora sono malati, son diventati quasi ciechi e non possono più volare per andare in cerca di cibo. Spetta a noi ora nutrirli e curarli.—
A queste parole senza nemmeno un cinguettare, tutti si mossero. Alcuni si misero a fare un nido nuovo, altri andarono in cerca d’insetti, altri, ancora, partirono verso la foresta.
In breve tempo il nido fu pronto e i genitori vi furono adagiati con delicatezza; per riscaldarli, alcuni figli li coprirono col loro corpo come fanno le femmine quando covano le uova; altri li imboccarono, altri, col becco, li ripulirono staccando le vecchie e tristi penne inaridite.
Finalmente tornarono anche quelli che erano andati nella foresta a cercare una foglia curatrice capace di rendere la vista. Masticarono la foglia curatrice e col succo di quella foglia medicarono gli occhi inariditi e spenti dei genitori. Poi attesero con pazienza. Poco dopo il padre e la madre aprirono gli occhi, si guardarono intorno e riconobbero tutti i loro figlioli. Li aveva guariti il loro affetto, la loro gratitudine.

Il ragno e l’uva. Una favola di Leonardo da Vinci

Il ragno e l’uva. Una favola di Leonardo da Vinci
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il ragno e l’uva
Un ragno, dopo essere stato per molti giorni ad osservare il movimento degli insetti, si accorse che le mosche accorrevano specialmente verso un grappolo d’uva dagli acini grossi e dolcissimi.

  • Ho capito. – disse fra sé.
    Si arrampicò, dunque, in cima alla vite, e di lassù, con un filo sottile, si calò fino al grappolo installandosi in una celletta nascosta fra gli acini. Da quel nascondiglio incominciò ad assaltare, come un ladrone, le povere mosche che cercavano il cibo; e ne uccise molte, perché nessuna di loro sospettava la sua presenza.
    Ma intanto venne il tempo della vendemmia. Il contadino arrivò nel campo colse anche quel grappolo, e lo buttò nella bigoncia, dove fu subito pigiato insieme agli altri grappoli.
    L’uva, così, fu il fatale tranello per il ragno ingannatore, che morì insieme alle mosche ingannate.
    Insomma, chi la fa l’aspetti.

Gli uccelli e la Cerasta. Una leggenda di Leonardo da Vinci

Gli uccelli e la Cerasta. Una leggenda di Leonardo da Vinci
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

— Vieni a vedere! — gridò un uccellino al suo compagno. — Ci sono quattro teneri vermicelli che giocano sopra una foglia! —
Infatti, proprio ai quattro lati di una foglia, stavano quattro piccoli vermicelli, che si drizzavano dimenandosi e contorcendosi.
Quell’uccellino non poté resistere alla tentazione di mangiare quei vermi, tanto teneri e ben nutriti da sembrare squisiti, e così si precipitò giù per catturarli, beccarli e divorarli.
L’altro uccellino lo vide puntare dritto e deciso verso la foglia, poi lo sentì cinguettare disperato; e subito vide le penne del suo compagno arruffate, le sue ali sbattere forte forte a vuoto: la foglia si arrotolò a poco a poco intorno all’uccellino suo compagno, finché, di sotto la foglia, apparve la terribile Cerasta.
La Cerasta è una vipera, assai feroce e spietata. Ha gli occhi su quattro piccole corna mobili, e quando si vuol sfamare, nasconde sotto le foglie tutto il corpo, tranne quei minuscoli quattro cornetti; e muovendoli fa credere agli uccelli che siano vermicelli saporiti, e quando quei poveretti pennuti ignari si precipitano giù per catturarli, subito la Cerasta li stringe forte a se e li divora.

Il bruco e la virtù. Una favola da Leonardo da Vinci.

Il bruco e la virtù. Una favola da Leonardo da Vinci.
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Eppure, stava lì, in attesa, fermo e ben saldo sul palmo di una foglia, il piccolo teneroso bruco. Il vermicello dai tanti e tanti piedini guardava con i suoi occhietti in ogni parte e in ogni dove, e girava intorno nei suoi pensieri. C’era chi sorrideva, chi salutava, chi cantava, chi saltellava, chi correva in ogni dove, e soprattutto c’era volava. Tutto era gioioso intorno, ogni cosa si muoveva e vibrava di vita felice. Solo lui, povero bruchino, non riusciva quasi più a muovere il suo corpo, non aveva mai avuto voce, né poteva muoversi veloce come gli altri, ma soprattutto, non sapeva cosa volesse dire volare. Ogni suo passaggio da una foglia all’altra gli pareva un lungo stanco e infinito viaggio.
Eppure non invidiava nessuno. Sapeva di essere un bruco, e che i bruchi devono imparare a filare una bava sottilissima per tessere, con grande arte maestra, preziosa e meravigliosa, la propria piccola casa. Perciò, con molta pazienza e dedizione, iniziò il suo ultimo lavoro.
In breve tempo il bruco, stanco e lento, si trovò chiuso in un banco, tiepido bozzolo di seta, una crisalide, assai lontana e isolata dal mondo.
“E adesso che faccio?” si domandò.
“Ora devi saper aspettare, mio dolce bruchino” gli rispose una vocina segreta e misteriosa, dolce voce di una mamma mai conosciuta. “Ancora un po’ di pazienza e vedrai, e sentirai”.
E il bruco attese, attese con fiducia il prodigio di madre natura.
Poi fu il suo giusto momento, e senza che suonasse la sveglia, il bruco aprì gli occhi, e sentì che non era più un bruco stanco e lento. Sentì qualcosa di morbido e candido che lo teneva al caldo, avvolto in un tenero abbraccio. Aprì con le nuove zampette raschiose e taglienti un varco nel bozzolo, si sbrigliarono fuori due grandi veli leggeri leggeri. E uscì fuori alla luce del sole. Non aveva più i suoi mille piedi, non aveva più quel corpo ingombrante, né cadde pesante al suolo. Ora s’accorse di avere due ali grandi, leggere e bellissime, ricche di mille colori variopinti e luminescenti al sole. Come d’istinto, come madre natura volle, il nuovo essere batté le ali, e subito si librò nell’aere, su, in alto in alto, nel cielo infinito.
Così appare la virtù, leggera e maestosa, e se ben paziente essa attende ad ogni cosa e premia la pazienza.

La volpe e l’uva. Una favola di Esopo

La volpe e l’uva. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta una volpe, furba e presuntuosetta. Capitò che un giorno, mentre gironzolava per i campi in cerca di cibo, si ritrovasse in una vigna. Era settembre inoltrato e la vigna era ben fornita di uva gonfia di sole e ben matura; pronta al taglio. La volpe s’addentrò ancora più nel bel mezzo della vigna proprio per non essere vista, e quando fu certa che nessuno la vedesse spiccò un grande salto per afferrare qualche grappolo di uva dolce. Ma, ahimé, quella vigna aveva i tralicci, da dove pendevano i grappoli d’uva, alti, troppo alti. Per un po’ l’animale provò ad afferrare i grappoli con qualche salterello. Ci riprovò saltando con più forza, spingendo sulle zampe con quanta più determinazione potesse, ma non c’era niente da fare.
“Calma, devo stare calma” si disse la volpe, “Non posso arrendermi, proprio ora, non sia mai che il mondo mi derida per un qualche chicco d’uva. Avanti riproviamoci!” Ma nonostante tutti gli sforzi che la volpe praticasse per cogliere quei grappoli che pendevano dai tralicci, non ci fu modo per raggiungerli. Finché, esausta, la volpe furba e presuntuosetta disse: – Ma sì, ma sì, pazienza, pazienza, si vede che non è ancora matura, e poi non mi va di sprecare fatica per un frutto acerbo”. E si allontanò mestamente e fischiettando.
Svilire ciò che non si è in grado di fare è tipico del borioso, a volte una sana umiltà aiuta a vivere meglio.

La volpe e il corvo. Una favola di Esopo

La volpe e il corvo. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un corvo aveva rubato un bel pezzo di carne, e se ne stava sul ramo più alto di un faggio.
Passò una volpe e vide quel magnifico pezzo di carne.
Si fermò sotto l’albero e disse: – Oh, come sei bello, signor corvo! Le tue piume sono nere come la notte buia lucidata dalla luna! E che coda superba che hai! Un vero fiore! Un vero campione di eleganza. E le ali imponenti! Ma chi… Ma chi dice che l’aquila abbia le ali più belle di tutti i volatili, non ha mai visto le tue, caro corvetto superbo d’ogni! Ma tu, accidentaccio, potresti essere il re degli uccelli… ma che dico, il re di tutti gli animali, se non ti mancasse…
Qui la volpe tacque, d’improvviso. Il corvo, lassù in cima al faggio, chinò il capo e guardò in basso impaziente. Avrebbe voluto chiedere che cosa gli mancasse per essere il re degli animali e di tutto, ma, avendo la carne nel becco, non poteva parlare.
La volpe sospirò e sospirò ancora e disse:

  • eh sì, potresti davvero essere il re degli animali, se solo potessi parlare, ma la voce ti manca, ti manca, carissimo corvetto! Che ingiusta cosa è a volte la natura di certi uccelli. Pazienza, dobbiamo accettare e guardare avanti.
    Il corvo si tormentava sul ramo, nervosissimo. Da sotto, la volpe seguitava a sospirare accarezzando l’erba con la sua grande coda.
    Alla fine il corvo aprì il becco e gracchiò:
  • Cra! Cra! Cra! Cra! Ma chi dice che mi manca la voce? Chi lo dice? Cra! Cra! Cra! E Cra!-
    E proprio in quel momento il gustosissimo e bel pezzo di carne si staccò dal becco del povero corvo e cadde giù.
    La volpe fu velocissima: addentò la carne caduta dal becco del corvo e si allontanò deridendo il corvo:
  • Ma sì masì, la voce tu ce l’hai, mio caro corvetto. Quel che però mi pare ti manchi per essere il re degli animali è il cervello! Stammi bene messer corvetto.

Non bisogna mai cedere alla vanità, anche se qualcuno ci riempie di lodi e complimenti, perché potrebbe non essere sincero e avere uno scopo malvagio.

La volpe con la pancia piena. Una favola di Esopo

La volpe con la pancia piena. Una favola di Esopo
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L’inverno era ormai alle porte. Gli alberi non avevano più foglie e non offrivano più un riparo sicuro e i piccoli animali si erano già preparati ad affrontare il freddo. Una giovane volpe vagava solitaria in cerca di un po’ di cibo. Erano molti giorni che non mangiava. Le sue prede si erano rifugiate nelle proprie tane nutrendosi con le scorte di cibo raccolte durante l’estate, ed era impossibile stanarli. Così, il povero animale camminava sconsolato pensando che la fame era veramente una brutta nemica.
All’improvviso sentì un profumo delizioso che le stuzzicò le narici. La volpe si avvicinò al punto da cui proveniva il profumo e finalmente vide un enorme pezzo d’arrosto ben sistemato nell’incavo di una quercia. Sicuramente era il pranzo dimenticato da qualche pastore.
L’animale si introdusse nella cavità della quercia, riuscendo ad entrarvi seppure con molta fatica.
Quando fu all’interno della quercia poté divorare la carne in un boccone. Trascorsero alcuni minuti, e appena finito di mangiare l’arrosto, la volpe, decise di uscire dall’incavo della quercia. Ma appena tentò di uscire dal buco da cui era entrata, la povera bestia scoprì di non potercela fare, non ci passava proprio! La volpe aveva mangiato troppo, tanto che la sua pancia oramai era diventata spaventosamente grande, troppo grande. Spaventatissima si sforzò cosi tanto per uscire che alla fine rimase irreparabilmente incastrata nell’incavo della quercia, e piena di ferite!
Lo sfortunato animale iniziò a gridare finché una seconda volpe passando la vide e saputo quanto fosse accaduto disse: “E’ inutile strillare, amica mia. Avresti dovuto avere pazienza ed aspettare tranquilla all’interno della pianta fino a quando la tua pancia non fosse tornata come prima. Invece l’impulsività ti ha ridotto in questa condizione e ora dovrai comunque aspettare finché non smaltirai ciò che hai mangiato”. Così, la povera volpe rimase incastrata nella cavità per più di un giorno, rimpiangendo il calduccio che avrebbe trovato se avesse aspettato paziente all’interno della quercia.
La pazienza e il tempo sono degli ottimi alleati per affrontare le difficoltà.

La tartaruga e l’aquila. Una favola di Esopo

La tartaruga e l’aquila. Una favola di Esopo
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Una tartaruga pregava l’aquila perché le insegnasse a volare, e più questa cercava di dimostrarle che era contro natura, più quella, la tartaruga, insisteva nella sua richiesta. Allora l’aquila l’afferrò con i suoi artigli, la sollevò in alto, e poi la lasciò cadere. La tartaruga cadde su una roccia e si fracassò. e non vi dico l’aquila poi che ne fece, ma, ve lo potete immaginare.

La rana e il bue. Una favola di Esopo

La rana e il bue. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

  • La rana osservava il bue vicino allo stagno. Era bello, imponente e forte.
  • Ah, se solo pure io fossi cosi.
  • Ma cosa sentono le mie orecchie, – disse un’ altra rana sporgendosi dalle canne dello stagno. – Non sai fare altro che sogni impossibili di grandezza, soprattutto per una rana.
    La rana, infatti, era così piccina che il bue manco riusciva a vederla. Ma lei, piccola ranocchietta, vedeva il bue, eccome, e molto molto bene: perciò lo ammirava nella sua imponenza, tanto che quasi crepava dall’invidia.
    Così, prese quanta più aria potesse e si gonfiò tanto, e chiese alle altre rane se adesso non era lei più grande del bue.
  • Ah ah ah, ma non ancora, ma quando mai! – risposero quelle.
    La rana, prese ancora più fiato e si gonfiò.
  • E adesso, chi è il più grande fra noi?
  • Il bue, – risposero le rane.
    Indignata, la rana si gonfiò ancora di più ancora di più ancora di più…
    -E adesso? – Il bue!
    E la rana gonfiò e gonfiò ancora! Finché: Buuuhhhhmmm. Scoppiò, in tanti pezzetti, che si sparsero dappertutto.
  • Avete visto, amiche mie, – disse indignata una delle altre rane, – non c’è modo di farsi più grandi di quel che già si è.

La pulce e il bue. Una favola di Esopo

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Un giorno una pulce appariva assai poco vivace. Di solito non era così, ma quel giorno le alucce pareva non avessero nessuna voglia di mettersi in volo, così come le zampette parevano legate, restavano immobili e non ne volevano sentire di saltellare, come spesso facevano. Era graziosa la pulce, di solito nervosa, ma quella mattina non ci fu modo perché si ravvivasse. La noia oramai dominava i suoi pensieri. Decise così, la pulce, di andar alla fattoria, a far visita al suo amico il bue.
Il grande animale pascolava quieto nel campo ricco di germogli ed erba fresca, ogni tanto aizzava la coda e scuoteva i suoi fianchi nel tentativo di scacciare qualche fastidiosissimo insetto
La pulce, agilmente, raggiunse il suo animale amico. Con formidabili giravolte l’animaletto andò a posarsi davanti a lui. “Salute a te” Gridò con una vocina stridula. “Oh, salute a te”. Rispose cortesemente il bue accostando il suo grosso muso al corpicino dell’insetto. “Sai”, disse la pulce “avevo voglia di parlare con qualche amico”
“Volentieri amica pulce, e di cosa desideri parlare?” Chiese il bue. “Non so…, ecco, per esempio, narrami un po’ del tuo lavoro “
“Io lavoro per il mio padrone uomo svolgo faticosi compiti. Il mio padrone é un contadino e per lui tiro l’aratro, obbedisco a ogni suo volere”. Spiegò il bue. “Che strano!” disse la pulce “Io piuttosto non prendo ordini da nessuno e mi riposo quando lo desidero. L’unica cosa a cui devo fare attenzione è di non essere schiacciata alle mani di qualcuno. Ma tu che ci guadagni da tanta fatica?” Il bue, con un po’ di commozione, disse: “Ecco vedi, quelle mani di cui tu hai paura, si tramutano per me in carezze”. Mentre il bue parlava qualche lacrima gli calava dal muso. “L’uomo apprezza il lavoro che svolgo per lui e mi ripaga con tanto affetto.” La pulce, sorpresa dal piangere improvviso del suo amico bue, si allontanò con discrezione, riflettendo a quanto avesse sentito.

Eh sì. A volte è assai arduo capire come per certi uomini l’affetto possa essere il miglior dono per il proprio lavoro.

La pelle dell’orso. Una favola di Esopo

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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Da qualche giorno un orso feroce si faceva vedere nel bosco. Era così spaventoso che tutti coloro a cui capitava la disgrazia d’incontrarlo fuggivano atterriti al villaggio, e si chiudevano in casa.
Ormai per le strade e nelle taverne non si parlava che dell’orso, di quanto fosse feroce e senza pietà, si faceva la conta persino di quante pecore avrebbe potuto sbranare in un agguato.
Due amici cacciatori, che si vantavano di aver ucciso leoni e pantere, decisero che era arrivato il momento di dimostrare a tutti il loro coraggio. Annunziarono l’intenzione di uccidere l’animale. Erano così sicuri di ammazzarlo al primo incontro che si recarono da un pellicciaio loro amico e gli dissero:
-Quanto ci dai per la pelle dell’orso?
-Vi do tanto e tanto.
-Bene! E’ meglio che tu ci paghi subito, perché noi entro questa sera ti porteremo la pelliccia dell’ animale. Detto fatto, il pellicciaio comperò la pelle dell’orso e i due cacciatori andarono a prendere fucili e coltelli e poi s’avviarono verso il bosco. Man mano che s’inoltravano tra gli alberi, però,
i due amici cominciarono a sentire la paura. E quando, d’improvviso si trovarono di fronte all’orribile orso, furono presi da un tale terrore che abbandonarono le armi e cercarono di mettersi in salvo.
Uno s’arrampicò su di un albero; l’altro, non sapendo che fare, si buttò per terra e si finse morto.
L’orso, che era meno feroce di quanto sembrasse, gli si avvicinò, lo fiutò, lo rovesciò con una zampa, lo fiutò ancora a lungo sulla testa, poi, si allontanò. Allora, scampato il pericolo, il cacciatore che era sull’albero scese e disse tutto agitato al compagno:
-Sei stato bravissimo a cacciar via l’orso! Ma senti: ho visto che ti ha parlato a lungo all’orecchio. Che ti ha detto?


-Mi ha detto che non bisogna mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato.

La lepre e la tartaruga. Una favola di Esopo

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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Da sempre quella lepre derideva la povera tranquilla tartaruga.

  • Mamma mia quanto sei lenta! Come sei lenta! Guarda me e stupisci: con un solo salto vado così lontano che ti ci vorrebbero due giorni per raggiungermi!
    E ogni giorno la stessa storia, sempre a ripetere alla tartaruga che lei, la lepre, era più veloce. Un giorno la tartaruga si stufò e disse alla lepre:
  • Cara mia signorina lepre, sappi che non sempre il più veloce arriva per primo.
  • Come? Ah ah a ah…- Vorresti forse insinuare che se facessimo una gara arriveresti prima tu?
  • Voglio dire soltanto quel che ho detto.
  • Ah sì? Bene, allora ti lancio una sfida. Facciamo una gara e vediamo chi arriva primo. Che ne dici?
    La tartaruga accettò la scommessa, in cuor suo non sapeva nemmeno perché avesse aderito, ma oramai la sfida era lanciata.
    E partirono. Come fosse un fulmine la lepre era già lontana. Poi, durante la corsa, si fermò:
  • Ma che gusto c’ho a correre così? C’è tempo per me, è chiaro che vincerò, ma voglio aspettare la tartaruga.
    La lepre sedette sotto un cespuglio e attese la tartaruga. Passò un bel po’ di tempo, finché, vinta dal sonno, la lepre si addormentò. Mentre dormiva, la tartaruga transitò, e vide la lepre addormentata sul prato, ma non volle svegliarla e proseguì per la sua strada. Dopo un poco, la lepre fu svegiata dalle grida di giubilo che giungevano dal traguardo. Si ricordò della gara, si alzò e corse corse corse a perdifiato verso il traguardo. Ma la tartaruga era già arrivata e salutata come gran vincitore da tutti gli animali.
  • Tu sei molto più veloce di me, – disse la tartaruga alla lepre, – ma non basta, a quanto pare, non sempre il più veloce arriva per primo.

Spesso sono l’impegno e la costanza a vincere contro quelle doti che, seppure superiori, vengono trascurate.

La lepre e il cane da caccia. Una favola di Esopo

La lepre e il cane da caccia. Una favola di Esopo
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Adattamento emessa in voce di Gaetano Marino

Una lepre disse una volta a un cane da caccia:

  • Perché abbai quando ci insegui? Ci prenderesti più in fretta se corressi senza gridare. Con il tuo abbaiare non fai che spingerci verso il cacciatore; egli sente dove noi scappiamo, ci corre incontro con il fucile, ci uccide e a te non dà niente.
    Rispose il cane:
  • Non per questo io abbaio; io abbaio soltanto perché quando sento il tuo odore, m’infurio, e nello stesso tempo mi rallegro perché sono sul punto di acchiapparti; e neppure io so perché non posso trattenermi dall’abbaiare.

Nulla è più forte di quanto non sia il richiamo della propria natura, qualunque sia il proprio destino

La leonessa e la volpe. Una favola di Esopo

La leonessa e la volpe. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Tranquillamente accovacciate all’ombra di una fiorente pianta posta all’interno di una foresta, una leonessa calma e serena e una mite volpe, chiacchieravano come due vecchie comari.
Ma, sarebbe bastato ascoltare con maggior attenzione per comprendere e scoprire che le due amiche comari, l’orsa e la volpe, l’invidia era nascosta nelle loro parole.
Tutto sommato la volpe, avrebbe voluto lo stesso coraggio e la stessa forza che possedeva l’amica leonessa. E alla leonessa le sarebbe stato assai utile conquista un po’ della furbizia di comare volpe. Ebbene, pur con le piccole gelosie che stavano lì attorno, nelle parole, appunto, le due amiche si contenevano sempre in dialoghi corretti, tra sorrisini e complimenti, di cui però sapevano bene non esserci davvero grande sincerità.
Venne un giorno, e mentre attraversavano il bosco con i cuccioli che correvano con gioia, intorno a loro, la volpe non riuscì più a trattenersi, l’invidia le spremeva la bile e scappava dagli occhi.
“Mia cara leonessa, amica mia” disse atteggiandosi a gran signora e indicando con lo sguardo i suoi piccoli, “tu avrai anche un incedere da regina, potrai possedere grande forza e resistenza, e vigore, ma, in quanto a istinto materno, bisogna dire, e ammetterai, che qui sono più la più adatta. Guarda, ammira, i miei volpacchiotti, sono tanti e giocano tra di nella spensieratezza. Invece, mi duole dirlo, mia cara leonessa, amica mia, tu, lo sai, hai fatto solo un cucciolo, poveraccio, ed è così triste senza qualche fratellino con cui giocare!”
La leonessa, senza nemmeno un solo battito di emozione, non si scompose, e disse: “Certo mia cara volpe, amica mia, io ho messo al mondo un solo cucciolo. Ma, vedi, questo leoncino vale assai, più d’ogni altro animale. Egli è un leone e, una volta cresciuto, si sa, diverrà un Re! E non sarà lui a pretenderlo, ma l’intero mondo degli animali di questa foresta lo vorrà, e lo proclamerà Re.”
La volpe, rimase un attimo muta, e non avendo altro che dibattere, rassegnò la coda tra le gambe, deglutì la propria invidia e non poté altro fare che rassegnarsi ad accogliere ciò che la natura aveva sentenziato e deciso.

Ecco qua: invidiare inutilmente quel che non si può avere per natura è tempo sprecato, perché ognuno può essere vanto e orgoglio solo per ciò che madre natura gli ha donato.

La formica. Una favola di Esopo

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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un tempo, quella che oggi è la formica era un uomo che faceva il contadino e, non contento del frutto del suo lavoro, guardava con invidia quello degli altri e continuava a rubare il raccolto dei vicini.
Sdegnato della sua avidità, Zeus lo trasformò in quell’insetto che noi oggi chiamiamo formica; ma esso non mutò le sue abitudini, perché gira ancora nei campi, raccoglie il frutto del lavoro altrui e lo conserva per se.

La favola ci insegna che chi è cattivo di natura, anche se punito duramente, non muta le proprie abitudini.

La donnola e il gallo. Una favola di Esopo

La donnola e il gallo. Una favola di Esopo
Favole

 
 
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Una donnola aveva preso un gallo e cercava un pretesto plausibile per mangiarselo.
Cominciò allora ad accusarlo di essere molesto agli uomini, perché cantando non li lasciava dormire.
Ma il gallo si difendeva affermando che lo faceva nel loro interesse, affinché si svegliassero per attendere alle faccende quotidiane.
E lo accusava di violare le leggi di natura, accoppiandosi con sua madre e le sue sorelle.
Ma egli asseriva che anche questo lo faceva nell’interesse del padrone, perché così le galline facevano molte uova.
Allora la donnola esclamò:

  • Sì, certo, sai trovare delle belle giustificazioni. Ma io non voglio per questo rimanere a bocca asciutta!
    E se lo mangiò, tutto.

Gli uomini di indole malvagia, quando decidono di far del male a qualcuno, se non riescono a trovare una ragione plausibile, agiscono comunque in modo criminale e apertamente.

La cornacchia che voleva imitare l’aquila. Una favola di Esopo

La cornacchia che voleva imitare l’aquila. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un giorno un pastore portò il suo gregge a pascolare in un grande prato.
D’improvviso da dietro un grande albero spuntò un aquila che con i suoi grossi artigli si gettò su un piccolo vitello, l’afferrò e se lo potò via.
Il pastore si disperò molto della grave perdita.
Non lontano un cornacchia aveva assistito alla scena , e volendo imitare l’aquila decise di fare lo stesso.
Così si gettò sopra a un altro vitello e gracidando fece per prenderlo. Ma i suoi artigli si impigliarono nella lana, e non riuscì a liberarsi.
Il pastore, infuriato, acchiappò la cornacchia, le tagliò le ali e la sera la donò ai figli perché ci giocassero.

  • Papà, ma che animale c’hai regalato? Dissero i figliuoli del pastore. E il pastore disse:- E’ una cornacchia sciocca che pensava d’essere un’aquila

Bisogna essere sempre felici di quel che siamo, e non invidiare, o peggio ancora, cercare di assomigliare a qualcun altro.

La colomba e la formica. Una favola di Esopo

La colomba e la formica. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un giorno una formica affaticata dal troppo lavoro, andò a sorseggiare un po’ acqua fresca al fiume. Si sporse troppo e cadde in acqua. La corrente la portò via, e la formica cercava di non annegare.
Ma quello doveva essere comunque il suo girono fortunato, perché dall’alto la vide una colomba, che prese un rametto e lo gettò nel ruscello.
Aggrappandosi la formichina riuscì a salvarsi.
Passò qualche tempo, e una sera la formica stava passeggiando, quando vide un cacciatore che sistemava delle piccole trappole per catturare gli uccelli. Erano dei piccoli rametti ricoperti di vischio e chiunque avesse avuto la sfortuna di appoggiarsi sopra, sarebbe rimasto incollato e preso in trappola. Per caso da quelle parti si trovava anche la colomba che era sul punto di posarsi su uno di quei rametti.
Allora la formica, diede un morso fortissimo al piede del cacciatore, e questi lasciò cadere tutti i rametti, lanciando un grido di dolore. La colomba udite le grida del cacciatore fuggì spaventata, e la formica riprese la sua strada.

La morale della favola è : se aiuterai il tuo prossimo il favore ti sarà ricambiato

La cicala e la formica. Una favola di Esopo

La cicala e la formica. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Una favola donata al piccolo Fabio da mamma Ola e babbo Marco

Sedeva gioiosa e luminosa sopra un frutto succoso la cicala canterina. S’era d’estate, il sole scaldava, e e la cicala suonava e cantava, e nient’altro faceva. “Che bisogno c’era di faticare?”, pensava la cicala canterina, e osservava una famigliuola di formiche laboriose che lavoravano dalla mattina alla sera, senza fermarsi mai, tutta l’estate. Le poverelle se ne andavano da presto in giro per i campi a raccattare qualche frutto, qualche briciola di pane, qualche seme, o persino qualche carcassa d’animali defunti. Sempre così. “Ma che senso ha trasportare tutto quel cibo sin dentro la loro tana, se basta guardarsi d’intorno per vedere quanta delizia di cibo abbiamo in abbondanza”? Si domandava la cicala canterina. “Follia a me pare, follia.”
Ma passò l’estate, poi l’autunno e infine venne l’inverno buio, con il suo freddo e le gelate. La cicala, tremante e affamata, mise da parte il bel canto e lo strumento, e andò dalle formiche che facevano asciugare il grano all’ultimo sole. E bussò

  • Chi è che bussa alla nostra porta?
  • Oh, formichine care e generose, per favore, mi dareste un po’ da mangiare? Muoio di fame. Mi date un poco del vostro cibo, per favore? Ne avete tanto!
  • Ah, si? Cicala bella e canterina, ma tu che hai fatto quest’estate mentre noi faticavamo per mettere da parte un po’ di proviste?
  • Beh, io ho cantato e suonato per tutto il tempo.
  • E non potevi mettere anche tu al sicuro un po’ di cibo?
  • Eh no, io non avevo tempo, dovevo cantare, dovevo suonare.
  • Oh beh, se hai cantato e suonato per tutta l’estate, allora perché in inverno non ti metti a danzare?

Non bisogna mai essere indolenti, se non ci si vuole trovare poi esposti a sofferenze e pericoli

L’usignolo e lo sparviero. Una favola di Esopo.

L’usignolo e lo sparviero. Una favola di Esopo.
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Posato su un’alta quercia, un usignolo, come al solito, cantava.
Lo vide uno sparviero affamato, che gli piombò addosso e se lo portò via.
Mentre stava per ucciderlo, l’usignolo lo pregava di lasciarlo andare, dicendo che esso non bastava a riempire lo stomaco di uno sparviero:
avrebbe dovuto rivolgersi a qualche uccello più grosso, se proprio avesse bisogno di mangiare.
Ma lo sparviero lo interruppe dicendo:

  • Sciocco sarei, ma proprio tanto, se lasciassi andare il pasto che ho qui pronto, per correre dietro a quello che non si vede ancora!
    E se lo mangiò!

Anche tra gli uomini sono incoscienti e sprovveduti tutti coloro che, per l’ambizione e la speranza di ottenere maggiori guadagni, si lasciano sfuggire inutilmente ciò che già hanno solidamente sotto mano.

L’uomo morsicato dal cane. Una favola di Esopo

L’uomo morsicato dal cane. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un uomo era stato morsicato da un cane.
Pieno di spavento cominciò a correre qua e là, cercando qualcuno che fosse in grado di curare le sue ferite.
Incontrò un amico che gli disse che avrebbe dovuto inzuppare nel sangue che gli usciva dalla ferita un pezzo di pane, e poi darlo da mangiare al cane che l’aveva morsicato.
Ma l’uomo ferito disse che se avesse fatto come l’amico gli suggeriva, tutti i cani della città avrebbero cercato di morsicarlo.

La malvagità e l’arroganza umana, se elogiate e lusingate, vengono stimolate e incoraggiate ad agire assai peggio che prima.

L’uccellino e il pipistrello. Una favola di Esopo

L’uccellino e il pipistrello. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un uccellino se ne stava tranquillo e sereno nella sua gabbia, appesa accanto alla finestra. Al calar della notte, l’uccellino cinguettava il suo canto, prossimo alla buona dormita.
Nel frattempo Un pipistrello lo vide e lo senti cantare. Gli si avvicinò per domandargli perché cantasse solo la sera, quando il buio stava per dominare ogni cosa, e mai mai di giorno.

  • So il fatto mio, caro pipistrello, – replicò l’uccellino. – Vedi, quando fui acciuffato e messo in questa gabbia, io cantavo tanto, e cantavo bene, ma tanto tanto tanto, eccome, ma di giorno, alla luce del sole, mi scoprirono e fui catturato. È stata una lezione che non scorderò mai.
  • Ma a che ti può servire ora tanta prudenza? – disse il pipistrello. – Avresti dovuto averne prima di prudenza.

La favola ci dimostra che a nulla serve pentirsi o recriminare dopo che s’è verificata una disgrazia

L’inverno e la primavera. Una favola di Esopo

L’inverno e la primavera. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

La Primavera e l’Inverno sono due stagioni completamente opposte che non sono mai riuscite ad andare d’accordo. E questo si sa. Fortunatamente esse non devono convivere, infatti, quando una compare l’altra deve umilmente ritirarsi, andare via. Sempre stato così.
Un giorno il signor Inverno si trovò faccia a faccia con la signorina Primavera. La vecchia stagione disse: “Mia cara amica, tu non sai essere decisa e definita. Quando giunge il tuo tempo, la primavera, la gente e gli animali corrono fuori dalle loro case, o dalle loro tane, e si spargono in ogni luogo, in ogni prato pieno di fiori. I tuoi frutti vengono raccolti e divorati con il baccano e la cagnara che tutti fanno, non ti permettono neppure di riposare in pace.
Invece io, cara mia primavera, chiedo rispetto. Io dono la nebbia, il freddo e il gelo. La gente si rinchiude in casa e non esce quasi mai, temono le malattie, e così mi lasciano riposare tranquillo”.
La bella e dolce Primavera, colpita da quelle parole, rispose:
“Mio caro signor inverno. Il mio arrivo è desiderato da tutti, si ricomincia, e le persone mi amano. Tu non puoi nemmeno immaginare quale sia la gioia che provo. E’ una meravigliosa ebrezza che tu, freddo come sei, puoi solo far gelare i cuori di ognuno”. L’inverno non poté dire nulla.

Eh sì, per ottenere rispetto ed amore non serve la forza, o far paura, la bontà e la delicatezza donano buoni frutti.

L’astronomo e il pozzo. Una favola di Esopo

L’astronomo e il pozzo. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un astronomo aveva l’abitudine di uscire tutte le sere a studiare le stelle. D’altronde era il suo mestiere.
Una notte che s’aggirava nella campagna con gli occhi sempre rivolti al cielo, non vide un pozzo e ci cascò dentro. Tutto intero.
Mentre si lamentava e gridava, un passante gli si avvicinò. Saputo cos’era capitato all’astronomo, gli disse:

  • Mio caro, tu cerchi di sapere quello che c’è lassù, nel cielo, sempre con gli occhi lassù, e intanto non vedi quello che c’è quaggiù, sulla terra, e sei finito in un pozzo.

Questa favola ci dimostra quanto certi uomini si vantano per aver raggiunto imprese straordinariamente impossibili, ma non sono capaci di realizzare azioni e imprese comuni a tutti.

L’asino selvatico e l’asino domestico. Una favola di Esopo

L’asino selvatico e l’asino domestico. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un asino selvatico vide un asino domestico, gli si avvicinò e si mise a lodarlo per la sua bella vita: com’era grasso, e che buon cibo doveva ricevere! Ma poi, quando l’asino domestico fu caricato col basto, e quando il conducente cominciò a spronarlo con il randello, l’asino selvatico disse:

  • No, fratello, ora non ti invidio più: vedo che la tua vita ti costa sudore.

Ecco perché non sono proprio invidiabili i guadagni che si raggiungono a prezzo enorme di rischi, pericoli e fatiche assai.

L’asino e le cicale. Una favola di Esopo

L’asino e le cicale. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Sentendo cantare le cicale, un asino, pieno d’invidia per quella voce melodiosa, chiese loro che cosa mangiassero per poter emettere tali suoni.

  • Rugiada, noi mangiamo e beviamo tanta rugiada. Risposero le cicale.
    L’asino volle anche lui provare a cibarsi di rugiada, ma aspettando che scendesse, morì di fame.

Ed ecco che anche coloro che hanno aspirazioni contro la propria indole, oltre a non realizzarle, vanno inesorabilmente incontro alle peggiori disgrazie.

L’asino che riteneva fortunato il cavallo. Una favola di Esopo

L’asino che riteneva fortunato il cavallo. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un uomo aveva un asino e un cavallo. Mentre camminavano insieme per strada, disse l’asino al cavallo:

  • Mi pesa troppo, non posso portare tutta questa roba! Prendine tu almeno un po’!
    Il cavallo non gli diede ascolto. Per la fatica l’asino cadde e morì.
    Quando il padrone ebbe caricato sul cavallo la soma dell’asino e in più la pelle, gemette allora il cavallo.
  • O che guaio, poveraccio me! Come sono disgraziato! Non ho voluto dare un piccolo aiuto all’asino e ora porto io tutto il carico e, per di più, la sua pelle!

Non bisogna invidiare quanti hanno il potere e sono ricchi, ma, considerando l’invida che li circonda e i pericoli e i rischi che corrono e sopportano, meglio essere contenti piuttosto della povertà.

L’aquila e lo scarafaggio. Una favola di Esopo

L’aquila e lo scarafaggio. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un’aquila inseguiva una lepre per farne preda. La povera bestiolina non sapeva come e dove trovare scampo. Nella fuga vide per caso uno scarafaggio, e disperata, la lepre, chiese a lui, allo scarafaggio, scampo e aiuto. Lo scarafaggio la rassicurò e, appena l’aquila gli si avvicinò, la pregò tanto di risparmiare la povera lepre, che era una sua carissima amica, di non portarla via, insomma. Ma l’aquila, figuriamoci, quasi se la rideva, non curandosi della supplica dello scarafaggio, in un attimo agguantò con i suoi possenti artigli la lepre e se la mangiò, proprio lì davanti allo scarafaggio.
Fu un oltraggio che lo scarafaggio non dimenticò. Da allora inseguì l’aquila in ogni dove, in ogni luogo, con paziente costanza. Guardava dove essa facesse il nido e deponeva le uova. Così che ogni volta lo scarafaggio volava al nido quando l’aquila era in giro per cercar cibo, si posava accanto alle uova e con le zampe posteriori le faceva srotolare oltre i bordi del nido finché esse cadevano giù e si rompevano.
Accade dunque che l’aquila, non sapendo come mai le sue uova si spiaciccassero al suolo, un giorno si rivolse a Zeus e lo implorò di donarle un luogo sicuro, dove poter fare le sue covate. Zeus allora le permise di deporre le uova sul suo grembo. Ma lo scarafaggio non si scoraggiò, raccatto per il campo una ciambella di sterco di bue, bella grossa, bella grande e odorosa, la raccolse e insieme ad essa volò sopra il grembo di Zeus sopra cui la lasciò cadere.
Il dio, quando si accorse di quella palla di sterco di bue inorridì, i brividi gli percorsero la schiena, sgranò gli occhi… “Eh, ma che schifo!” Subito d’impulso, per liberarsi da quella cosa immonda e puzzolente, si alzò in piedi di scatto, e le uova caddero a terra e si ruppero.
Da quel tempo, si sa, o pare, che nella stagione in cui appaiono gli scarafaggi le aquile non facciano il nido.

Non si deve mai disprezzare nessuno, poiché non esiste chi sia tanto debole da non potersi un giorno vendicare con ferocia, se offeso o insultato.

L’aquila e il gufo. Una favola di Esopo.

L’aquila e il gufo. Una favola di Esopo.
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Come si sa l’aquila e il gufo sono entrambi uccelli rapaci che vanno in giro l’una di giorno e l’altro di notte per assalire le loro prede.
Un giorno un gufo e un’aquila, che avevano timore l’uno dell’altra, fecero un patto: il gufo non avrebbe mai assalito i figli dell’aquila, e l’aquila non avrebbe mai assalito i figli del gufo.
Giurarono solennemente. Poi il gufo chiese all’aquila:
-Tu conosci i miei figli?-
-Io? no!- rispose l’aquila.

  • Ma se non li sai riconoscere, qualora dovessero capitarti tra gli artigli te lei mangeresti di sicuro.
    -Se vuoi che non tocchi i tuoi figli- rispose l’aquila –dimmi come sono.
    E il gufo, e cominciò a parlare dei suoi figli dicendo che erano bellissimi, e che nessuno poteva superarli in bellezza e grazia:
    -Sono così belli- diceva -che se ti capitasse di incontrarli dirai “Ecco sono quelli” . Se terrai bene a mente la mia descrizione
    non potrai sbagliare.
    Non passò molto tempo che un giorno, mentre il gufo era fuori a cercare cibo per i suoi piccoli, arrivò l’aquila e vide in crepaccio degli uccellacci brutti, goffi e sgraziati.
    -Questi- pensò -non sono certo i figli del mio amico gufo. I suoi figli sono uccellini graziosi: questi invece sono i più brutti uccelli che io abbia mai visto. Quando il gufo tornò al suo nido i suoi piccoli non c’erano più: l’aquila se li era mangiati. Il gufo era disperato e ripeteva:
  • aquila mi hai tradito! Ti sei mangiata i miei figliuoli!!! Ti avevo creduto, avevamo fatto un giuramento!
    Ma qualcuno più saggio gli disse: -No, gufo, tu stesso sei la causa delle tue disgrazie. Hai raccontato i tuoi figli come gli uccellini più belli del mondo. Sarebbe stato meglio essere più obbiettivo e non esagerare nel lodare la loro bellezza.

Spesso la menzogna si ritorce contro colui che la dice.

L’aquila dalle ali mozzate e la volpe. Una favola di Esopo

L’aquila dalle ali mozzate e la volpe. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un’aquila fu catturata da un uomo, che le mozzò le ali e la mise tra il pollame di casa. L’aquila stava a capo chino e non mangiava per il dolore: sembrava un re in catene. Poi la comperò un altro, che le strappò le penne mozzate e con uno speciale unguento le fece ricrescere. Allora l’aquila prese il volo, catturò una lepre e la donò all’uomo che la guarì. Ma la volpe che la vide ammonì:

  • Stolta, i regali non devi farli a questo, ma al padrone di prima: questo è già buono per natura; l’altro invece è meglio che te lo faccia amico con qualche dono, perché se ti dovesse catturare di nuovo non ti mozzi le ali.

Bisogna sempre ricambiare generosamente a chi ci fa del bene, ma pure stare con giusta prudenza e sempre all’erta nei conforti dei malvagi

L’apicultore. Una favola di Esopo

L’apicultore. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino.

Accadde che mentre un apicoltore stava fuori di casa per far visita ai suoi familiari, un furfante entrò nella sua casa e rubò tutto il miele e i favi, insieme agli attrezzi.
Al suo ritorno, l’apicoltore scoprì le arnie saccheggiate e provò ad immaginare chi dei suoi conoscenti poteva aver commesso il furto. Nel mentre le api tornarono dalla pastura quotidiana, e trovando l’apicoltore ad ispezionare le loro case, lo assalirono e lo punsero in ogni parte, furono feroci più del solito e il dolore fu terribile.

  • Ah bene, siete proprio delle bestie ingrate. – Disse l’apicoltore. – Il ladro del vostro miele ve lo siete lasciato scappare, e me che sono il vostro amico, che vi proteggo e vi curo, m’assalite con i vostri pungiglioni e mi conciate in questo miserando modo!

Ci sono certi uomini che per mancanza di un qualsiasi impegno o una vera ragione, non si guardano dai nemici, mentre invece altri uomini respingono gli amici sinceri come se fossero loro i veri nemici

L’allodola, i suoi figli e il padrone del campo. Una favola di Esopo

L’allodola, i suoi figli e il padrone del campo. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Le allodole a primavera fanno il nido nei campi di grano, tra le spighe ancora verdi, ma in estate, ahimé, quando il grano è bello, alto e pronto alla raccolta, se ne vanno dai campi prima che il contadino arrivi per raccogliere e trebbiare il grano. Accadde però un tempo in cui un’allodola mamma, fece tardi il suo nido e le uova schiusero troppo avanti con la stagione. I pulcini nacquero che non ci fu tempo per allevarli. L’allodola mamma ancora presto avrebbe dovuto lasciare il suo nido e deporre le uova, così i piccoli nacquero soltanto a maggio. Non c’era molto
tempo per crescerli: presto sarebbero arrivati per mietere il grano e l’allodola madre sarebbe rimasta senza casa. La povera allodola viveva nel panico di vedersi arrivare da lontano il contadini sapendo bene che i suoi figli non sarebbero stati in grado di volare, erano troppo piccini
Ogni volta che l’allodola doveva lasciare il nido raccomandava ai suoi figliuoli:

  • State attenti! Quando viene il padrone del campo ascoltate bene le sue parole.
    Un giorno, tornando al nido, l’allodola trovò i suoi pulcini con gli occhi sgranati dallo spavento
  • Che è successo? figliuoli miei.
  • Mamma, abbiamo visto il contadino e i suoi amici.
  • O santo cielo, e che hanno fatto?
  • Nulla, ma abbiamo sentito che ha diceva ai suoi amici che oramai era tempo di tagliare il grano.
  • Niente paura bimbi miei- disse la saggia allodola -fino a quando aspetterà l’aiuto degli amici non c’è da temere.
    Il mattino seguente venne il padrone del campo con i figli, ma senza gli amici.
  • Se gli amici sono pigri- disse il contadino – chiameremo i parenti.
  • Non c’è d’aver paura, figliuoli – disse ancora mamma allodola
  • finché aspetterà l’aiuto dei parenti non dovremo temere.
    Così fu e il mattino seguente il contadino si trovò di nuovo solo con i suoi figli. Il padrone del campo intanto disse ai suoi figli:
  • Non aspetterò più nessuno. Domani porterò la falce e mieterò con le mie mani. Ho aspettato gli amici, e non sono venuti.
    Ho aspettato i parenti, ma anche questi non avevano nessuno voglia di aiutarmi. Sarei uno sciocco se rimandassi ancora, ho imparato che è meglio fare da sé, perché così si è sicuri di ottenere un risultato.
    E mamma allodola disse: – Ha deciso di fare da solo e ora dobbiamo aver paura. Dobbiamo andarcene.
    Così mamma allodola, che era stata saggia e conosceva bene gli uomini, lasciò il campo di grano portandosi dietro i piccoli che ancora non volavano, tutti si misero in salvo.

Chi fa per se fa per tre, e pure oltre.

L’airone, i pesci e il gambero. Una favola di Esopo

L’airone, i pesci e il gambero. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un airone aveva dimora da parecchio tempo in uno stagno, finché divenne vecchio, e gli mancò la capacità di procurarsi qualche pesce e sfamarsi. Non gli rimase che trovare con la furbizia un nuovo metodo per trovare da mangiare. Fu così che si rivolse ai pesci dello stagno:

  • Pesci dello stagno, udite udite quale sventura cadrà su di voi tra qualche giorno: Gli uomini vogliono svuotare lo stagno dalle acque, vogliono prendervi tutti in un solo colpo.
    Tutti pesci vennero a galla con gli sguardi terrorizzati.
  • Ma state tranquilli, – proseguì l’airone – perché io so che al di là di quella collina, si trova uno stagno meraviglioso, e assai più grande di questo.
    I pesci si guardarono tra di loro, ma non sapevano che fare.
  • Io vi aiuterei, amici pesciolini, ma, come sapete io sono anziano e non risco più a volare come prima. I pesci allora, assaliti dalla disperazione, iniziarono a supplicare l’airone perché li portasse al di là della collina.
  • Disse l’airone: – D’accordo, farò uno sforzo per voi, e vi trasporterò; ma non tutti in una volta eh? Non potrei farcela. Se volete vi posso portare uno alla volta.
  • Porta me, no, porta me, prima le donne e i bambini!
  • Calma calma, ci sarà tempo e posto per tutti.
    L’anziano Airone iniziò a portarli, ad uno ad uno: Li trasportava al di là della collina, ma appena giunti i pesci non videro nessuno stagno, fecero in tempo solo a vedere il becco dell’airone, che li trafiggeva ad uno ad uno, per poi divorarli indisturbato.
  • Ora, abitava in quello stagno anche un vecchio gambero. Quando l’airone aveva iniziato il trasporto dei pesci, il gambero sentì che qualcosa non andava, doveva esserci qualche inganno. Tant’è che il gambero disse all’airone: – Ti prego airone generoso, ora puoi trasportare anche me?
    L’airone prese il gambero e lo portò oltre la collina. Appena furono giunti, l’airone volle lanciare il gambero al suolo, ma il gambero, che aveva intuito l’inganno osservando tutto intorno quel che restava dei pesci, agguantò con le sue chele il collo dell’airone e lo spezzò. Quando tornò allo stagno svelò ai pesci quel che vide e scoprì.

Tutti i potenti tiranni prima o poi son destinati a perdere il loro regno, e spesso ciò accade miserevolmente.

L’abete e il rovo. Una favola di Esopo

L’abete e il rovo. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

L’abete si vantava con il rovo:

  • Io sono alto, bello, slanciato, io sono forte e servo per costruire le travi dei tetti e le navi. Come osi misurarti con me?
    Ma il rovo replicò:
  • Se ti ricordassi della scure e della sega che ti fanno a pezzi, forse preferiresti essere un rovo, credi a me.

Nella vita la fama non deve inorgoglire, perché l’esistenza degli uomini comuni è al sicuro da ogni pericolo.

Il topo sotto il granaio. Una favola di Esopo

Il topo sotto il granaio. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un topo viveva sotto un granaio. Nel pavimento del granaio c’era un forellino, e dal forellino scendeva, a chicchi, il grano. Il topo viveva beato, ma volle vantarsi del suo benessere. Rosicchiando allargò il buco e invitò gli altri topi a venire da lui.

  • Venite a trovarmi – disse. – Vi tratterò a dovere. Ci sarà cibo per tutti.
    Ma quando condusse lì i topi, si avvide che il buco non c’era più. Il contadino aveva notato quel grosso foro nel pavimento e lo aveva tappato.

Chi si assai oltre si loda, spesso inciampa e inesorabilmente s’imbroda.

Il topo e la rana. Una favola di Esopo

Il topo e la rana. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un topo gironzolava solo per i campi, quando incontrò stravagante ranocchia. I due fecero presto amicizia.
” Senti, amico topo!” Gracidò la rana “che ne diresti se ce ne andassimo insieme a cercare di cibo? In due di sicuro avremmo più fortuna! Potremmo legarci con una catenella l’un l’altro così da essere sicuri di non perderci! ” Il topolino rimase un riflettere, e quindi squittì dicendo: ” Mi sembra una buona cosa, andiamo!” E andarono.
Legati insieme i due si diedero da fare per cercare il cibo, e difatti lo trovarono, e in abbondanza pure, perché due era meglio di uno! Quando, alla fine della giornata furono sazi, si incamminarono verso casa, sempre incatenati. Arrivarono allo stagno vicino alla tana della ranocchia e questa, per istinto, si tuffò nell’acqua trascinandosi dietro il povero topo che, non sapendo nuotare si mise a urlare e cominciò a dibattersi per non annegare. Ma ahimè, annegò.
Un nibbio, guardando dal cielo, vide il povero topo ormai privo di vita. Scese in picchiata sullo stagno e afferrò con gli artigli il corpo del topino al quale però era legata anche la ranocchia. Il nibbio ne fu assai felice perché quel giorno ci fu per lui doppio pasto. Topo e rana in un sol boccone. Oh, non sono mica cose che capitano tutti i giorni, eh.

Chi fa del male agli altri spesso da questa sua azione ne riceve lui stesso un danno.

Il topo di città e il topo di campagna. Una favola di Esopo

Il topo di città e il topo di campagna. Una favola di Esopo
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Una favola donata ai piccoli Laura e Gabriele da mamma Paola e babbo Fabio

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un topo di città che fu invitato a casa di un suo vecchio amico che viveva in campagna.
Appena giunto il topo di campagna gli organizzò un bel pranzetto.
Ma a quella vista il topo cittadino non rimase soddisfatto e invitò in città l’amico campagnolo a pranzo, e a veder di persona csa volesse dire vivere in città e le sue vere comodità.
Partirono e arrivarono nela notte.
Entrarono nella sala da pranzo e trovarono i resti di un banchetto.
Mangiarono a volontà arrosti, salumi, dolci prelibati e squisiti. Improvvisamente sentirono l’abbaiare dei cani del padrone della casa.
Il topo di campagna si spaventò ma l’amico d citta gli disse:
-Non temere amico mio, sono legati con due grosse catene.
Non ebbe nemmeno finito di dire che le porte della sala si aprirono e entrarono i due cani ringhiosi.
I due topini fecero appena in tempo a scappare, e per quella volta si salvarono, poi il tomo di campagna disse:
-Preferisco ceci e scorze di lardo stando sereno e tranquillo, piuttosto che dolci e prelibatezze e star sempre all’erta con quei due cani feroci!
E tutto felice e orgoglioso se ne tornò nella sua campagna.

La favola dimostra che vivere in povertà, ma tranquillamente, vale di più che passare l’esistenza tra le comodità, ma nella paura e nell’angoscia

Il taglialegna ed Ermes. Una favola di Esopo

Il taglialegna ed Ermes. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

A un taglialegna cadde la scure nel fiume presso cui stava lavorando. Non sapendo cosa fare, si sedette sulla sponda del fiume e pianse. Quando Ermes lo venne a sapere, si impietosì, si tuffò nel fiume e portò su una scure d’oro, chiedendogli se fosse quella che aveva perso. L’uomo rispose di no, ed Ermes, tuffatosi di nuovo, ne portò su una d’argento; poiché l’uomo dichiarava che non era la sua, Ermes si tuffò ancora e portò fuori la sua.
Allora il taglialegna disse che si trattava di quella che aveva perso, ed Ermes, soddisfatto della sua onestà, glie le diede tutte e tre.
Tornato tra gli amici, il boscaiolo racconto dell’accaduto, ma uno di essi pensò di poterne ricavare un uguale profitto.
L’altro boscaiolo andò al fiume, gettò nell’acqua la sua scure e pianse.
Anche a lui comparve Ermes e, chiestogli del motivo del suo pianto, si tuffò, portò su una scure d’oro e gli chiese se fosse la sua:

  • Sì, certo, è quella! rispose esultante.
    Il dio, indignato di tanta sfacciataggine, non solo si tenne la scure d’oro, ma non gli riportò nemmeno la sua.

Prima o poi il destino aiuta e favorisce le persone oneste, mentre è avverso con quelle disoneste.

Il riccio e la lepre. Una favola di Esopo

Il riccio e la lepre. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

La lepre incontrò il riccio e gli disse:

  • Saresti bello, riccio, se non avessi quelle zampe storte che s’impigliano sempre l’una nell’altra.
    Il riccio s’infuriò e rispose:
  • Che cos’hai da ridere di me? Le mie zampe storte corrono più in fretta delle tue che sono diritte. Lascia solo che io prima passi da casa, e poi vedremo chi corre di più.
    Il riccio andò a casa e disse alla moglie:
  • Ho litigato con la lepre: vogliamo fare una gara di corsa!
  • Rispose la moglie del riccio:
  • Si vede proprio che sei impazzito! Come puoi fare una gara di corsa con la lepre? Lei ha le zampe svelte e tu le hai storte e pesanti.
  • Ribatté il riccio:
  • Se lei ha svelte le gambe, io ho svelto il cervello. Tu fa soltanto quello che ti dirò io. Andiamo nel campo. Ed ecco che giunsero nel campo arato dove attendeva la lepre. Disse il riccio alla moglie:
  • Nasconditi all’estremità di questo solco; io e la lepre partiremo dall’altra estremità; quando lei avrà preso a correre, io tornerò indietro e quando arriverà dove ci sei tu, salta fuori e dille: «E’ un pezzo che t’aspetto!» Lei non ti distinguerà da me e crederà che sia io.
    La moglie del riccio si nascose nel solco, e il riccio e la lepre iniziarono la corsa dall’altra estremità.
    Non appena la lepre si fu lanciata, il riccio tornò indietro e si nascose nel solco. La lepre arrivò al galoppo all’altra estremità: ma guarda un po’! la moglie del riccio si trovava già lì. Essa vide la lepre e disse:
  • E’ un po’ che sono qui ad aspettarti!
    La lepre non distinse la moglie del riccio dal marito e pensò: «Questo è un miracolo! Come ha fatto a passarmi davanti?»
  • Be, disse – facciamo un’altra corsa.
  • Facciamola!
  • La lepre tornò indietro e raggiunse velocemente l’altra estremità del solco e, guarda un po’… il riccio è già là e le dice:
  • Ehi, cara mia, arrivi solo adesso? E’ un pezzo che ti sto aspettando. «Questo è un miracolo! » pensa la lepre. « Ho corso svelta, eppure mi ha sorpassata!»
  • Be riproviamo ancora una volta. Vedrai che non mi sorpasserai più.
  • Riproviamo pure!
  • Si slanciò la lepre con quanto fiato avesse e… guarda un po’… il riccio è già là che aspetta.
  • E così la lepre galoppò da un’estremità all’altra del solco sino a che le
    mancarono le forze. Alla fine si arrese e disse che per l’innanzi non avrebbe mai più fatto scommesse. Nessuno, per quanto possa essere fisicamente perfetto, deve prendere in giro un’altra persona per i suoi difetti.

La favola ci dimostra che nessuno, per quanto possa essere fisicamente perfetto, deve prendere in giro un’altra persona per i suoi difetti.

Il pipistrello e le donnole. Una favola di Esopo

Il pipistrello e le donnole. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un pipistrello cadde per disgrazia a terra e subito fu addentato da una donnola, ma mentre questa stava per uccidere il povero pipistrello, si sentì supplicare dallo stesso pipistrello, pregandola di non ucciderlo e di salvargli la vita.
La donnola disse che lei odiava tutti gli uccelli della terra e che quindi il pipistrello non poteva avere scampo. L’avrebbe ucciso.
Allora il pipistrello spiegò alla donnola che lui non era un uccello, ma un topo, e così ebbe salva la vita.
Tempo dopo il pipistrello cadde di nuovo a terra e un’altra donnola lo catturò. Alle sue suppliche rispose che odiava tutti i topi.
Allora il pipistrello spiegò che non era un topo ma un uccello, e anche questa volta ebbe salva la vita.

Non dovremmo persistere negli stessi atteggiamenti. Spesso conviene considerare e adeguarsi di volta in volta agli eventi, perché così solo potremo sfuggire e scampare dai pericoli.

Il piccolo corvo furfante. Una favola di Esopo

Il piccolo corvo furfante. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

In quel bosco, tra i tanti animali, vi stava un piccolo corvo. Era esuberante e impaziente, e camminava in ogni sentiero, per ogni albero, tutto il giorno, frugando con gli occhietti vispi anche in quelle le cose non gli spettavano. Non si lasciava sfuggire l’occasione di fare la burla, con scherzi o dispetti, a chiunque. Quel giorno però, la sua birbonata lo spinse a compiere quello che non avrebbe mai dovuto fare.
Si intromise infatti in una casetta posta ai margini del bosco e svelto svelto arraffò un bel pezzo di carne sistemato sul davanzale della finestra aperta. Ma quello, per il piccolo corvo, non doveva essere il suo giorno fortunato. Infatti, la padrona di cucina lo scoprì proprio sul davanzale e prima che il piccolo corvo potesse spiccare il volo, ella gli sferrò sopra un poderoso colpo di scopa. Il piccolo corvo si ferì, e si ferì male, ma nonostante tutto riuscì a volar via. Spaventato e malconcio il piccolo corvo tornò al nido, volando piano piano, a causa del dolore che quella mazzata di scopa gli aveva procurato. Giunto al nido il piccolo corvo si accasciò sotto le ali della sua cara mammina. La mammina si disperò vedendo in che stato s’era ridotto il proprio figliuolo: la ferita ahimé, era profonda, e perdeva molto sangue. Pareva che la fine per il piccolo corvo fosse oramai vicina, e mamma corvo pianse e pianse, preoccupata. -Oh, mammina, mammina cara!” Disse il piccolo corvo – Spero davvero di poter guarire, aiutami, ti scongiuro “. La mamma corvo, piena di dolore al cuore e di spavento disse: “Povero mio corvetto, piccolo di mamma, ma come puoi sperare di guarire, se non ti sei nemmeno pentito di quel che hai fatto?” A quelle parole il piccolo corvo comprese il danno che aveva commesso, le sue conseguenze, e la sua colpa. Chinò il capo e prima di nascondersi sotto l’ala della madre corvo disse: – Ti prometto mammina cara che non lo farò mai più, mai più. Per fortuna la ferita si rimarginò e dopo qualche giorno il piccolo corvo tornò a volare. E ricordò bene la promessa fatta alla mamma corvo, così che da quel giorno non prese quel che non era suo. Da quel giorno capì cosa volesse dire la parola “rubare “.

Gli insegnamenti appresi sulla propria pelle sono quelli che difficilmente si possono scordare.

Il pescatore e il pesciolino. Una favola di Esopo

Il pescatore e il pesciolino. Una favola di Esopo
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Un pesciolino distratto, andandosene in giro per il fiume, una mattina si trovò preso, prima ancora di accorgersene, all’amo di un pescatore. Cercò in tutti i modi di liberarsi, ma fu inutile: l’amo a cui aveva abboccato lo portava fuori dall’acqua. Il pescatore appena vide il pesciolino pensò: -Com’è piccolo, ma anche il poco però serve- e mise il pesciolino nella cesta. Il pesciolino intanto pensava a come salvarsi. Si rivolse al pescatore: -Oh mio buon pescatore, dimmi, che te ne fai di un pesciolino come me? Io sono così piccolo che non ti basto neppure per solleticare l’appetito. Non tenermi nella cesta. Lasciami andare. Non mi ci vorrà molto per crescere. Tu vieni sempre da queste parti a pescare e ci daremo un appuntamento. Perché ti prometto che quando sarò un bel pesce, grosso e gustoso tornerò ad abboccare al tuo amo. Allora si che sarò un bel boccone per te, e così potrai fare un bel pranzo! Insomma, buon pescatore, Ti giuro che se mi lasci andare tornerò. Il pescatore continuava a pescare cercando di prendere qualche altro pesce, e frattanto rispose al pesciolino: -Tu credi di essere furbo, caro il mio pesciolino. Ma io sono più furbo ti te e ti mangerò anche se sei piccolo e di scarso sapore. Non sono certo tanto stupido da pensare che se ti liberassi, domani ti lasceresti prendere all’amo ancora una volta. Meglio avere in mano un pesce piccolo oggi, ma sempre sicuro, anziché sperare di averne uno grosso domani. Io mi accontento del poco che riesco a prendere all’amo ogni giorno: quello che ho già nella cesta almeno è sicuro, e domani, chissà.

La favola dimostra che sarebbe grande incosciente colui, per la speranza di un bene più grande, lasciasse andare quello che ha già in suo possesso, seppure più piccolo, perché nessuno può sapere cosa riservi il destino.

Il pescatore che batteva l’acqua. Una favola di Esopo

Il pescatore che batteva l’acqua. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un pescatore pescava in un fiume.Dopo aver teso le reti dall’una all’altra riva, batteva l’acqua con una pietra legata a una corda, perché i pesci, fuggendo all’impazzata, andassero ad impigliarsi nella rete.
Vedendolo intento a questa operazione, un’abitante del luogo lo rimproverava perché insudiciava il fiume e non permetteva loro di bere un po’ d’acqua limpida.
Ma il pescatore rispose:

  • Ma se non intorbido così l’acqua, io non posso procurarmi il cibo di cui ho bisogno.

In ogni stato gli arruffapopoli prosperano soprattutto quando fanno precipitare il loro paese nella discordia e nel disordine

Il nibbio e il serpente. Una favola di Esopo

Il nibbio e il serpente. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un serpentello gironzolava tranquillo tra una pietra e l’altra. L’aria era tiepida e primaverile. Il piccolo serpente si muoveva lento tra i fiori di un praticello quando d’improvviso una ombra terribile avvolse il suo corpo. Il serpentello alzò subito la testa per scoprire da dove venisse quell’ombra e, ahimé, un feroce nibbio, rapace tra i più temuti, era lanciato con le ali tese, i poderosi artigli spianati e il mortale becco sguainato come una spada contro di lui! Il serpentello non fece in tempo a nascondersi sotto qualche masso, perché il nibbio rapace in un attimo gli fu sopra e lo afferrò stretto con il becco. Il serpentello fu portato per aria dal nibbio e intuì che oramai non aveva più speranza. Il rapace lo avrebbe portato al nido perché divenisse pasto per tutta la famiglia. “Non farmi del male, ti supplico, liberami, io sono un povero serpentello, sono ancora giovane, non è giusto che muoia alla mia età!” Supplicava il serpentello “Ma che ti ho fatto?” Il nibbio non volle ascoltare le implorazioni del piccolo serpente.
A quel punto il serpentello, rendendosi conto di no aver più alcuna speranza, si rigirò su se stesso, s’afferrò al collo del nibbio e con coraggio conficcò i suoi denti nel collo del nibbio. Il rapace, sentì il veleno penetrargli, e agire come un fulmine. Dovette così aprire il becco e il serpente cadde al suolo, sano e salvo. Il nibbio invece, già aveva la vista oscurata, senza più forze, smise di battere le ali e precipitò a terra, come un peso senza vita. Ma non morì. Il piccolo serpente gli si avvicinò e gli disse: “Ti sta bene, rapace cattivo! Io non avevo nessuna intenzione di morderti e darti il mio veleno. Sei stato tu a costringermi. E ora sentirai che dolore, non morirai certo, ma ricorderai per sempre!” Ci vollero due giorni perché il nibbio riprendesse le sue forse e tornasse al volo ma, una cosa fu certa: il rapace da allora in poi stette ben lontano dal desiderio di cacciare un serpente!

Chi si mostra arrogante e crudele prima o poi paga personalmente per le sue malvagità.

Il nibbio che voleva nitrire. Una favola di Esopo

Il nibbio che voleva nitrire. Una favola di Esopo
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Il nibbio, durante il primo periodo della sua esistenza, molti molti anni fa, aveva il dono della parola, certo, parlava, non era una voce bella, ma comunque pungente e aguzza. Esso, però, era sempre pieno d’invidia e grande gelosia per tutto e su tutto. Sapeva di essere imparentato con l’aquila, ma questo, invece di essere un vanto, non faceva altro che alimentare il suo livore: capiva di essere inferiore e si rodeva il fegato dalla rabbia. Come si dice da sempre? Parenti serpenti. Invidiava gli uccelli variopinti come il pappagallo e il pavone, apprezzati da tutti. Persino dell’usignolo aveva invidia e mostrava disprezzo, tanto che ogni volta che lo incontrava il nibbio pensava: “Sì, ha una bella vocina ma é troppo delicata e sdolcinatamente romantica! Roba da donnine! Io voglio una voce imponente che faccia paura!” Un bel giorno di fine estate, mentre il nibbio stava tranquillamente appollaiato sopra un ramo di quercia, giunse improvviso un cavallo. Il quadrupede sudava tanto per aver corso un bel po’, si riparò proprio all’ombra della quercia, e si sdraiò per un riposino. Ma il povero cavallo, non vedendo una spina di rovo, si punse forte, e dal dolore, nitrì così forte che persino le foglie dell’albero caddero al suolo. “Mh, però, mica male, eh?” disse il nibbio. Questa è la voce che mi vorrebbe!” Da quel giorno il nibbio iniziò a provare quella nuova voce. Provò e riprovò, per tutto il giorno e per un po’ di tempo, finché la voce gli divenne rauca e quasi sorda. Allorché il nibbio rinunciò e dovette tornare alla sua vecchia voce, esso notò che, ahimè, gli era sparita. Proprio così, il nibbio aveva, a furia di sforzarla perso la sua voce! Cosi dovette accontentarsi di un suono stridulo, che gracchiava in modo insignificante, e lo tenne per sempre!

Chi, pieno di invidia, cerca di imitare ciò che non è nella sua natura, perde anche quello che già per dote e natura possiede.

Il lupo sazio e la pecora. Una favola di Esopo

Il lupo sazio e la pecora. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Grande giorno passava per un lupo assai conosciuto in tutta la foresta; noto per la sua voracità, e d’una fame senza fondo. Mai alzò zampa, né sostenne lotte con le zanne taglienti per procurarsi ottime prede. Tutte trovate casualmente, prede, fortuna sfacciata, a terra, belle pronte da essere pappate. In verità, probabile erano state colpite da qualche cacciatore. Comunque fosse andata il lupo fortunello s’era di già saziato in un pranzo così ricco e sostanzioso, che nemmeno un re avrebbe potuto permettersi. Dopo aver abbondantemente mangiato, il lupo satollo, si inoltrò nella foresta per fare due passi, e per ben digerire il pasto abbondante. Fu allora che incontrò una dolce pecorella. La poveretta, ahimé fu terrorizzata alla vista del predatore. Che era notoriamente suo nemico. Il lupo, rapido d’istinto predatore, afferrò la preda con le zanne, tenendola stretta, stretta. Ma lo stomaco gli ricordò che era inutile, perché da quelle parti non ci stava più nemmeno un lupino. Era sazio, insomma, completamente sazio! Occorreva però trovare una buona scusa per riuscire a liberarsi della pecora. Una valida , soprattutto un alibi credibile per quella preda pecora ancora in vita di fronte a n lupo, e per non compromettere l’onore acquisito del lupo. “Ci sono” Disse il lupo. E si rivolse alla pecorella, tutta tremante“ Dunque, signorina pecorella, oggi voglio lasciarti andare solo se saprai espormi tre desideri, ma voglio che tu sia onesta e sincera. La pecorella sconcertata, dopo aver riflettuto un po’ rispose: “Bè, se proprio debbo essere sincera, caro lupo, anzitutto, avrei voluto non incontrarti. Seconda cosa, se proprio il destino mi ha assegnato questo spiacevolissimo incontro, pazienza, avrei voluto trovarti cieco, le orecchie strappate, col naso tagliato, e pestato a sangue da qualche leone. Ma visto che nessuno di questi desideri è stato esaudito, adesso vorrei che tu e tutta la tua razza mangiaste carogne, e avveleniate nella bile, e facciate una fine miseranda, perché tu lupo e tuoi familiari, siete l’incubo di noi pecorelle. Appena la pecorella ebbe pronunziate queste terribili parole, scese il silenzio. Il lupo rimase a guardare la pecorella, la pecorella fece altrettanto, si attendeva che qualche assalto da un momento all’atro il lupo lo avrebbe fatto. Ma, inspiegabilmente e inaspettatamente il lupo cattivo, invece di adirarsi, come logico sarebbe stato, dichiarò: “Bene, apprezzo la tua sincerità, o pecorella. Hai avuto molto coraggio a dirmi ciò che pensavi, e per questo ti lascerò libera!” E così dicendo il lupo liberò la pecorella e, con un cenno di saluto, la invitò ad allontanarsi, libera.

La sincerità è sempre apprezzata dalle persone intelligenti, che non si offendono di fronte a chi si mostra comunque onesto e leale.

Il lupo e la vecchia. Una favola di Esopo

Il lupo e la vecchia. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un lupo affamato era in cerca di preda. Al limite di un villaggio udì, dentro una casa, un bimbo che piangeva e una vecchia che gli diceva: – Se non smetti di piangere ti darò al lupo. Il lupo non proseguì e aspettò che gli dessero il bambino. Calò la notte, lui continuava ad aspettare. Ed ecco che sentì la vecchia che diceva: – Non piangere, piccolino, non ti darò al lupo. Se il lupo viene, lo uccideremo. Il lupo, allora, pensò: «Si vede proprio che qui dicono una cosa e ne fanno un’altra» E se ne andò via dal villaggio.

La favola è per gli uomini che non mostrano coerenza tra le parole e le azioni.

Il lupo e la capretta. Una fiaba di Esopo

Il lupo e la capretta. Una fiaba di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Una capretta sventurata si era allontanata dal resto del gregge. Smarrì la strada e si mise a belare belare come una disperata, nella speranza che la mamma capra potesse ritrovarla. Ma non ci fu niente da fare. Quel suo belare forte, ahimé, attiro l’attenzione di un lupo, il quale lupo la stava seguendo per trasformar quella bestiolina di capra in uno stuzzichino. Ma la capretta coraggiosa si voltò verso il lupo e gli disse: – Caro lupo, io lo so che stai pensando di mangiarmi. – Io? – Che ti credi che non lo sappia? – Ah, lo sai, dunque. Beh, mi dispiace, avanti cosa vuoi che di te mangi per primo? – Aspetta signor lupo, se devo morire, ti prego, lasciami esprimere un ultimo desiderio. – Ma che dici? – Sì è sempre generosi con chi sta per essere divorato. – Avanti, capretto, sbrigati, quale desiderio? – Mi suoneresti il tamburello? – Il tamburello, vuoi che io suoni il tamburello, e perché? -Cosi potrò danzare almeno un pochino, prima che finisca nelle tue fauci e morire. – D’accordo, ma sbrighiamoci.
Mentre il lupo batteva sul tamburello e la capretta danzava, i cani che stavano lì d’intono sentirono quel fracasso e si avvicinarono. Appena videro il lupo subito si misero a rincorrerlo. Il lupo, scappò correndo a perdifiato, ma si voltò un momento per dire alla capretta: – Accidenti, a te. Ecco, ben fatto a me. Me lo merito, proprio! Ho voluto fare il musicista quando non sono altro che un misero macellaio!

E così, chissà quanti non tengono conto di quel che già possiedono, mentre agiscono senza considerare con attenzione inganni e circostanze; per poi perdere inevitabilmente quel che già stringevano tra le mani.

Il lupo e l’airone. Una favola di Esopo

Il lupo e l’airone. Una favola di Esopo
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Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un lupo, dopo aver divorato un bel pollo, si ritrovò un ossicino che glie era rimasto incastrato tra i denti. Non c’era modo di levarlo. Andò dappertutto sperando di trovare qualcuno di buon cuore che riuscisse a levargli quel fastidiosissimo ossicino di pollo. Nel suo girovagare il lupo incontrò un airone, al quale chiese supplichevole di levargli fuori l’ossicino dai denti.
L’airone chiese al cosa il lupo gli avrebbe dato in cambio, e il lupo promise una generosissima ricompensa.
L’airone si avvicino, infilò il suo lungo becco tra i denti del lupo e con un rapido e preciso scatto tolse il fastidiosissimo ossicino.

  • Ecco qua, messer lupo, detto fatto! – disse l’airone. – Ora, di grazia, vorrei mantenessi la tua promessa!
    Ma il lupo rispose:
  • Amico gentil airone, se non sbaglio tu hai introdotto il becco nella mia bocca, tra le mie fauci, che sono quelle di un lupo.
  • Lo so, rispose l’airone.
  • Ah ecco lo sai. E dunque hai pure il coraggio di chiedere un premio? Amico gentil airone, sappi che dovresti essere contento di aver ancora il becco tutto intero!

Il maggior guadagno per un beneficio offerto e donato ai malvagi potenti consiste nel non avere in cambio un torto o un sopruso da parte loro