La volpe e l’uva. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta una volpe, furba e presuntuosetta. Capitò che un giorno, mentre gironzolava per i campi in cerca di cibo, si ritrovasse in una vigna. Era settembre inoltrato e la vigna era ben fornita di uva gonfia di sole e ben matura; pronta al taglio. La volpe s’addentrò ancora più nel bel mezzo della vigna proprio per non essere vista, e quando fu certa che nessuno la vedesse spiccò un grande salto per afferrare qualche grappolo di uva dolce. Ma, ahimé, quella vigna aveva i tralicci, da dove pendevano i grappoli d’uva, alti, troppo alti. Per un po’ l’animale provò ad afferrare i grappoli con qualche salterello. Ci riprovò saltando con più forza, spingendo sulle zampe con quanta più determinazione potesse, ma non c’era niente da fare.
“Calma, devo stare calma” si disse la volpe, “Non posso arrendermi, proprio ora, non sia mai che il mondo mi derida per un qualche chicco d’uva. Avanti riproviamoci!” Ma nonostante tutti gli sforzi che la volpe praticasse per cogliere quei grappoli che pendevano dai tralicci, non ci fu modo per raggiungerli. Finché, esausta, la volpe furba e presuntuosetta disse: – Ma sì, ma sì, pazienza, pazienza, si vede che non è ancora matura, e poi non mi va di sprecare fatica per un frutto acerbo”. E si allontanò mestamente e fischiettando.
Svilire ciò che non si è in grado di fare è tipico del borioso, a volte una sana umiltà aiuta a vivere meglio.

La volpe e il corvo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un corvo aveva rubato un bel pezzo di carne, e se ne stava sul ramo più alto di un faggio.
Passò una volpe e vide quel magnifico pezzo di carne.
Si fermò sotto l’albero e disse: – Oh, come sei bello, signor corvo! Le tue piume sono nere come la notte buia lucidata dalla luna! E che coda superba che hai! Un vero fiore! Un vero campione di eleganza. E le ali imponenti! Ma chi… Ma chi dice che l’aquila abbia le ali più belle di tutti i volatili, non ha mai visto le tue, caro corvetto superbo d’ogni! Ma tu, accidentaccio, potresti essere il re degli uccelli… ma che dico, il re di tutti gli animali, se non ti mancasse…
Qui la volpe tacque, d’improvviso. Il corvo, lassù in cima al faggio, chinò il capo e guardò in basso impaziente. Avrebbe voluto chiedere che cosa gli mancasse per essere il re degli animali e di tutto, ma, avendo la carne nel becco, non poteva parlare.
La volpe sospirò e sospirò ancora e disse:

  • eh sì, potresti davvero essere il re degli animali, se solo potessi parlare, ma la voce ti manca, ti manca, carissimo corvetto! Che ingiusta cosa è a volte la natura di certi uccelli. Pazienza, dobbiamo accettare e guardare avanti.
    Il corvo si tormentava sul ramo, nervosissimo. Da sotto, la volpe seguitava a sospirare accarezzando l’erba con la sua grande coda.
    Alla fine il corvo aprì il becco e gracchiò:
  • Cra! Cra! Cra! Cra! Ma chi dice che mi manca la voce? Chi lo dice? Cra! Cra! Cra! E Cra!-
    E proprio in quel momento il gustosissimo e bel pezzo di carne si staccò dal becco del povero corvo e cadde giù.
    La volpe fu velocissima: addentò la carne caduta dal becco del corvo e si allontanò deridendo il corvo:
  • Ma sì masì, la voce tu ce l’hai, mio caro corvetto. Quel che però mi pare ti manchi per essere il re degli animali è il cervello! Stammi bene messer corvetto.

Non bisogna mai cedere alla vanità, anche se qualcuno ci riempie di lodi e complimenti, perché potrebbe non essere sincero e avere uno scopo malvagio.

La volpe con la pancia piena. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

L’inverno era ormai alle porte. Gli alberi non avevano più foglie e non offrivano più un riparo sicuro e i piccoli animali si erano già preparati ad affrontare il freddo. Una giovane volpe vagava solitaria in cerca di un po’ di cibo. Erano molti giorni che non mangiava. Le sue prede si erano rifugiate nelle proprie tane nutrendosi con le scorte di cibo raccolte durante l’estate, ed era impossibile stanarli. Così, il povero animale camminava sconsolato pensando che la fame era veramente una brutta nemica.
All’improvviso sentì un profumo delizioso che le stuzzicò le narici. La volpe si avvicinò al punto da cui proveniva il profumo e finalmente vide un enorme pezzo d’arrosto ben sistemato nell’incavo di una quercia. Sicuramente era il pranzo dimenticato da qualche pastore.
L’animale si introdusse nella cavità della quercia, riuscendo ad entrarvi seppure con molta fatica.
Quando fu all’interno della quercia poté divorare la carne in un boccone. Trascorsero alcuni minuti, e appena finito di mangiare l’arrosto, la volpe, decise di uscire dall’incavo della quercia. Ma appena tentò di uscire dal buco da cui era entrata, la povera bestia scoprì di non potercela fare, non ci passava proprio! La volpe aveva mangiato troppo, tanto che la sua pancia oramai era diventata spaventosamente grande, troppo grande. Spaventatissima si sforzò cosi tanto per uscire che alla fine rimase irreparabilmente incastrata nell’incavo della quercia, e piena di ferite!
Lo sfortunato animale iniziò a gridare finché una seconda volpe passando la vide e saputo quanto fosse accaduto disse: “E’ inutile strillare, amica mia. Avresti dovuto avere pazienza ed aspettare tranquilla all’interno della pianta fino a quando la tua pancia non fosse tornata come prima. Invece l’impulsività ti ha ridotto in questa condizione e ora dovrai comunque aspettare finché non smaltirai ciò che hai mangiato”. Così, la povera volpe rimase incastrata nella cavità per più di un giorno, rimpiangendo il calduccio che avrebbe trovato se avesse aspettato paziente all’interno della quercia.
La pazienza e il tempo sono degli ottimi alleati per affrontare le difficoltà.

La tartaruga e l’aquila. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Una tartaruga pregava l’aquila perché le insegnasse a volare, e più questa cercava di dimostrarle che era contro natura, più quella, la tartaruga, insisteva nella sua richiesta. Allora l’aquila l’afferrò con i suoi artigli, la sollevò in alto, e poi la lasciò cadere. La tartaruga cadde su una roccia e si fracassò. e non vi dico l’aquila poi che ne fece, ma, ve lo potete immaginare.

La rana e il bue. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

  • La rana osservava il bue vicino allo stagno. Era bello, imponente e forte.
  • Ah, se solo pure io fossi cosi.
  • Ma cosa sentono le mie orecchie, – disse un’ altra rana sporgendosi dalle canne dello stagno. – Non sai fare altro che sogni impossibili di grandezza, soprattutto per una rana.
    La rana, infatti, era così piccina che il bue manco riusciva a vederla. Ma lei, piccola ranocchietta, vedeva il bue, eccome, e molto molto bene: perciò lo ammirava nella sua imponenza, tanto che quasi crepava dall’invidia.
    Così, prese quanta più aria potesse e si gonfiò tanto, e chiese alle altre rane se adesso non era lei più grande del bue.
  • Ah ah ah, ma non ancora, ma quando mai! – risposero quelle.
    La rana, prese ancora più fiato e si gonfiò.
  • E adesso, chi è il più grande fra noi?
  • Il bue, – risposero le rane.
    Indignata, la rana si gonfiò ancora di più ancora di più ancora di più…
    -E adesso? – Il bue!
    E la rana gonfiò e gonfiò ancora! Finché: Buuuhhhhmmm. Scoppiò, in tanti pezzetti, che si sparsero dappertutto.
  • Avete visto, amiche mie, – disse indignata una delle altre rane, – non c’è modo di farsi più grandi di quel che già si è.

La pulce e il bue. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un giorno una pulce appariva assai poco vivace. Di solito non era così, ma quel giorno le alucce pareva non avessero nessuna voglia di mettersi in volo, così come le zampette parevano legate, restavano immobili e non ne volevano sentire di saltellare, come spesso facevano. Era graziosa la pulce, di solito nervosa, ma quella mattina non ci fu modo perché si ravvivasse. La noia oramai dominava i suoi pensieri. Decise così, la pulce, di andar alla fattoria, a far visita al suo amico il bue.
Il grande animale pascolava quieto nel campo ricco di germogli ed erba fresca, ogni tanto aizzava la coda e scuoteva i suoi fianchi nel tentativo di scacciare qualche fastidiosissimo insetto
La pulce, agilmente, raggiunse il suo animale amico. Con formidabili giravolte l’animaletto andò a posarsi davanti a lui. “Salute a te” Gridò con una vocina stridula. “Oh, salute a te”. Rispose cortesemente il bue accostando il suo grosso muso al corpicino dell’insetto. “Sai”, disse la pulce “avevo voglia di parlare con qualche amico”
“Volentieri amica pulce, e di cosa desideri parlare?” Chiese il bue. “Non so…, ecco, per esempio, narrami un po’ del tuo lavoro “
“Io lavoro per il mio padrone uomo svolgo faticosi compiti. Il mio padrone é un contadino e per lui tiro l’aratro, obbedisco a ogni suo volere”. Spiegò il bue. “Che strano!” disse la pulce “Io piuttosto non prendo ordini da nessuno e mi riposo quando lo desidero. L’unica cosa a cui devo fare attenzione è di non essere schiacciata alle mani di qualcuno. Ma tu che ci guadagni da tanta fatica?” Il bue, con un po’ di commozione, disse: “Ecco vedi, quelle mani di cui tu hai paura, si tramutano per me in carezze”. Mentre il bue parlava qualche lacrima gli calava dal muso. “L’uomo apprezza il lavoro che svolgo per lui e mi ripaga con tanto affetto.” La pulce, sorpresa dal piangere improvviso del suo amico bue, si allontanò con discrezione, riflettendo a quanto avesse sentito.

Eh sì. A volte è assai arduo capire come per certi uomini l’affetto possa essere il miglior dono per il proprio lavoro.

La pelle dell’orso. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Da qualche giorno un orso feroce si faceva vedere nel bosco. Era così spaventoso che tutti coloro a cui capitava la disgrazia d’incontrarlo fuggivano atterriti al villaggio, e si chiudevano in casa.
Ormai per le strade e nelle taverne non si parlava che dell’orso, di quanto fosse feroce e senza pietà, si faceva la conta persino di quante pecore avrebbe potuto sbranare in un agguato.
Due amici cacciatori, che si vantavano di aver ucciso leoni e pantere, decisero che era arrivato il momento di dimostrare a tutti il loro coraggio. Annunziarono l’intenzione di uccidere l’animale. Erano così sicuri di ammazzarlo al primo incontro che si recarono da un pellicciaio loro amico e gli dissero:
-Quanto ci dai per la pelle dell’orso?
-Vi do tanto e tanto.
-Bene! E’ meglio che tu ci paghi subito, perché noi entro questa sera ti porteremo la pelliccia dell’ animale. Detto fatto, il pellicciaio comperò la pelle dell’orso e i due cacciatori andarono a prendere fucili e coltelli e poi s’avviarono verso il bosco. Man mano che s’inoltravano tra gli alberi, però,
i due amici cominciarono a sentire la paura. E quando, d’improvviso si trovarono di fronte all’orribile orso, furono presi da un tale terrore che abbandonarono le armi e cercarono di mettersi in salvo.
Uno s’arrampicò su di un albero; l’altro, non sapendo che fare, si buttò per terra e si finse morto.
L’orso, che era meno feroce di quanto sembrasse, gli si avvicinò, lo fiutò, lo rovesciò con una zampa, lo fiutò ancora a lungo sulla testa, poi, si allontanò. Allora, scampato il pericolo, il cacciatore che era sull’albero scese e disse tutto agitato al compagno:
-Sei stato bravissimo a cacciar via l’orso! Ma senti: ho visto che ti ha parlato a lungo all’orecchio. Che ti ha detto?


-Mi ha detto che non bisogna mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato.

La lepre e la tartaruga. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Da sempre quella lepre derideva la povera tranquilla tartaruga.

  • Mamma mia quanto sei lenta! Come sei lenta! Guarda me e stupisci: con un solo salto vado così lontano che ti ci vorrebbero due giorni per raggiungermi!
    E ogni giorno la stessa storia, sempre a ripetere alla tartaruga che lei, la lepre, era più veloce. Un giorno la tartaruga si stufò e disse alla lepre:
  • Cara mia signorina lepre, sappi che non sempre il più veloce arriva per primo.
  • Come? Ah ah a ah…- Vorresti forse insinuare che se facessimo una gara arriveresti prima tu?
  • Voglio dire soltanto quel che ho detto.
  • Ah sì? Bene, allora ti lancio una sfida. Facciamo una gara e vediamo chi arriva primo. Che ne dici?
    La tartaruga accettò la scommessa, in cuor suo non sapeva nemmeno perché avesse aderito, ma oramai la sfida era lanciata.
    E partirono. Come fosse un fulmine la lepre era già lontana. Poi, durante la corsa, si fermò:
  • Ma che gusto c’ho a correre così? C’è tempo per me, è chiaro che vincerò, ma voglio aspettare la tartaruga.
    La lepre sedette sotto un cespuglio e attese la tartaruga. Passò un bel po’ di tempo, finché, vinta dal sonno, la lepre si addormentò. Mentre dormiva, la tartaruga transitò, e vide la lepre addormentata sul prato, ma non volle svegliarla e proseguì per la sua strada. Dopo un poco, la lepre fu svegiata dalle grida di giubilo che giungevano dal traguardo. Si ricordò della gara, si alzò e corse corse corse a perdifiato verso il traguardo. Ma la tartaruga era già arrivata e salutata come gran vincitore da tutti gli animali.
  • Tu sei molto più veloce di me, – disse la tartaruga alla lepre, – ma non basta, a quanto pare, non sempre il più veloce arriva per primo.

Spesso sono l’impegno e la costanza a vincere contro quelle doti che, seppure superiori, vengono trascurate.

La lepre e il cane da caccia. Una favola di Esopo

Adattamento emessa in voce di Gaetano Marino

Una lepre disse una volta a un cane da caccia:

  • Perché abbai quando ci insegui? Ci prenderesti più in fretta se corressi senza gridare. Con il tuo abbaiare non fai che spingerci verso il cacciatore; egli sente dove noi scappiamo, ci corre incontro con il fucile, ci uccide e a te non dà niente.
    Rispose il cane:
  • Non per questo io abbaio; io abbaio soltanto perché quando sento il tuo odore, m’infurio, e nello stesso tempo mi rallegro perché sono sul punto di acchiapparti; e neppure io so perché non posso trattenermi dall’abbaiare.

Nulla è più forte di quanto non sia il richiamo della propria natura, qualunque sia il proprio destino

La leonessa e la volpe. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Tranquillamente accovacciate all’ombra di una fiorente pianta posta all’interno di una foresta, una leonessa calma e serena e una mite volpe, chiacchieravano come due vecchie comari.
Ma, sarebbe bastato ascoltare con maggior attenzione per comprendere e scoprire che le due amiche comari, l’orsa e la volpe, l’invidia era nascosta nelle loro parole.
Tutto sommato la volpe, avrebbe voluto lo stesso coraggio e la stessa forza che possedeva l’amica leonessa. E alla leonessa le sarebbe stato assai utile conquista un po’ della furbizia di comare volpe. Ebbene, pur con le piccole gelosie che stavano lì attorno, nelle parole, appunto, le due amiche si contenevano sempre in dialoghi corretti, tra sorrisini e complimenti, di cui però sapevano bene non esserci davvero grande sincerità.
Venne un giorno, e mentre attraversavano il bosco con i cuccioli che correvano con gioia, intorno a loro, la volpe non riuscì più a trattenersi, l’invidia le spremeva la bile e scappava dagli occhi.
“Mia cara leonessa, amica mia” disse atteggiandosi a gran signora e indicando con lo sguardo i suoi piccoli, “tu avrai anche un incedere da regina, potrai possedere grande forza e resistenza, e vigore, ma, in quanto a istinto materno, bisogna dire, e ammetterai, che qui sono più la più adatta. Guarda, ammira, i miei volpacchiotti, sono tanti e giocano tra di nella spensieratezza. Invece, mi duole dirlo, mia cara leonessa, amica mia, tu, lo sai, hai fatto solo un cucciolo, poveraccio, ed è così triste senza qualche fratellino con cui giocare!”
La leonessa, senza nemmeno un solo battito di emozione, non si scompose, e disse: “Certo mia cara volpe, amica mia, io ho messo al mondo un solo cucciolo. Ma, vedi, questo leoncino vale assai, più d’ogni altro animale. Egli è un leone e, una volta cresciuto, si sa, diverrà un Re! E non sarà lui a pretenderlo, ma l’intero mondo degli animali di questa foresta lo vorrà, e lo proclamerà Re.”
La volpe, rimase un attimo muta, e non avendo altro che dibattere, rassegnò la coda tra le gambe, deglutì la propria invidia e non poté altro fare che rassegnarsi ad accogliere ciò che la natura aveva sentenziato e deciso.

Ecco qua: invidiare inutilmente quel che non si può avere per natura è tempo sprecato, perché ognuno può essere vanto e orgoglio solo per ciò che madre natura gli ha donato.

La formica. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un tempo, quella che oggi è la formica era un uomo che faceva il contadino e, non contento del frutto del suo lavoro, guardava con invidia quello degli altri e continuava a rubare il raccolto dei vicini.
Sdegnato della sua avidità, Zeus lo trasformò in quell’insetto che noi oggi chiamiamo formica; ma esso non mutò le sue abitudini, perché gira ancora nei campi, raccoglie il frutto del lavoro altrui e lo conserva per se.

La favola ci insegna che chi è cattivo di natura, anche se punito duramente, non muta le proprie abitudini.

La donnola e il gallo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Una donnola aveva preso un gallo e cercava un pretesto plausibile per mangiarselo.
Cominciò allora ad accusarlo di essere molesto agli uomini, perché cantando non li lasciava dormire.
Ma il gallo si difendeva affermando che lo faceva nel loro interesse, affinché si svegliassero per attendere alle faccende quotidiane.
E lo accusava di violare le leggi di natura, accoppiandosi con sua madre e le sue sorelle.
Ma egli asseriva che anche questo lo faceva nell’interesse del padrone, perché così le galline facevano molte uova.
Allora la donnola esclamò:

  • Sì, certo, sai trovare delle belle giustificazioni. Ma io non voglio per questo rimanere a bocca asciutta!
    E se lo mangiò, tutto.

Gli uomini di indole malvagia, quando decidono di far del male a qualcuno, se non riescono a trovare una ragione plausibile, agiscono comunque in modo criminale e apertamente.

La cornacchia che voleva imitare l’aquila. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un giorno un pastore portò il suo gregge a pascolare in un grande prato.
D’improvviso da dietro un grande albero spuntò un aquila che con i suoi grossi artigli si gettò su un piccolo vitello, l’afferrò e se lo potò via.
Il pastore si disperò molto della grave perdita.
Non lontano un cornacchia aveva assistito alla scena , e volendo imitare l’aquila decise di fare lo stesso.
Così si gettò sopra a un altro vitello e gracidando fece per prenderlo. Ma i suoi artigli si impigliarono nella lana, e non riuscì a liberarsi.
Il pastore, infuriato, acchiappò la cornacchia, le tagliò le ali e la sera la donò ai figli perché ci giocassero.

  • Papà, ma che animale c’hai regalato? Dissero i figliuoli del pastore. E il pastore disse:- E’ una cornacchia sciocca che pensava d’essere un’aquila

Bisogna essere sempre felici di quel che siamo, e non invidiare, o peggio ancora, cercare di assomigliare a qualcun altro.

La colomba e la formica. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un giorno una formica affaticata dal troppo lavoro, andò a sorseggiare un po’ acqua fresca al fiume. Si sporse troppo e cadde in acqua. La corrente la portò via, e la formica cercava di non annegare.
Ma quello doveva essere comunque il suo girono fortunato, perché dall’alto la vide una colomba, che prese un rametto e lo gettò nel ruscello.
Aggrappandosi la formichina riuscì a salvarsi.
Passò qualche tempo, e una sera la formica stava passeggiando, quando vide un cacciatore che sistemava delle piccole trappole per catturare gli uccelli. Erano dei piccoli rametti ricoperti di vischio e chiunque avesse avuto la sfortuna di appoggiarsi sopra, sarebbe rimasto incollato e preso in trappola. Per caso da quelle parti si trovava anche la colomba che era sul punto di posarsi su uno di quei rametti.
Allora la formica, diede un morso fortissimo al piede del cacciatore, e questi lasciò cadere tutti i rametti, lanciando un grido di dolore. La colomba udite le grida del cacciatore fuggì spaventata, e la formica riprese la sua strada.

La morale della favola è : se aiuterai il tuo prossimo il favore ti sarà ricambiato

La cicala e la formica. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Sedeva gioiosa e luminosa sopra un frutto succoso la cicala canterina. S’era d’estate, il sole scaldava, e e la cicala suonava e cantava, e nient’altro faceva. “Che bisogno c’era di faticare?”, pensava la cicala canterina, e osservava una famigliuola di formiche laboriose che lavoravano dalla mattina alla sera, senza fermarsi mai, tutta l’estate. Le poverelle se ne andavano da presto in giro per i campi a raccattare qualche frutto, qualche briciola di pane, qualche seme, o persino qualche carcassa d’animali defunti. Sempre così. “Ma che senso ha trasportare tutto quel cibo sin dentro la loro tana, se basta guardarsi d’intorno per vedere quanta delizia di cibo abbiamo in abbondanza”? Si domandava la cicala canterina. “Follia a me pare, follia.”
Ma passò l’estate, poi l’autunno e infine venne l’inverno buio, con il suo freddo e le gelate. La cicala, tremante e affamata, mise da parte il bel canto e lo strumento, e andò dalle formiche che facevano asciugare il grano all’ultimo sole. E bussò

  • Chi è che bussa alla nostra porta?
  • Oh, formichine care e generose, per favore, mi dareste un po’ da mangiare? Muoio di fame. Mi date un poco del vostro cibo, per favore? Ne avete tanto!
  • Ah, si? Cicala bella e canterina, ma tu che hai fatto quest’estate mentre noi faticavamo per mettere da parte un po’ di proviste?
  • Beh, io ho cantato e suonato per tutto il tempo.
  • E non potevi mettere anche tu al sicuro un po’ di cibo?
  • Eh no, io non avevo tempo, dovevo cantare, dovevo suonare.
  • Oh beh, se hai cantato e suonato per tutta l’estate, allora perché in inverno non ti metti a danzare?

Non bisogna mai essere indolenti, se non ci si vuole trovare poi esposti a sofferenze e pericoli

L’usignolo e lo sparviero. Una favola di Esopo.

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Posato su un’alta quercia, un usignolo, come al solito, cantava.
Lo vide uno sparviero affamato, che gli piombò addosso e se lo portò via.
Mentre stava per ucciderlo, l’usignolo lo pregava di lasciarlo andare, dicendo che esso non bastava a riempire lo stomaco di uno sparviero:
avrebbe dovuto rivolgersi a qualche uccello più grosso, se proprio avesse bisogno di mangiare.
Ma lo sparviero lo interruppe dicendo:

  • Sciocco sarei, ma proprio tanto, se lasciassi andare il pasto che ho qui pronto, per correre dietro a quello che non si vede ancora!
    E se lo mangiò!

Anche tra gli uomini sono incoscienti e sprovveduti tutti coloro che, per l’ambizione e la speranza di ottenere maggiori guadagni, si lasciano sfuggire inutilmente ciò che già hanno solidamente sotto mano.

L’uomo morsicato dal cane. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un uomo era stato morsicato da un cane.
Pieno di spavento cominciò a correre qua e là, cercando qualcuno che fosse in grado di curare le sue ferite.
Incontrò un amico che gli disse che avrebbe dovuto inzuppare nel sangue che gli usciva dalla ferita un pezzo di pane, e poi darlo da mangiare al cane che l’aveva morsicato.
Ma l’uomo ferito disse che se avesse fatto come l’amico gli suggeriva, tutti i cani della città avrebbero cercato di morsicarlo.

La malvagità e l’arroganza umana, se elogiate e lusingate, vengono stimolate e incoraggiate ad agire assai peggio che prima.

L’uccellino e il pipistrello. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un uccellino se ne stava tranquillo e sereno nella sua gabbia, appesa accanto alla finestra. Al calar della notte, l’uccellino cinguettava il suo canto, prossimo alla buona dormita.
Nel frattempo Un pipistrello lo vide e lo senti cantare. Gli si avvicinò per domandargli perché cantasse solo la sera, quando il buio stava per dominare ogni cosa, e mai mai di giorno.

  • So il fatto mio, caro pipistrello, – replicò l’uccellino. – Vedi, quando fui acciuffato e messo in questa gabbia, io cantavo tanto, e cantavo bene, ma tanto tanto tanto, eccome, ma di giorno, alla luce del sole, mi scoprirono e fui catturato. È stata una lezione che non scorderò mai.
  • Ma a che ti può servire ora tanta prudenza? – disse il pipistrello. – Avresti dovuto averne prima di prudenza.

La favola ci dimostra che a nulla serve pentirsi o recriminare dopo che s’è verificata una disgrazia

L’inverno e la primavera. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

La Primavera e l’Inverno sono due stagioni completamente opposte che non sono mai riuscite ad andare d’accordo. E questo si sa. Fortunatamente esse non devono convivere, infatti, quando una compare l’altra deve umilmente ritirarsi, andare via. Sempre stato così.
Un giorno il signor Inverno si trovò faccia a faccia con la signorina Primavera. La vecchia stagione disse: “Mia cara amica, tu non sai essere decisa e definita. Quando giunge il tuo tempo, la primavera, la gente e gli animali corrono fuori dalle loro case, o dalle loro tane, e si spargono in ogni luogo, in ogni prato pieno di fiori. I tuoi frutti vengono raccolti e divorati con il baccano e la cagnara che tutti fanno, non ti permettono neppure di riposare in pace.
Invece io, cara mia primavera, chiedo rispetto. Io dono la nebbia, il freddo e il gelo. La gente si rinchiude in casa e non esce quasi mai, temono le malattie, e così mi lasciano riposare tranquillo”.
La bella e dolce Primavera, colpita da quelle parole, rispose:
“Mio caro signor inverno. Il mio arrivo è desiderato da tutti, si ricomincia, e le persone mi amano. Tu non puoi nemmeno immaginare quale sia la gioia che provo. E’ una meravigliosa ebrezza che tu, freddo come sei, puoi solo far gelare i cuori di ognuno”. L’inverno non poté dire nulla.

Eh sì, per ottenere rispetto ed amore non serve la forza, o far paura, la bontà e la delicatezza donano buoni frutti.

L’astronomo e il pozzo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un astronomo aveva l’abitudine di uscire tutte le sere a studiare le stelle. D’altronde era il suo mestiere.
Una notte che s’aggirava nella campagna con gli occhi sempre rivolti al cielo, non vide un pozzo e ci cascò dentro. Tutto intero.
Mentre si lamentava e gridava, un passante gli si avvicinò. Saputo cos’era capitato all’astronomo, gli disse:

  • Mio caro, tu cerchi di sapere quello che c’è lassù, nel cielo, sempre con gli occhi lassù, e intanto non vedi quello che c’è quaggiù, sulla terra, e sei finito in un pozzo.

Questa favola ci dimostra quanto certi uomini si vantano per aver raggiunto imprese straordinariamente impossibili, ma non sono capaci di realizzare azioni e imprese comuni a tutti.

L’asino selvatico e l’asino domestico. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un asino selvatico vide un asino domestico, gli si avvicinò e si mise a lodarlo per la sua bella vita: com’era grasso, e che buon cibo doveva ricevere! Ma poi, quando l’asino domestico fu caricato col basto, e quando il conducente cominciò a spronarlo con il randello, l’asino selvatico disse:

  • No, fratello, ora non ti invidio più: vedo che la tua vita ti costa sudore.

Ecco perché non sono proprio invidiabili i guadagni che si raggiungono a prezzo enorme di rischi, pericoli e fatiche assai.

L’asino e le cicale. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Sentendo cantare le cicale, un asino, pieno d’invidia per quella voce melodiosa, chiese loro che cosa mangiassero per poter emettere tali suoni.

  • Rugiada, noi mangiamo e beviamo tanta rugiada. Risposero le cicale.
    L’asino volle anche lui provare a cibarsi di rugiada, ma aspettando che scendesse, morì di fame.

Ed ecco che anche coloro che hanno aspirazioni contro la propria indole, oltre a non realizzarle, vanno inesorabilmente incontro alle peggiori disgrazie.

L’asino che riteneva fortunato il cavallo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un uomo aveva un asino e un cavallo. Mentre camminavano insieme per strada, disse l’asino al cavallo:

  • Mi pesa troppo, non posso portare tutta questa roba! Prendine tu almeno un po’!
    Il cavallo non gli diede ascolto. Per la fatica l’asino cadde e morì.
    Quando il padrone ebbe caricato sul cavallo la soma dell’asino e in più la pelle, gemette allora il cavallo.
  • O che guaio, poveraccio me! Come sono disgraziato! Non ho voluto dare un piccolo aiuto all’asino e ora porto io tutto il carico e, per di più, la sua pelle!

Non bisogna invidiare quanti hanno il potere e sono ricchi, ma, considerando l’invida che li circonda e i pericoli e i rischi che corrono e sopportano, meglio essere contenti piuttosto della povertà.

L’aquila e lo scarafaggio. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un’aquila inseguiva una lepre per farne preda. La povera bestiolina non sapeva come e dove trovare scampo. Nella fuga vide per caso uno scarafaggio, e disperata, la lepre, chiese a lui, allo scarafaggio, scampo e aiuto. Lo scarafaggio la rassicurò e, appena l’aquila gli si avvicinò, la pregò tanto di risparmiare la povera lepre, che era una sua carissima amica, di non portarla via, insomma. Ma l’aquila, figuriamoci, quasi se la rideva, non curandosi della supplica dello scarafaggio, in un attimo agguantò con i suoi possenti artigli la lepre e se la mangiò, proprio lì davanti allo scarafaggio.
Fu un oltraggio che lo scarafaggio non dimenticò. Da allora inseguì l’aquila in ogni dove, in ogni luogo, con paziente costanza. Guardava dove essa facesse il nido e deponeva le uova. Così che ogni volta lo scarafaggio volava al nido quando l’aquila era in giro per cercar cibo, si posava accanto alle uova e con le zampe posteriori le faceva srotolare oltre i bordi del nido finché esse cadevano giù e si rompevano.
Accade dunque che l’aquila, non sapendo come mai le sue uova si spiaciccassero al suolo, un giorno si rivolse a Zeus e lo implorò di donarle un luogo sicuro, dove poter fare le sue covate. Zeus allora le permise di deporre le uova sul suo grembo. Ma lo scarafaggio non si scoraggiò, raccatto per il campo una ciambella di sterco di bue, bella grossa, bella grande e odorosa, la raccolse e insieme ad essa volò sopra il grembo di Zeus sopra cui la lasciò cadere.
Il dio, quando si accorse di quella palla di sterco di bue inorridì, i brividi gli percorsero la schiena, sgranò gli occhi… “Eh, ma che schifo!” Subito d’impulso, per liberarsi da quella cosa immonda e puzzolente, si alzò in piedi di scatto, e le uova caddero a terra e si ruppero.
Da quel tempo, si sa, o pare, che nella stagione in cui appaiono gli scarafaggi le aquile non facciano il nido.

Non si deve mai disprezzare nessuno, poiché non esiste chi sia tanto debole da non potersi un giorno vendicare con ferocia, se offeso o insultato.

L’aquila e il gufo. Una favola di Esopo.

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Come si sa l’aquila e il gufo sono entrambi uccelli rapaci che vanno in giro l’una di giorno e l’altro di notte per assalire le loro prede.
Un giorno un gufo e un’aquila, che avevano timore l’uno dell’altra, fecero un patto: il gufo non avrebbe mai assalito i figli dell’aquila, e l’aquila non avrebbe mai assalito i figli del gufo.
Giurarono solennemente. Poi il gufo chiese all’aquila:
-Tu conosci i miei figli?-
-Io? no!- rispose l’aquila.

  • Ma se non li sai riconoscere, qualora dovessero capitarti tra gli artigli te lei mangeresti di sicuro.
    -Se vuoi che non tocchi i tuoi figli- rispose l’aquila –dimmi come sono.
    E il gufo, e cominciò a parlare dei suoi figli dicendo che erano bellissimi, e che nessuno poteva superarli in bellezza e grazia:
    -Sono così belli- diceva -che se ti capitasse di incontrarli dirai “Ecco sono quelli” . Se terrai bene a mente la mia descrizione
    non potrai sbagliare.
    Non passò molto tempo che un giorno, mentre il gufo era fuori a cercare cibo per i suoi piccoli, arrivò l’aquila e vide in crepaccio degli uccellacci brutti, goffi e sgraziati.
    -Questi- pensò -non sono certo i figli del mio amico gufo. I suoi figli sono uccellini graziosi: questi invece sono i più brutti uccelli che io abbia mai visto. Quando il gufo tornò al suo nido i suoi piccoli non c’erano più: l’aquila se li era mangiati. Il gufo era disperato e ripeteva:
  • aquila mi hai tradito! Ti sei mangiata i miei figliuoli!!! Ti avevo creduto, avevamo fatto un giuramento!
    Ma qualcuno più saggio gli disse: -No, gufo, tu stesso sei la causa delle tue disgrazie. Hai raccontato i tuoi figli come gli uccellini più belli del mondo. Sarebbe stato meglio essere più obbiettivo e non esagerare nel lodare la loro bellezza.

Spesso la menzogna si ritorce contro colui che la dice.

L’aquila dalle ali mozzate e la volpe. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un’aquila fu catturata da un uomo, che le mozzò le ali e la mise tra il pollame di casa. L’aquila stava a capo chino e non mangiava per il dolore: sembrava un re in catene. Poi la comperò un altro, che le strappò le penne mozzate e con uno speciale unguento le fece ricrescere. Allora l’aquila prese il volo, catturò una lepre e la donò all’uomo che la guarì. Ma la volpe che la vide ammonì:

  • Stolta, i regali non devi farli a questo, ma al padrone di prima: questo è già buono per natura; l’altro invece è meglio che te lo faccia amico con qualche dono, perché se ti dovesse catturare di nuovo non ti mozzi le ali.

Bisogna sempre ricambiare generosamente a chi ci fa del bene, ma pure stare con giusta prudenza e sempre all’erta nei conforti dei malvagi

L’apicultore. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino.

Accadde che mentre un apicoltore stava fuori di casa per far visita ai suoi familiari, un furfante entrò nella sua casa e rubò tutto il miele e i favi, insieme agli attrezzi.
Al suo ritorno, l’apicoltore scoprì le arnie saccheggiate e provò ad immaginare chi dei suoi conoscenti poteva aver commesso il furto. Nel mentre le api tornarono dalla pastura quotidiana, e trovando l’apicoltore ad ispezionare le loro case, lo assalirono e lo punsero in ogni parte, furono feroci più del solito e il dolore fu terribile.

  • Ah bene, siete proprio delle bestie ingrate. – Disse l’apicoltore. – Il ladro del vostro miele ve lo siete lasciato scappare, e me che sono il vostro amico, che vi proteggo e vi curo, m’assalite con i vostri pungiglioni e mi conciate in questo miserando modo!

Ci sono certi uomini che per mancanza di un qualsiasi impegno o una vera ragione, non si guardano dai nemici, mentre invece altri uomini respingono gli amici sinceri come se fossero loro i veri nemici

L’allodola, i suoi figli e il padrone del campo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Le allodole a primavera fanno il nido nei campi di grano, tra le spighe ancora verdi, ma in estate, ahimé, quando il grano è bello, alto e pronto alla raccolta, se ne vanno dai campi prima che il contadino arrivi per raccogliere e trebbiare il grano. Accadde però un tempo in cui un’allodola mamma, fece tardi il suo nido e le uova schiusero troppo avanti con la stagione. I pulcini nacquero che non ci fu tempo per allevarli. L’allodola mamma ancora presto avrebbe dovuto lasciare il suo nido e deporre le uova, così i piccoli nacquero soltanto a maggio. Non c’era molto
tempo per crescerli: presto sarebbero arrivati per mietere il grano e l’allodola madre sarebbe rimasta senza casa. La povera allodola viveva nel panico di vedersi arrivare da lontano il contadini sapendo bene che i suoi figli non sarebbero stati in grado di volare, erano troppo piccini
Ogni volta che l’allodola doveva lasciare il nido raccomandava ai suoi figliuoli:

  • State attenti! Quando viene il padrone del campo ascoltate bene le sue parole.
    Un giorno, tornando al nido, l’allodola trovò i suoi pulcini con gli occhi sgranati dallo spavento
  • Che è successo? figliuoli miei.
  • Mamma, abbiamo visto il contadino e i suoi amici.
  • O santo cielo, e che hanno fatto?
  • Nulla, ma abbiamo sentito che ha diceva ai suoi amici che oramai era tempo di tagliare il grano.
  • Niente paura bimbi miei- disse la saggia allodola -fino a quando aspetterà l’aiuto degli amici non c’è da temere.
    Il mattino seguente venne il padrone del campo con i figli, ma senza gli amici.
  • Se gli amici sono pigri- disse il contadino – chiameremo i parenti.
  • Non c’è d’aver paura, figliuoli – disse ancora mamma allodola
  • finché aspetterà l’aiuto dei parenti non dovremo temere.
    Così fu e il mattino seguente il contadino si trovò di nuovo solo con i suoi figli. Il padrone del campo intanto disse ai suoi figli:
  • Non aspetterò più nessuno. Domani porterò la falce e mieterò con le mie mani. Ho aspettato gli amici, e non sono venuti.
    Ho aspettato i parenti, ma anche questi non avevano nessuno voglia di aiutarmi. Sarei uno sciocco se rimandassi ancora, ho imparato che è meglio fare da sé, perché così si è sicuri di ottenere un risultato.
    E mamma allodola disse: – Ha deciso di fare da solo e ora dobbiamo aver paura. Dobbiamo andarcene.
    Così mamma allodola, che era stata saggia e conosceva bene gli uomini, lasciò il campo di grano portandosi dietro i piccoli che ancora non volavano, tutti si misero in salvo.

Chi fa per se fa per tre, e pure oltre.

L’airone, i pesci e il gambero. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un airone aveva dimora da parecchio tempo in uno stagno, finché divenne vecchio, e gli mancò la capacità di procurarsi qualche pesce e sfamarsi. Non gli rimase che trovare con la furbizia un nuovo metodo per trovare da mangiare. Fu così che si rivolse ai pesci dello stagno:

  • Pesci dello stagno, udite udite quale sventura cadrà su di voi tra qualche giorno: Gli uomini vogliono svuotare lo stagno dalle acque, vogliono prendervi tutti in un solo colpo.
    Tutti pesci vennero a galla con gli sguardi terrorizzati.
  • Ma state tranquilli, – proseguì l’airone – perché io so che al di là di quella collina, si trova uno stagno meraviglioso, e assai più grande di questo.
    I pesci si guardarono tra di loro, ma non sapevano che fare.
  • Io vi aiuterei, amici pesciolini, ma, come sapete io sono anziano e non risco più a volare come prima. I pesci allora, assaliti dalla disperazione, iniziarono a supplicare l’airone perché li portasse al di là della collina.
  • Disse l’airone: – D’accordo, farò uno sforzo per voi, e vi trasporterò; ma non tutti in una volta eh? Non potrei farcela. Se volete vi posso portare uno alla volta.
  • Porta me, no, porta me, prima le donne e i bambini!
  • Calma calma, ci sarà tempo e posto per tutti.
    L’anziano Airone iniziò a portarli, ad uno ad uno: Li trasportava al di là della collina, ma appena giunti i pesci non videro nessuno stagno, fecero in tempo solo a vedere il becco dell’airone, che li trafiggeva ad uno ad uno, per poi divorarli indisturbato.
  • Ora, abitava in quello stagno anche un vecchio gambero. Quando l’airone aveva iniziato il trasporto dei pesci, il gambero sentì che qualcosa non andava, doveva esserci qualche inganno. Tant’è che il gambero disse all’airone: – Ti prego airone generoso, ora puoi trasportare anche me?
    L’airone prese il gambero e lo portò oltre la collina. Appena furono giunti, l’airone volle lanciare il gambero al suolo, ma il gambero, che aveva intuito l’inganno osservando tutto intorno quel che restava dei pesci, agguantò con le sue chele il collo dell’airone e lo spezzò. Quando tornò allo stagno svelò ai pesci quel che vide e scoprì.

Tutti i potenti tiranni prima o poi son destinati a perdere il loro regno, e spesso ciò accade miserevolmente.

L’abete e il rovo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

L’abete si vantava con il rovo:

  • Io sono alto, bello, slanciato, io sono forte e servo per costruire le travi dei tetti e le navi. Come osi misurarti con me?
    Ma il rovo replicò:
  • Se ti ricordassi della scure e della sega che ti fanno a pezzi, forse preferiresti essere un rovo, credi a me.

Nella vita la fama non deve inorgoglire, perché l’esistenza degli uomini comuni è al sicuro da ogni pericolo.

Il topo sotto il granaio. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un topo viveva sotto un granaio. Nel pavimento del granaio c’era un forellino, e dal forellino scendeva, a chicchi, il grano. Il topo viveva beato, ma volle vantarsi del suo benessere. Rosicchiando allargò il buco e invitò gli altri topi a venire da lui.

  • Venite a trovarmi – disse. – Vi tratterò a dovere. Ci sarà cibo per tutti.
    Ma quando condusse lì i topi, si avvide che il buco non c’era più. Il contadino aveva notato quel grosso foro nel pavimento e lo aveva tappato.

Chi si assai oltre si loda, spesso inciampa e inesorabilmente s’imbroda.

Il topo e la rana. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un topo gironzolava solo per i campi, quando incontrò stravagante ranocchia. I due fecero presto amicizia.
” Senti, amico topo!” Gracidò la rana “che ne diresti se ce ne andassimo insieme a cercare di cibo? In due di sicuro avremmo più fortuna! Potremmo legarci con una catenella l’un l’altro così da essere sicuri di non perderci! ” Il topolino rimase un riflettere, e quindi squittì dicendo: ” Mi sembra una buona cosa, andiamo!” E andarono.
Legati insieme i due si diedero da fare per cercare il cibo, e difatti lo trovarono, e in abbondanza pure, perché due era meglio di uno! Quando, alla fine della giornata furono sazi, si incamminarono verso casa, sempre incatenati. Arrivarono allo stagno vicino alla tana della ranocchia e questa, per istinto, si tuffò nell’acqua trascinandosi dietro il povero topo che, non sapendo nuotare si mise a urlare e cominciò a dibattersi per non annegare. Ma ahimè, annegò.
Un nibbio, guardando dal cielo, vide il povero topo ormai privo di vita. Scese in picchiata sullo stagno e afferrò con gli artigli il corpo del topino al quale però era legata anche la ranocchia. Il nibbio ne fu assai felice perché quel giorno ci fu per lui doppio pasto. Topo e rana in un sol boccone. Oh, non sono mica cose che capitano tutti i giorni, eh.

Chi fa del male agli altri spesso da questa sua azione ne riceve lui stesso un danno.

Il topo di città e il topo di campagna. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un topo di città che fu invitato a casa di un suo vecchio amico che viveva in campagna.
Appena giunto il topo di campagna gli organizzò un bel pranzetto.
Ma a quella vista il topo cittadino non rimase soddisfatto e invitò in città l’amico campagnolo a pranzo, e a veder di persona csa volesse dire vivere in città e le sue vere comodità.
Partirono e arrivarono nela notte.
Entrarono nella sala da pranzo e trovarono i resti di un banchetto.
Mangiarono a volontà arrosti, salumi, dolci prelibati e squisiti. Improvvisamente sentirono l’abbaiare dei cani del padrone della casa.
Il topo di campagna si spaventò ma l’amico d citta gli disse:
-Non temere amico mio, sono legati con due grosse catene.
Non ebbe nemmeno finito di dire che le porte della sala si aprirono e entrarono i due cani ringhiosi.
I due topini fecero appena in tempo a scappare, e per quella volta si salvarono, poi il tomo di campagna disse:
-Preferisco ceci e scorze di lardo stando sereno e tranquillo, piuttosto che dolci e prelibatezze e star sempre all’erta con quei due cani feroci!
E tutto felice e orgoglioso se ne tornò nella sua campagna.

La favola dimostra che vivere in povertà, ma tranquillamente, vale di più che passare l’esistenza tra le comodità, ma nella paura e nell’angoscia

Il taglialegna ed Ermes. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

A un taglialegna cadde la scure nel fiume presso cui stava lavorando. Non sapendo cosa fare, si sedette sulla sponda del fiume e pianse. Quando Ermes lo venne a sapere, si impietosì, si tuffò nel fiume e portò su una scure d’oro, chiedendogli se fosse quella che aveva perso. L’uomo rispose di no, ed Ermes, tuffatosi di nuovo, ne portò su una d’argento; poiché l’uomo dichiarava che non era la sua, Ermes si tuffò ancora e portò fuori la sua.
Allora il taglialegna disse che si trattava di quella che aveva perso, ed Ermes, soddisfatto della sua onestà, glie le diede tutte e tre.
Tornato tra gli amici, il boscaiolo racconto dell’accaduto, ma uno di essi pensò di poterne ricavare un uguale profitto.
L’altro boscaiolo andò al fiume, gettò nell’acqua la sua scure e pianse.
Anche a lui comparve Ermes e, chiestogli del motivo del suo pianto, si tuffò, portò su una scure d’oro e gli chiese se fosse la sua:

  • Sì, certo, è quella! rispose esultante.
    Il dio, indignato di tanta sfacciataggine, non solo si tenne la scure d’oro, ma non gli riportò nemmeno la sua.

Prima o poi il destino aiuta e favorisce le persone oneste, mentre è avverso con quelle disoneste.

Il riccio e la lepre. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

La lepre incontrò il riccio e gli disse:

  • Saresti bello, riccio, se non avessi quelle zampe storte che s’impigliano sempre l’una nell’altra.
    Il riccio s’infuriò e rispose:
  • Che cos’hai da ridere di me? Le mie zampe storte corrono più in fretta delle tue che sono diritte. Lascia solo che io prima passi da casa, e poi vedremo chi corre di più.
    Il riccio andò a casa e disse alla moglie:
  • Ho litigato con la lepre: vogliamo fare una gara di corsa!
  • Rispose la moglie del riccio:
  • Si vede proprio che sei impazzito! Come puoi fare una gara di corsa con la lepre? Lei ha le zampe svelte e tu le hai storte e pesanti.
  • Ribatté il riccio:
  • Se lei ha svelte le gambe, io ho svelto il cervello. Tu fa soltanto quello che ti dirò io. Andiamo nel campo. Ed ecco che giunsero nel campo arato dove attendeva la lepre. Disse il riccio alla moglie:
  • Nasconditi all’estremità di questo solco; io e la lepre partiremo dall’altra estremità; quando lei avrà preso a correre, io tornerò indietro e quando arriverà dove ci sei tu, salta fuori e dille: «E’ un pezzo che t’aspetto!» Lei non ti distinguerà da me e crederà che sia io.
    La moglie del riccio si nascose nel solco, e il riccio e la lepre iniziarono la corsa dall’altra estremità.
    Non appena la lepre si fu lanciata, il riccio tornò indietro e si nascose nel solco. La lepre arrivò al galoppo all’altra estremità: ma guarda un po’! la moglie del riccio si trovava già lì. Essa vide la lepre e disse:
  • E’ un po’ che sono qui ad aspettarti!
    La lepre non distinse la moglie del riccio dal marito e pensò: «Questo è un miracolo! Come ha fatto a passarmi davanti?»
  • Be, disse – facciamo un’altra corsa.
  • Facciamola!
  • La lepre tornò indietro e raggiunse velocemente l’altra estremità del solco e, guarda un po’… il riccio è già là e le dice:
  • Ehi, cara mia, arrivi solo adesso? E’ un pezzo che ti sto aspettando. «Questo è un miracolo! » pensa la lepre. « Ho corso svelta, eppure mi ha sorpassata!»
  • Be riproviamo ancora una volta. Vedrai che non mi sorpasserai più.
  • Riproviamo pure!
  • Si slanciò la lepre con quanto fiato avesse e… guarda un po’… il riccio è già là che aspetta.
  • E così la lepre galoppò da un’estremità all’altra del solco sino a che le
    mancarono le forze. Alla fine si arrese e disse che per l’innanzi non avrebbe mai più fatto scommesse. Nessuno, per quanto possa essere fisicamente perfetto, deve prendere in giro un’altra persona per i suoi difetti.

La favola ci dimostra che nessuno, per quanto possa essere fisicamente perfetto, deve prendere in giro un’altra persona per i suoi difetti.

Il pipistrello e le donnole. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un pipistrello cadde per disgrazia a terra e subito fu addentato da una donnola, ma mentre questa stava per uccidere il povero pipistrello, si sentì supplicare dallo stesso pipistrello, pregandola di non ucciderlo e di salvargli la vita.
La donnola disse che lei odiava tutti gli uccelli della terra e che quindi il pipistrello non poteva avere scampo. L’avrebbe ucciso.
Allora il pipistrello spiegò alla donnola che lui non era un uccello, ma un topo, e così ebbe salva la vita.
Tempo dopo il pipistrello cadde di nuovo a terra e un’altra donnola lo catturò. Alle sue suppliche rispose che odiava tutti i topi.
Allora il pipistrello spiegò che non era un topo ma un uccello, e anche questa volta ebbe salva la vita.

Non dovremmo persistere negli stessi atteggiamenti. Spesso conviene considerare e adeguarsi di volta in volta agli eventi, perché così solo potremo sfuggire e scampare dai pericoli.

Il piccolo corvo furfante. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

In quel bosco, tra i tanti animali, vi stava un piccolo corvo. Era esuberante e impaziente, e camminava in ogni sentiero, per ogni albero, tutto il giorno, frugando con gli occhietti vispi anche in quelle le cose non gli spettavano. Non si lasciava sfuggire l’occasione di fare la burla, con scherzi o dispetti, a chiunque. Quel giorno però, la sua birbonata lo spinse a compiere quello che non avrebbe mai dovuto fare.
Si intromise infatti in una casetta posta ai margini del bosco e svelto svelto arraffò un bel pezzo di carne sistemato sul davanzale della finestra aperta. Ma quello, per il piccolo corvo, non doveva essere il suo giorno fortunato. Infatti, la padrona di cucina lo scoprì proprio sul davanzale e prima che il piccolo corvo potesse spiccare il volo, ella gli sferrò sopra un poderoso colpo di scopa. Il piccolo corvo si ferì, e si ferì male, ma nonostante tutto riuscì a volar via. Spaventato e malconcio il piccolo corvo tornò al nido, volando piano piano, a causa del dolore che quella mazzata di scopa gli aveva procurato. Giunto al nido il piccolo corvo si accasciò sotto le ali della sua cara mammina. La mammina si disperò vedendo in che stato s’era ridotto il proprio figliuolo: la ferita ahimé, era profonda, e perdeva molto sangue. Pareva che la fine per il piccolo corvo fosse oramai vicina, e mamma corvo pianse e pianse, preoccupata. -Oh, mammina, mammina cara!” Disse il piccolo corvo – Spero davvero di poter guarire, aiutami, ti scongiuro “. La mamma corvo, piena di dolore al cuore e di spavento disse: “Povero mio corvetto, piccolo di mamma, ma come puoi sperare di guarire, se non ti sei nemmeno pentito di quel che hai fatto?” A quelle parole il piccolo corvo comprese il danno che aveva commesso, le sue conseguenze, e la sua colpa. Chinò il capo e prima di nascondersi sotto l’ala della madre corvo disse: – Ti prometto mammina cara che non lo farò mai più, mai più. Per fortuna la ferita si rimarginò e dopo qualche giorno il piccolo corvo tornò a volare. E ricordò bene la promessa fatta alla mamma corvo, così che da quel giorno non prese quel che non era suo. Da quel giorno capì cosa volesse dire la parola “rubare “.

Gli insegnamenti appresi sulla propria pelle sono quelli che difficilmente si possono scordare.

Il pescatore e il pesciolino. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un pesciolino distratto, andandosene in giro per il fiume, una mattina si trovò preso, prima ancora di accorgersene, all’amo di un pescatore. Cercò in tutti i modi di liberarsi, ma fu inutile: l’amo a cui aveva abboccato lo portava fuori dall’acqua. Il pescatore appena vide il pesciolino pensò: -Com’è piccolo, ma anche il poco però serve- e mise il pesciolino nella cesta. Il pesciolino intanto pensava a come salvarsi. Si rivolse al pescatore: -Oh mio buon pescatore, dimmi, che te ne fai di un pesciolino come me? Io sono così piccolo che non ti basto neppure per solleticare l’appetito. Non tenermi nella cesta. Lasciami andare. Non mi ci vorrà molto per crescere. Tu vieni sempre da queste parti a pescare e ci daremo un appuntamento. Perché ti prometto che quando sarò un bel pesce, grosso e gustoso tornerò ad abboccare al tuo amo. Allora si che sarò un bel boccone per te, e così potrai fare un bel pranzo! Insomma, buon pescatore, Ti giuro che se mi lasci andare tornerò. Il pescatore continuava a pescare cercando di prendere qualche altro pesce, e frattanto rispose al pesciolino: -Tu credi di essere furbo, caro il mio pesciolino. Ma io sono più furbo ti te e ti mangerò anche se sei piccolo e di scarso sapore. Non sono certo tanto stupido da pensare che se ti liberassi, domani ti lasceresti prendere all’amo ancora una volta. Meglio avere in mano un pesce piccolo oggi, ma sempre sicuro, anziché sperare di averne uno grosso domani. Io mi accontento del poco che riesco a prendere all’amo ogni giorno: quello che ho già nella cesta almeno è sicuro, e domani, chissà.

La favola dimostra che sarebbe grande incosciente colui, per la speranza di un bene più grande, lasciasse andare quello che ha già in suo possesso, seppure più piccolo, perché nessuno può sapere cosa riservi il destino.

Il pescatore che batteva l’acqua. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un pescatore pescava in un fiume.Dopo aver teso le reti dall’una all’altra riva, batteva l’acqua con una pietra legata a una corda, perché i pesci, fuggendo all’impazzata, andassero ad impigliarsi nella rete.
Vedendolo intento a questa operazione, un’abitante del luogo lo rimproverava perché insudiciava il fiume e non permetteva loro di bere un po’ d’acqua limpida.
Ma il pescatore rispose:

  • Ma se non intorbido così l’acqua, io non posso procurarmi il cibo di cui ho bisogno.

In ogni stato gli arruffapopoli prosperano soprattutto quando fanno precipitare il loro paese nella discordia e nel disordine

Il nibbio e il serpente. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un serpentello gironzolava tranquillo tra una pietra e l’altra. L’aria era tiepida e primaverile. Il piccolo serpente si muoveva lento tra i fiori di un praticello quando d’improvviso una ombra terribile avvolse il suo corpo. Il serpentello alzò subito la testa per scoprire da dove venisse quell’ombra e, ahimé, un feroce nibbio, rapace tra i più temuti, era lanciato con le ali tese, i poderosi artigli spianati e il mortale becco sguainato come una spada contro di lui! Il serpentello non fece in tempo a nascondersi sotto qualche masso, perché il nibbio rapace in un attimo gli fu sopra e lo afferrò stretto con il becco. Il serpentello fu portato per aria dal nibbio e intuì che oramai non aveva più speranza. Il rapace lo avrebbe portato al nido perché divenisse pasto per tutta la famiglia. “Non farmi del male, ti supplico, liberami, io sono un povero serpentello, sono ancora giovane, non è giusto che muoia alla mia età!” Supplicava il serpentello “Ma che ti ho fatto?” Il nibbio non volle ascoltare le implorazioni del piccolo serpente.
A quel punto il serpentello, rendendosi conto di no aver più alcuna speranza, si rigirò su se stesso, s’afferrò al collo del nibbio e con coraggio conficcò i suoi denti nel collo del nibbio. Il rapace, sentì il veleno penetrargli, e agire come un fulmine. Dovette così aprire il becco e il serpente cadde al suolo, sano e salvo. Il nibbio invece, già aveva la vista oscurata, senza più forze, smise di battere le ali e precipitò a terra, come un peso senza vita. Ma non morì. Il piccolo serpente gli si avvicinò e gli disse: “Ti sta bene, rapace cattivo! Io non avevo nessuna intenzione di morderti e darti il mio veleno. Sei stato tu a costringermi. E ora sentirai che dolore, non morirai certo, ma ricorderai per sempre!” Ci vollero due giorni perché il nibbio riprendesse le sue forse e tornasse al volo ma, una cosa fu certa: il rapace da allora in poi stette ben lontano dal desiderio di cacciare un serpente!

Chi si mostra arrogante e crudele prima o poi paga personalmente per le sue malvagità.

Il nibbio che voleva nitrire. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il nibbio, durante il primo periodo della sua esistenza, molti molti anni fa, aveva il dono della parola, certo, parlava, non era una voce bella, ma comunque pungente e aguzza. Esso, però, era sempre pieno d’invidia e grande gelosia per tutto e su tutto. Sapeva di essere imparentato con l’aquila, ma questo, invece di essere un vanto, non faceva altro che alimentare il suo livore: capiva di essere inferiore e si rodeva il fegato dalla rabbia. Come si dice da sempre? Parenti serpenti. Invidiava gli uccelli variopinti come il pappagallo e il pavone, apprezzati da tutti. Persino dell’usignolo aveva invidia e mostrava disprezzo, tanto che ogni volta che lo incontrava il nibbio pensava: “Sì, ha una bella vocina ma é troppo delicata e sdolcinatamente romantica! Roba da donnine! Io voglio una voce imponente che faccia paura!” Un bel giorno di fine estate, mentre il nibbio stava tranquillamente appollaiato sopra un ramo di quercia, giunse improvviso un cavallo. Il quadrupede sudava tanto per aver corso un bel po’, si riparò proprio all’ombra della quercia, e si sdraiò per un riposino. Ma il povero cavallo, non vedendo una spina di rovo, si punse forte, e dal dolore, nitrì così forte che persino le foglie dell’albero caddero al suolo. “Mh, però, mica male, eh?” disse il nibbio. Questa è la voce che mi vorrebbe!” Da quel giorno il nibbio iniziò a provare quella nuova voce. Provò e riprovò, per tutto il giorno e per un po’ di tempo, finché la voce gli divenne rauca e quasi sorda. Allorché il nibbio rinunciò e dovette tornare alla sua vecchia voce, esso notò che, ahimè, gli era sparita. Proprio così, il nibbio aveva, a furia di sforzarla perso la sua voce! Cosi dovette accontentarsi di un suono stridulo, che gracchiava in modo insignificante, e lo tenne per sempre!

Chi, pieno di invidia, cerca di imitare ciò che non è nella sua natura, perde anche quello che già per dote e natura possiede.

Il lupo sazio e la pecora. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Grande giorno passava per un lupo assai conosciuto in tutta la foresta; noto per la sua voracità, e d’una fame senza fondo. Mai alzò zampa, né sostenne lotte con le zanne taglienti per procurarsi ottime prede. Tutte trovate casualmente, prede, fortuna sfacciata, a terra, belle pronte da essere pappate. In verità, probabile erano state colpite da qualche cacciatore. Comunque fosse andata il lupo fortunello s’era di già saziato in un pranzo così ricco e sostanzioso, che nemmeno un re avrebbe potuto permettersi. Dopo aver abbondantemente mangiato, il lupo satollo, si inoltrò nella foresta per fare due passi, e per ben digerire il pasto abbondante. Fu allora che incontrò una dolce pecorella. La poveretta, ahimé fu terrorizzata alla vista del predatore. Che era notoriamente suo nemico. Il lupo, rapido d’istinto predatore, afferrò la preda con le zanne, tenendola stretta, stretta. Ma lo stomaco gli ricordò che era inutile, perché da quelle parti non ci stava più nemmeno un lupino. Era sazio, insomma, completamente sazio! Occorreva però trovare una buona scusa per riuscire a liberarsi della pecora. Una valida , soprattutto un alibi credibile per quella preda pecora ancora in vita di fronte a n lupo, e per non compromettere l’onore acquisito del lupo. “Ci sono” Disse il lupo. E si rivolse alla pecorella, tutta tremante“ Dunque, signorina pecorella, oggi voglio lasciarti andare solo se saprai espormi tre desideri, ma voglio che tu sia onesta e sincera. La pecorella sconcertata, dopo aver riflettuto un po’ rispose: “Bè, se proprio debbo essere sincera, caro lupo, anzitutto, avrei voluto non incontrarti. Seconda cosa, se proprio il destino mi ha assegnato questo spiacevolissimo incontro, pazienza, avrei voluto trovarti cieco, le orecchie strappate, col naso tagliato, e pestato a sangue da qualche leone. Ma visto che nessuno di questi desideri è stato esaudito, adesso vorrei che tu e tutta la tua razza mangiaste carogne, e avveleniate nella bile, e facciate una fine miseranda, perché tu lupo e tuoi familiari, siete l’incubo di noi pecorelle. Appena la pecorella ebbe pronunziate queste terribili parole, scese il silenzio. Il lupo rimase a guardare la pecorella, la pecorella fece altrettanto, si attendeva che qualche assalto da un momento all’atro il lupo lo avrebbe fatto. Ma, inspiegabilmente e inaspettatamente il lupo cattivo, invece di adirarsi, come logico sarebbe stato, dichiarò: “Bene, apprezzo la tua sincerità, o pecorella. Hai avuto molto coraggio a dirmi ciò che pensavi, e per questo ti lascerò libera!” E così dicendo il lupo liberò la pecorella e, con un cenno di saluto, la invitò ad allontanarsi, libera.

La sincerità è sempre apprezzata dalle persone intelligenti, che non si offendono di fronte a chi si mostra comunque onesto e leale.

Il lupo e la vecchia. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un lupo affamato era in cerca di preda. Al limite di un villaggio udì, dentro una casa, un bimbo che piangeva e una vecchia che gli diceva: – Se non smetti di piangere ti darò al lupo. Il lupo non proseguì e aspettò che gli dessero il bambino. Calò la notte, lui continuava ad aspettare. Ed ecco che sentì la vecchia che diceva: – Non piangere, piccolino, non ti darò al lupo. Se il lupo viene, lo uccideremo. Il lupo, allora, pensò: «Si vede proprio che qui dicono una cosa e ne fanno un’altra» E se ne andò via dal villaggio.

La favola è per gli uomini che non mostrano coerenza tra le parole e le azioni.

Il lupo e la capretta. Una fiaba di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Una capretta sventurata si era allontanata dal resto del gregge. Smarrì la strada e si mise a belare belare come una disperata, nella speranza che la mamma capra potesse ritrovarla. Ma non ci fu niente da fare. Quel suo belare forte, ahimé, attiro l’attenzione di un lupo, il quale lupo la stava seguendo per trasformar quella bestiolina di capra in uno stuzzichino. Ma la capretta coraggiosa si voltò verso il lupo e gli disse: – Caro lupo, io lo so che stai pensando di mangiarmi. – Io? – Che ti credi che non lo sappia? – Ah, lo sai, dunque. Beh, mi dispiace, avanti cosa vuoi che di te mangi per primo? – Aspetta signor lupo, se devo morire, ti prego, lasciami esprimere un ultimo desiderio. – Ma che dici? – Sì è sempre generosi con chi sta per essere divorato. – Avanti, capretto, sbrigati, quale desiderio? – Mi suoneresti il tamburello? – Il tamburello, vuoi che io suoni il tamburello, e perché? -Cosi potrò danzare almeno un pochino, prima che finisca nelle tue fauci e morire. – D’accordo, ma sbrighiamoci.
Mentre il lupo batteva sul tamburello e la capretta danzava, i cani che stavano lì d’intono sentirono quel fracasso e si avvicinarono. Appena videro il lupo subito si misero a rincorrerlo. Il lupo, scappò correndo a perdifiato, ma si voltò un momento per dire alla capretta: – Accidenti, a te. Ecco, ben fatto a me. Me lo merito, proprio! Ho voluto fare il musicista quando non sono altro che un misero macellaio!

E così, chissà quanti non tengono conto di quel che già possiedono, mentre agiscono senza considerare con attenzione inganni e circostanze; per poi perdere inevitabilmente quel che già stringevano tra le mani.

Il lupo e l’airone. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un lupo, dopo aver divorato un bel pollo, si ritrovò un ossicino che glie era rimasto incastrato tra i denti. Non c’era modo di levarlo. Andò dappertutto sperando di trovare qualcuno di buon cuore che riuscisse a levargli quel fastidiosissimo ossicino di pollo. Nel suo girovagare il lupo incontrò un airone, al quale chiese supplichevole di levargli fuori l’ossicino dai denti.
L’airone chiese al cosa il lupo gli avrebbe dato in cambio, e il lupo promise una generosissima ricompensa.
L’airone si avvicino, infilò il suo lungo becco tra i denti del lupo e con un rapido e preciso scatto tolse il fastidiosissimo ossicino.

  • Ecco qua, messer lupo, detto fatto! – disse l’airone. – Ora, di grazia, vorrei mantenessi la tua promessa!
    Ma il lupo rispose:
  • Amico gentil airone, se non sbaglio tu hai introdotto il becco nella mia bocca, tra le mie fauci, che sono quelle di un lupo.
  • Lo so, rispose l’airone.
  • Ah ecco lo sai. E dunque hai pure il coraggio di chiedere un premio? Amico gentil airone, sappi che dovresti essere contento di aver ancora il becco tutto intero!

Il maggior guadagno per un beneficio offerto e donato ai malvagi potenti consiste nel non avere in cambio un torto o un sopruso da parte loro

Il lupo e l’agnello. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un lupo vide un agnello che si abbeverava al fiume. Il lupo ebbe subito voglia di divorare l’agnello, e cercò un pretesto per attaccar lite. – Tu – gli disse – hai intorbidito l’acqua, e non mi lasci bere! – Rispose l’agnello: – Ah, lupo, com’è possibile che io ti intorbidi l’acqua? Vedi che sto più in basso di te e bevo soltanto a fior di labbra! Ribatté il lupo: – Ebbene, perché l’estate scorsa hai insultato mio padre? – Rispose l’agnello: – Ma io, lupo, l’estate scorsa non ero neppure nato! Allora il lupo s’arrabbiò e disse: – Vuoi sempre avere tu l’ultima parola. Allora ti dirò che sono digiuno e che perciò ti mangerò.

Una buona e valida difesa non ha alcun valore nei confronti di coloro che hanno già deliberato di farti del male

Il lupo e il pastore. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un lupo che non aveva avuto molta buona sorte nell’andare a caccia di agnellini e che non mandava giù nulla da tanti giorni, studiò una furba soluzione per sfamarsi. Si avvicinò lento lento ad un gregge mentre il pastore e il cane riposavano nel sonno. Rubò il pastrano, il cappello e il bastone del pastore, e si travestì così da sembrare proprio il pastore vero e poter condurre con se le pecore, per poi mangiarsele al tempo suo, e con il suo comodo.
-Bene, bene- disse il lupo – con questa furbata idea farò un colpo di cui parleranno per tantissimo tempo. Avrò da mangiare in abbondanza e non dovrò correre di qua e di là come ho fatto fino ad ora, sgobbando per niente.
Intanto osservava felice che il vero pastore e il cane continuavano a dormire intensamente e si immaginava già nella sua tana con la pancia soddisfatta.
Si avvicinò ancora di più al gregge e gli venne in mente che per assomigliare ancora di più al pastore doveva imitarne pure la voce. Ci provò, ma invece della voce del pastore gli uscì un ululato spaventoso, che svegliò insieme al gregge, pure il vero pastore e il cane fedele: gli era andata male! In un momento il pastore e il cane gli furono sopra, e gli diedero tante legnate da lasciarlo moribondi quasi. Con la coda tra le gambe, ferito e più affamato di prima il lupo se ne tornò alla tana:
-Volevo fare il furbastro, ma non m’è venuto bene. Sono nato lupo e credevo di poter essere pastore. Bisogna rassegnarsi ad essere quello che si è: sono un lupo ed è meglio che faccia il lupo.

A volte è meglio restare a volte con lo stomaco vuoto, affamato, piuttosto che prendere tante legnate.

Il leone, l’orso e la volpe. Una Favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Quella mattina un grande orso, era proprio allo stremo della fame. Si sperdeva con rabbia, e la lingua penzoloni per la foresta in cerca di qualcosa, qualsiasi cosa, da mettere nello stomaco.
All’improvviso scoprì, nascosto tra i rovi, un bel cesto pieno ricco di provviste, abbandonato sicuramente dai cacciatori. Come avesse visto l’impensabile e l’imprevedibile, con un sussulto violento di gioia si lanciò sul cesto ma, nello stesso istante un leone aveva avuto la stessa intenzione. Pure il leone non mangiava da giorni e giorni. I due si trovarono così faccia a faccia, la loro pelliccia divenne irsuta, e si fronteggiarono ringhiano pieni di rabbia.

  • Questo cesto è mio!” Sbraitò l’orso.
  • Tu menti, bestia, questo cesto appartiene a me!” Ruggì il leone.
    Qualche attimo, uno stormo di uccelli prese il volo, impauriti, e le due belve si slanciarono una contro l’altra, sfoderando artigli e zanne. Iniziarono una lotta senza esclusione di colpi, terribile a vedersi e a sentirsi.
  • Intanto, una volpe si trovava da quelle parti e passeggiava serena e tranquilla. Venne attratta dalle ringhiose urla dell’orso e del leone, e si accostò, tenendosi a buona e sicura distanza. Vide la volpe le due belve azzuffarsi, ma vide anche accanto a loro, dietro il rovo, il cesto ricco di cibo. Ebbe, la scaltra volpe, un’idea. Silenziosa e attenta, accostò al cesto mentre quei due se la davano di santa ragione. Lo agguantò, con calma e determinazione, e se ne andò a svuotare il cesto nel proprio pancino, serenamente, in un posto tranquillo.
    Quando, il leone e l’orso, sfiniti e sanguinanti per la lotta, si rendendosi di conto che nessuno l’avrebbe avuta vinta, decisero di spartirsi il cibo che stava nella cesta, ma ahimé, ebbero una triste sorpresa. Il cesto era sparito e accanto ad esso stavano, chiare e inconfondibili, le orme di una volpe!

Ma sì, è inutile lottare per qualcosa che potrebbe essa diventare preda d’altri, di solito assai più furbi e scaltri!

Il leone va alla guerra. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il leone, re della foresta, volle un giorno fare guerra e, come fanno di solito i re, fece proclamare un bando fra tutti gli animali suoi sudditi. – Gli animali – diceva il banditore – verranno da ogni parte della foresta per aiutare il loro re dei re, Sua maestà il leone, a fare la guerra. Dovranno venire tutti, nessuno escluso. – Vennero tutti, infatti, dai più grandi ai più piccoli animali. Tutti erano stati invitati perché il leone aveva detto che tutti avrebbero avuto un incarico in guerra E quando tutti gli animali furono riuniti davanti al re e ai consiglieri di stato, il leone cominciò ad assegnare ad ognuno il proprio compito. Disse all’elefante: -Tu hai una grande forza, dunque potrai combattere, e porterai anche l’artiglieria e ogni cosa serva ai tuoi camerati. Poi disse alla volpe: – Tu che sei il più scaltro e furbo, mi darai una mano aiuterai ad ingannare il fronte nemico. E tu – disse all’orso – che sei rapido e vigoroso, sarai utile quando assaliremo le trincee al fronte. Valicherai le difese nemiche e conquisterai le postazioni avversarie.-. Ad uno a uno il leone chiamò tutti gli animali e trovò per ciascuno di loro una missione per la guerra che oramai stava alle porte. Quando comparvero davanti al re gli asini e le lepri, i ministri e i generali gli dissero: – Questi sono animali inservibili alla nostra guerra. Gli asini sono tontoloni e le lepri codarde e impacciate, che cosa ne facciamo? Mandiamoli via. -. Ma il leone rispose ai suoi generali e ministri: – L’asino ha una voce più vigorosa della mia. Sarà un’ottima tromba per dare gli ordini ai soldati. La lepre è rapidissima e porterà i messaggi da un posto all’altro durante le battaglie.

Il leone che era saggio sapeva che nessuno era inutile e disse:
Impariamo che tutti sono validi se utilizzati in modo adeguato e sfruttando il loro talento.

Il leone, la lepre e il cervo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un leone stava per divorare una lepre che s’era addormentata ai margini di un campo, quando d’improvviso vide passare un cervo. Il leone allora abbandonò la lepre al suo sonnellino e si lanciò alla caccia del cervo. Un attimo dopo la lepre si risvegliò e, veloce come un baleno, scappò via lontano lontano. Intanto il leone, per quanto corresse dietro al cervo, non riuscì a prenderlo. Stanco, affaticato ed ormai esausto, il leone tornò a cercare la lepre. Ma quando fu ai margini del campo, scopri che la lepre non c’era più.

  • Che questo mi serva di lezione, per avere qualcosa di meglio, ho perso anche quello che avevo a portata di mano.

Il leone, il lupo e la volpe. Una Favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un vecchio leone se ne stava sdraiato in una grotta. Tutti gli animali venivano a visitare il loro re, e solo la volpe non si faceva viva. Il lupo si rallegrò dell’occasione per sparlare della volpe dinanzi al leone. – Quella – disse il lupo – non ti tiene in alcun conto. Non è venuta neppure una volta a visitare il suo re. Aveva appena pronunziato queste parole che arrivò la volpe. Udì ciò che il lupo aveva detto e pensò: «Aspetta, lupo, mi vendicherò di te!» Il leone ruggì contro la volpe, ma questa gli disse: – Non farmi punire, leone; permetti che ti dica una parola. Se non sono venuta finora, è perché me n’è mancato il tempo. E il tempo mi è mancato perché sono corsa da tutte le parti a chiedere a un medico e all’altro una medicina per te. Soltanto ora l’ho trovata ed ecco, sono corsa a portartela. Disse il leone: – E di quale medicina si tratta? – Ecco qual è: se tu scorticherai un lupo vivo e ti metterai addosso la sua pelle ancor calda. Non appena il leone si fu gettato sul lupo, la volpe si mise a ridere e disse: – Ecco, fratello: ai signori bisogna consigliare il bene e non il male.

Chi orchestra e trama infide gesta e tradimenti contro gli altri, non fa altro che rivolgere prima o poi contro se stesso la propria malvagità

Il leone e l’asino. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un asino un po’ troppo pieno di se, si vantava con grande boria sempre con gli altri animali: e della propria forza, e del proprio ardimento e della propria robustezza. Un giorno ricevette una proposta dal re della foresta: il leone.
Il quale disse all’asino: “Sai amico asinello, ho pensato che, tutto sommato, noi due, potremmo esserci di vicendevole aiuto. Ecco, mi piacerebbe che tu mi dessi una mano, si fa per dire vero, nelle battute di caccia e per questo avrei deciso di formare una società con te, che ne pensi?” Onoratissimo, l’asinello rispose: “Amico leone, sono onorato e commosso della tua proposta, e accolgo volentieri la tua offerta!”
Così ebbe inizio il loro sodalizio.
Una mattina si avviarono verso una caverna, dove avevano scoperto rifugiarsi un grande numero di capre selvatiche. Il Re degli animali si fermò all’ingresso della grotta con il proposito di acciuffare le capre selvatiche una per una, appena sarebbero uscite dalla caverna. L’asino, invece, si gettò d’impulso nella grotta e cominciò a scagliarsi contro le capre, ragliando con furia per terrorizzare le capre selvatiche, finché combinò un trambusto di disordine e panico. Le capre, spaventatissime, si precipitarono, calpestandosi a vicenda, verso l’uscita della caverna, dove però, stava il leone in agguato che riuscì ad afferrare due o tre capre.
Poi l’asino uscì dalla caverna e, con aria trionfate esclamò:
“Hai visto, amico leone, come sono stato eccezionale? Anch’io come vedi sono un formidabile cacciatore. Sarai contento del tuo socio!”
“Ma sicuro, socio!” Rispose con un sogghigno il leone “Devo confessarti che anch’io avrei avuto un panico da brividi se ti avessi visto ragliare in quel modo. Ma meno male che ti conosco, e so che pur sempre un asino!”
Orgoglioso e pieno di se, l’asino rizzo il capo e se ne andò fuori dalla caverna a brucare un po’ nei campi, mentre il leone consumava il suo ricco pranzetto.

Chi vale poco, o niente, e si vanta assai, di solito viene deriso e ingannato malamente da chi invece lo conosce bene

Il leone e il topo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il leone quel giorno stava facendo il suo solito riposo pomeridiano. Un topo transitò velocissimo sulla sua pelliccia. Ma il leone si destò rapido e agguantò il topo. Dilatò leggermente la bocca per ingoiarlo, quando la bestiolina lo implorò:
Ti scongiuro amico leone, ti scongiuro, non mangiarmi, vedi quanto sono piccolo, e che vuoi che sia per il tuo pancione. Lasciami andare ti prego. Se non mi mangerai io potrò esserti utile un giorno, credimi.
Ah ah ah ah… tu, potresti essermi utile?
Beh, non si può mai dire, signor leone.
Il leone si fece ancora una bella risata e disse:
Mi sei simpatico topastro, oggi voglio essere buono e ti lascio libero.
Trascorsero giorni e qualche settimana. E avvenne che alcuni cacciatori metessero in trappola il leone. Lo legarono ben bene ad un albero e attesero la spedizione per portarlo via, destinato era ad un circo.
Nell’attesa il leone si disperò, ma non poteva fa nulla. Quel topo a cui aveva donato la libertà sentì da lontano il ruggito di dolore, di rabbia, disperato dell’amico leone, e subito si precipitò da lui. Con grande determinazione addentò le funi che tenevano prigioniero il leone e le rosicchiò, finché si spezzarono. Il leone non aveva parole per ringraziare l’amico topo. E proprio il topo gli disse:-

  • Ora fuggi, scappa, signor leone. Ti ricordi, amico leone? Tu avevi sorriso quando dissi che io avrei potuto un giorno esserti utile, ecco, vedi? quel giorno e giunto, e ora puoi vederlo bene anche tu, che anche da un topo può giungere del bene. Scappa, scappa!

Con il cambiare degli eventi e delle circostanze, anche i più potenti finiscono per aver bisogno dei più deboli

Il leone e il moscerino. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un moscerino s’avvicinò quatto quatto al naso di un leone. Il re degli animali socchiuse le palpebre degli occhi, vide l’insetto proprio davanti ai suoi occhi.
-Oh! Oh! Tu, insignificante moscerino! Come puoi avere il coraggio di starmi sul naso, e davanti agli occhi.
-Ma tu chi ti credi di essere?- rispose il moscerino.

  • Ma tu forse non sai chi sono io, vedo! disse il leone.
  • No che non lo so. Rispose il piccolo insetto.
  • Ah, non lo sai, dunque?
  • Ma che sei sordo, leoncino caro. t’ho detto che non lo so.
  • Io sono, o miserabile insignicante e maleducato moscerino, Io sono il re degli animali, sono il re leone, il possente sovrano. Mai sentito parlare? Guarda quanto sono grosso, forte, implacabile con i miei artigli e le mie zanne.
    Il leone mostrò le sue zampe, gli artigli e le poderose zanne, e infine ruggì.
  • Mamma mia che alito fetido che ti ritrovi, eh?
  • Che hai detto? Disse il leone rizzandosi sulle quattro zampe. Non vedi quanto io sono possente?
  • E tu, e tu che credi di farmi paura perché sei grosso e grande? O perché dici di essee il re di tutti gli animali. Ah Ah Ah!
  • Bada, citrullo moscerino, che se mi monta la rabbia…
    E che succede se ti monta la rabbia? Pucci pucci, mi fai la bua? Ahahahah… smonta smonta, caro belllo.
  • Ma tu guarda sto cosetto.
  • Senti leonaccio caro, mi sa che sto cosetto allora deve darti una belle lezione.
  • Ma lasciami perdere, va!
  • Bene, cosino cosino, non proprio prima di averti dato una bella lezione, ti lascerò perdere. Ti mostro io chi è il più forte tra noi due! Vediamo se mi acchiappi!
    Fu così che il temerario e improvvido insetto prese lo slancio e si lanciò in picchiata contro la fronte del leone, il quale provò ad acciuffarlo, ma inutilmente. Scagliava le zampe armate d’artigli poderosi sula fronte, nel tentativo di acciuffare il moscerino, ma l’insetto fu velocissimo nello scansare i colpi. Il leone sgraffiava e ruggiva, tirava gli artigli sulle proprie orecchie, il mento. L’unico guaio fu che colpiva solo se stesso, e colpiva forte con tutta la rabbia. Si rotolava su se stesso, infilzava come una furia gli artigli sulla propria pelle, la strappava dalla ferocia, sinché si ridusse ad una belva insanguinata, stanca, sfiancata, con la bava alla bocca e con gli occhi infiammati.
    Il moscerino intanto aveva già da un po’ abbandonato il collo del leone e si godeva lo spettacolo standosene seduto su di un ramoscello. Eh sì, il moscerino aveva vinto, senza nemmeno tanta fatica.
  • Povero leoncino, pensavi d’essere tu il più forte, e invece, guarda come ti sei ridotto. Disse il moscerino. – Sono io ormai il più forte. Ciao ciao. E il moscerino, tronfio e borioso volò via ad annunciare al mondo la sua vittoria.
    Ma fece poca via, ahimé, perché… Pataspakette, finì su una ragnatela, che esso non aveva visto in tempo; tanto era premuroso nel fare lo sbruffone. E finì nella trappola di un ragno.
    -Toh, guarda guarda chi è venuto a farci visita: un misero moscerino!- disse il ragno che stava tra i suoi fili.
    -Peccato, speravo di catturare un animale più grosso. Ma pazienza, bisogna essere umili, oggi questo c’è e questo ci mangiamo, meglio di nulla, domani si vedrà.
    E il ragno, in un solo boccone, divorò il moscerino

A volte si combatte con forza e ingegno contro i più forti e si vince; ma mai bisogna credersi forti per sempre, perché altre volte si diventa vittime di insignificanti avversari, e si perde con umiliazione.

Il leone e il cinghiale. Una favola di Esopo.

adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Era una giornata d’estate, calda e afosa. Un leone e un cinghiale si ritrovarono a dissetarsi nello stesso stagno.
All’immediato iniziarono a litigare su chi dovesse cedere il diritto al bere per primo, tanto se ne dissero che si sfidarono a duello.
La lotta fu feroce e ciascuno dei due riceveva nella propria carne zanne e unghiate reciproche.
Stanchissimi e sanguinanti per la fatica, decisero di fare una tergua per prendere fiato.
Mentre si riposavano, il leone e il cinghiale videro un grande avvoltoio che svolazzava sopra di loro, e se li gustava con gli occhi e li guardava con generosa attenzione. Aveva già nel proprio gusto il futuro banchetto che quei due, leone e cinghiale, avrebbero fornito al suo appetito, sì tanto che l’acquolina gli colava dal becco. Chissà quale dei due animali sarebbe morto per primo da divorare.
A questo punto il leone e il cinghiale si scambiarono uno sguardo e decisero di porre fine alla sanguinosa battaglia. È meglio che la finiamo qui, messer cinghiale, meglio restare amici. – Disse il leone. Eh sì, meglio così, messer leone, restiamo amici, che io non ho nessuna voglia di di finire nella pancia di quel mangiatradimento d’un avvoltoio.

Si deve sempre dare un taglio alla discordia e alla rivalità, che spesso conducono ad epiloghi assai pericolosi e dannosi per tutti.

Il granchio e la volpe. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

IL GRANCHIO E LA VOLPE – ESOPO
Quel giorno un paffuto granchio, era proprio di ottimo umore. Se ne andava passeggiando allegramente per la spiaggia riscaldata dal sole alto, canticchiando la sua canzoncina preferita, imparata in una notte di luna piena. Egli si vantava spesso con gli altri abitanti del mare, della sua capacità di poter vivere tranquillamente sia dentro che fuori dall’acqua. E quelli, senza nascondere un pizzico d’invidia, lo osservavano camminare tranquillamente sulla terraferma. Ogni volta però, il buon granchio riportava ai suoi amici pesci un grazioso ricordino delle sue camminate sulla terra ferma. Ma quel mattino, proprio perché felice e di buon sorriso, il granchio non ne voleva proprio sapere di rientrare in acqua. Il sole splendeva, la giornata era chiara, e l’aria era tiepida e frizzante, e proseguì la sua passeggiata. Nello stesso giorno, una giovane volpe, che non aveva mangiato nulla per tutta la mattina, si aggirava affamata e nervosetta per la spiaggia, in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti, qualunque cosa.
Camminava molto arrabbiata, ce l’aveva con tutti e tutto. Il cielo era tanto limpido e sereno da attirare l’ammirazione anche dei più indifferenti. Per questo il granchietto continuò la sua lunga passeggiata.
Nello stesso giorno, una giovane che non aveva mangiato nulla per tutta la mattina, si aggirava affamata per la spiaggia in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Qualunque cosa. Camminava molto arrabbiata con se stessa per non essere riuscita ad acciuffare anche una piccolissima preda.
Poi d’improvviso, per caso, la volpe affamata, vide l’ignaro granchio paffuto, fermo, sulla sabbia, ad osservare il mare nell’incapacità dimostrata a procurarsi del cibo quando vide, quasi per caso, l’ignaro granchio fermo sulla sabbia a contemplare il paesaggio.
La volpe gli si avvicinò curiosa e con un balzo gli piombò proprio davanti. Il povero granchio si prese uno spavento quasi mortale, si riparò con le zampine al volto, e tentò di indietreggiare, e la volpe affamata, era decisa e pronta a mangiarselo pur sapendo bene nemmeno di che animale si trattasse, perché bisogna dire che la fame, la fame, non è che guarda in faccia nessuno, eh? Quando c’è fame c’è fame. Fortunatamente il granchio, dopo essersi ripreso dallo spavento, riuscì a respingere il suo nemico, sfoderandogli le sue terribili tenaglie e minacciandolo. Qualche pizzicotto doloroso arrivò sul muso, e la volpe “ahi ahi…” fuggì! E non si fece più vedere da quelle parti. Dopo la fuga della volpe, il granchio si tuffò in acqua e andò a raccontare la sua brutta avventura agli amici di sotto, spiegando quanto fosse più sicuro vivere lì, sì, nel mare!

Coloro che affrontano situazioni nuove senza averne l’esatta conoscenza finiscono sempre nei guai.

Il falco e il gallo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

IL FALCO E IL GALLO
Un maestoso falco fu preso in custodia e addomesticato dal suo padrone: Appena il padrone lo chiamava il falco volava dritto dritto, per andare a posarsi sulla mano del suo padrone.
Invece il gallo, quando il padrone gli si accostava, fuggiva spaventato. E fu così che il falco si rivolse al gallo: – Poveretti. Voi galli non sapete cosa sia la riconoscenza; Servi, siete nati servi e morirete servi. Non avete nessuna dignità. Solo quando sentite la fame vi accostate ai vostri padroni. Noi, invece, che siamo di razza selvatica, ben altra cosa siamo; Abbiamo così tanta forza, abbiamo gli artigli mortali, e siamo gli uccelli più rapidi di ogni altra specie. Eppure non fuggiamo gli uomini, nessuno di noi dimentica che il nostro padrone ci nutre e ci cura, perciò, quando ci chiamano, andiamo a posarci sulle loro mani. Noi simao nobile razza, non dimentichiamo e siamo riconoscenti.
Il gallo rispose al grande falco: – Eh, mio caro falco possente, sappiamo bene che voi non scappate dagli uomini, perché non ne avete bisogno, d’altronde nessuno ha mai visto un falco arrosto. Ma quando il padrone decide di farsi un bel pollo arrosto, e ne vediamo tutti i giorni, le cose stanno in modo meno piacevole, per noi, credimi.

A volte bisognerebbe trovarsi nella pelle degli altri per comprendere certe scelte e certe necessità!

Il piccolo corvo malato. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Tempo fa un cucciolo di corvo un po’ vivace, o meglio, troppo vivace e irrequieto, se ne andava a zonzo tutto il giorno curiosando in ogni luogo, e persino là dove non avrebbe dovuto ficcare il becco. Era un gran curiosone di ogni cosa, e non perdeva mai l’occasione di ridersela di tutti con scherzi e dispetti. Quel mattino però, la sua monelleria lo spinse a compiere un’azione che sarebbe stato meglio non fare. Si intrufolò infatti in una piccola casa situata al limitare del bosco e velocissimo rubò un bel pezzo di carne sistemato sul davanzale della finestra spalancata. Per sua sfortuna il contadino fece in tempo ad accorgersi del furto e, senza esitare, colpì il corvo con una pietra. Ecco fatto! Il ladro fu colpito in pieno. Quel pezzo di carne gli costò caro! Ferito e spaventato il corvetto se ne tornò al nido volando piano piano per il male, quasi le fragili ali non riuscivano a sorreggerlo, ma poi raggiunse il nido e si sdraiò sfinito tra le braccia della sua cara mamma. Questa, disperata per le condizioni del figliolo, scoppiò in lacrime sfogando la propria preoccupazione. “Oh, mammina!” Disse il cucciolo “Prega il Signore per me affinché guarisca la mia ferita”. E la mamma corvo, piena di tristezza rispose: “Povero piccolo mio, come puoi chiedere al Cielo un miracolo se non ti sei nemmeno pentito del male commesso?” Solo in quel momento il corvetto comprese la sua colpa e giurò a se stesso di non rubare mai più in vita sua. Fortunatamente la ferita riportata durante la scorribanda alla fattoria si rimarginò in fretta e il cucciolo riacquistò le forze. Quando fu completamente guarito poté tornare a svolazzare tra gli alberi ma, ricordandosi della promessa fatta, da quel giorno non toccò più ciò che non gli appartenesse. Aveva imparato a sue spese il significato della parola “furto – rubare“.

Gli insegnamenti appresi sulla propria pelle sono i più severi e non potranno mai essere dimenticati.

Il corvo e i suoi piccoli. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un corvo aveva fatto il nido su un’isola, e quando i piccoli vennero alla luce esso volle trasportarli a uno a uno dall’isola sulla terraferma. Ne prese uno tra gli artigli e volò con lui sopra il mare.
Quando il vecchio corvo si trovò in mezzo al mare, si sentì sfinito, e batteva le ali sempre più lentamente. Pensò: «Ora io sono forte e lui debole e perciò lo trasporto al di là del mare; ma quando lui sarà grande e robusto, e io mi troverò indebolito per la vecchiaia, si ricorderà delle mie fatiche e mi trasporterà così da un posto all’altro?»
E il vecchio corvo chiese al suo piccolo: Quando io sarò debole e tu sarai forte, mi porterai così? Dimmi la verità. Il piccolo corvo ebbe paura che il padre lo lasciasse cadere in mare e rispose: – Certo che ti porterò! Ma il vecchio padre non credette al figlio, aprì gli artigli e lo lasciò cadere. Il piccolo cadde come un batuffolo e affogò. Il vecchio corvo se ne tornò da solo, attraversando il mare, alla sua isola.
Prese un altro piccolo, e lo portò a volo al di sopra del mare. Di nuovo, allorché fu in mezzo al mare, si sentì sfinito e domandò al figliolo se, quando fosse vecchio, l’avrebbe portato così da un posto all’altro. Il piccolo ebbe paura che il padre lo lasciasse cadere e, come l’altro rispose: Certo che ti porterò. Neppure a questo figlio credette il padre, e lo lasciò cadere in mare. Allorché il vecchio corvo fu un’altra volta di ritorno al suo nido, non gli restava che un piccolo solo. Lo afferrò e con lui prese il volo sopra il mare. Allorché giunse a metà cammino e si sentì spossato, gli domandò: – Quando io sarò vecchio, mi darai da mangiare e mi trasporterai così da un luogo all’altro? Rispose il piccolo: – No, non lo farò. – E perché mai? gli chiese il padre. – Quando tu sarai vecchio e io sarò grande, avrò anch’io il mio nido e i miei piccoli, e dovrò nutrire e trasportare i figli miei. Pensò allora il vecchio corvo: «Questo ha detto la verità: perciò mi farò forza e lo trasporterò al di là del mare» E il vecchio corvo non lasciò cadere il suo piccolo, ma con le ultime forze che gli restavano riprese a battere le ali e lo portò sulla terraferma affinché anch’egli potesse costruire il suo nido e allevare i suoi figli.

Il contadino e l’aquila. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il contadino e l’aquila
Accadde un giorno che un contadino, mentre tornava dai campi, vide un’aquila che era rimasta intrappolata in una rete. L’uomo ebbe pietà di quella poveretta, che tentava in ogni modo di liberarsi inutilmente dalla rete. Anzi, più si dimenava e più la rete stringeva la sua morsa nelle sue maglie fitte, e più ancora l’aquila si feriva. Il contadino decise di darle una mano, di restituirle la libertà. Sfilò il suo coltello, che di solito usava per gli innesti delle piante da frutto, affilatissimo, e tagliò la rete.
L’aquila, appena sentì d’essere sciolta dalle maglie e dai lacci della rete, volò via, alta nel cielo, e il contadino fu molto felice e orgoglioso lieto di aver restituiti la libertà al grande volatile.
L’aquila non dimenticò quel gesto di bontà da parte del contadino.
Accadde così che un giorno, s’era di primo mattino, come era solito, il contadino portò a la sua mandria di mucche al pascolo.
Era appena cominciata l’estate, ma già faceva caldo. Il contadino, che era in piedi dall’alba, si accostò un momento ad un muricciolo a secco, per bere un sorso d’acqua.
Improvvisamente, in quell’istante, un’aquila si lanciò aprendo gli artigli, contro il contadino e gli rubò la cintura.
Il contadino disperato cercò di rincorrerla ma dopo pochi metri l’aquila lasciò cadere la cintura.
Stupefatto e incredulo per quel gesto, che non era naturale per un’aquila, che di solito una volta afferrata la preda mai e poi mai l’avrebbe abbandonata, e nulla poteva più salvarla. Si accorse invece, il contadino, che durante l’inseguimento dell’aquila il muro a secco, su cui stava seduto, era crollato trascinando con se ogni cosa.
Il contadino comprese allora che l’aquila gli aveva salvato la vita!
Chi fa del bene, prima o poi lo riceve.

Il congresso dei topi. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Nella cantina di una vecchia cucina regnava la disperazione. Da quando era arrivato un grosso gattaccio i topi non potevano più uscire dalle loro tane, né di giorno né di notte. Con il tempo la fame si faceva sempre più forte e mordeva i loro stomaci, e se qualche topo coraggioso tentava di raggiungere la dispensa delle proviste, era quasi certo che non sarebbe tornato indietro. Cadeva preda del gattaccio, il quale se ne stava sempre in agguato in ogni luogo della vecchia cucina. Insomma, così non si poteva andare avanti, bisognava far qualcosa, decidersi. I topi che erano rimasti vivi decisero di riunirsi a congresso per trovare il modo di combattere quel fetente d’un gattaccio. -Bisogna organizzare una trappola- dicevano alcuni. -Sarebbe meglio avvelenarlo – dicevano altri. Il guaio è che non riusciamo mai a sentire quando si avvicina- dissero ancora altri reduci.
-Ho trovato!- disse un topo anziano, che si sapeva fosse molto prudente e astuto. -Se noi riuscissimo ad attaccare un campanellino alla coda del gatto- continuò questi – non ci sarebbe più pericolo. Lo sentiremmo avvicinarsi e avremmo il tempo di scappare. -Ottima idea!- esclamarono tutti. E l’idea mise d’accordo tutta l’assemblea dei topi. Ma quando si trattò di andare ad eseguire l’opera del campanellino da agganciare alla coda del gatto, nessuno dei topi in assemblea ebbe il coraggio di farlo. La seduta fu tolta, l’assemblea chiuse e non se ne fece più nulla.

Spesso un’idea può esser vincente, ma senza il coraggio diventa perdente
perché tra dire e fare lo sanno tutti poi cosa ci sta nel mezzo.

Il cinghiale, la volpe e il cacciatore. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un cinghiale e un cavallo andavano a pascolare nello stesso posto.
Ma il cinghiale calpestava continuamente l’erba e intorbidiva l’acqua al cavallo, il quale, per vendicarsi, chiese aiuto al cacciatore. Questi gli rispose che non poteva far nulla per lui se non si fosse lasciato mettere il morso e le briglia e non lo avesse preso in groppa. Il cavallo acconsentì a tutte le sue richieste. Allora il cacciatore salì sul cavallo, uccise il cinghiale, ma poi condusse il cavallo nella stalla e lo legò alla mangiatoia.

Pertanto, parecchi uomini, spinti da rabbia e collera cieca, per vendicarsi dei nemici, e pensando di trovare soddisfazione, preferiscono sottomettersi ad altri.

Il cinghiale e la volpe. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il cinghiale e la volpe
Un cinghiale stava mettendo a filo di taglio le zanne, e s’adoperava contro la corteccia di un faggio. Passò di lì una volpe che restò a guardarlo. Il cinghiale incurante del nuovo spettatore, la volpe, continuò ad affilare le zanne con tanta forza e precisione da scuotere tutto, albero e cespugli intorno. Ma che fai, signor cinghiale, ti affili le zanne, – disse la volpe, – ma qui non c’è l’ombra di un solo predatore che possa cacciarti. Perché ti dai tanto da fare con quelle zanne? Carissima Volpe, se ci pensi benino, troverai la risposta, facile facile. – Replicò il cinghiale, – se qualcuno mi dovesse cacciare, predare, attaccare, non avrei certo il tempo per affilarmi le zanne. Ma se le avrò pronte, potrò farne buon uso. Previdenza è sempre la miglior difesa.

La favola ci insegna che dobbiamo prepararci prima che i pericoli ci sorprendano.

14. Le favole di Esopo. I figli litigiosi e altre storie. Favole

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Elenco delle favole di Esopo. Raccolta 14
I figli litigiosi
Il cerbiatto e il cervo
Il cervo e la vigna
Il cinghiale, il cavallo e il cacciatore
Il corvo e i suoi piccoli
Il corvo malato
Durata: 13 min

Il cigno, l’oca e il cuoco. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il cigno, l’oca e il cuoco
Nel grande giardino di un castello vivevano tantissimi uccelli. Uccelli di ogni razza. Alcuni erano liberi di volare dappertutto, da un albero all’altro e di cantare felici, altri erano uccelli domestici, che razzolavano sul terreno e attendevano il loro turno per finire in padella. Un cigno e un’oca bianca, che s’incontravano ogni giorno nelle acque di un laghetto del parco, fecero grande amicizia. Nuotavano spesso fianco a fianco, e da lontano parevano quasi fratelli, ma da vicino appariva subito che il cigno era di buona razza regale. Aveva forme più eleganti, mentre quelle dell’oca erano goffe e grassottelle. Il cigno era ritenuto da sempre un ospite nobile e distinto del giardino, mentre l’oca si sapeva destinata a finire in pentola non appena fosse arrivato qualche ospite al castello. La differenza fra i due si notava ancor di più quando aprivano il becco: il cigno aveva un canto armonioso, mentre l’oca non sapeva fare altro che starnazzare stonata e sgraziata. Nonostante tutto l’oca, stando sempre fianco a fianco al cigno, finì col credersi lei pure un nobile animale. E in segreto sperava che quando fosse venuta l’ora di finire in pentola, il cuoco si sbagliasse e tirasse il collo al cigno, anziché a lei. E questo perché erano amiche. E avvenne proprio che un giorno il cuoco, un po’ sbronzo, scambiò il cigno coll’oca e lo afferrò per il collo. Ma il cigno si lamentò con un canto tanto dolce che il cuoco, stupito, si accorse dell’errore ed esclamò: Oh, mamma mia, cosa stavo facendo! Non sia mai che io tagli la gola a chi sa servirsene così bene! E lo lasciò libero. L’oca invece finì in pentola, tra le patate e le verdure.

Il cervo e le sue corna. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

IL CERVO
Quel giorno un cervo si accostò al fiume per dissetarsi. Mentre ristorava la propria sete, scoprì la sua immagine riflessa. Il cervo iniziò a lodare le proprie corna, che erano ben fatte, solide, diramate e grandi; ma quando si osservò le zampe disse: – Oh mamma, come sono esili e brutte le mie zampe! D’improvviso, da dietro un cespuglio comparve un leone che si lanciò contro il povero cervo. Il cervo fuggì per la pianura, riuscendo a scampare dalla furia del leone, ma appena giunse nel bosco, le sue corna si imbrogliarono malamente tra i cespugli e non riuscì più né a muoversi né a sbrigliare il proprio corpo; ogni tentativo di liberarsi fu vano. Giunse il leone che lo afferrò forte con gli artigli possenti. Mentre sentiva prossima la fine il cervo si disse: – Sono stato uno stupido! Le mie zampe che credevo brutte e inutili son quelle che mi hanno fatto scappare, ed invece le corna, che credevo così belle e ben fatte mi hanno portato alla morte.

Il cervo e la vigna. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

IL CERVO E LA VIGNA
Un cervo si nascose ai cacciatori in mezzo a una vigna. Quando i cacciatori furono passati oltre, il cervo si mise a brucare le foglie della vite.
I cacciatori notarono che le foglie si muovevano e pensarono: «Che ci sia qualche bestia là in mezzo al fogliame?» Spararono e ferirono il cervo.
Allora il cervo disse, mentre stava per morire: Me lo merito, perché ho voluto mangiare proprio quelle foglie che mi avevano salvato.

A volte le certezze si trasformano in delusioni molto pericolose. Non bisogna mai sottovalutare il pericolo finché esso non sia realmente passato.

Il cerbiatto e il cervo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il cerbiatto e il cervo
Un bellissimo cerbiatto viveva con la sua famiglia in una meravigliosa foresta, dove un ricco sottobosco offriva cibo in abbondanza.
Il cerbiatto era orgoglioso del proprio babbo e voleva tanto diventare grande e forte come lui. Aspettava con ansia che gli crescessero finalmente le lunghissime corna che tutti invidiavano al suo papà. Intanto il piccolo cerbiatto imparava la vita dal proprio genitore, imitandolo in ogni cosa.
Durante una bella mattina di primavera, mentre il grande cervo padre brucava tranquillo la prima erba dei cespugli, insieme all’inseparabile figliuolo cerbiatto, un possente ruggito squarciò il silenzio. Era un leone! Il cerbiatto spaventato e sconcertato osservò il suo babbo e, con enorme stupore scoprì che questi tremava come un fuscello al vento. Sì, il suo papà aveva paura! Come era possibile? Ma prima ancora che egli potesse chiedergli spiegazioni il cervo gridò al figlio: “Corri!” e si lanciò in una velocissima fuga. Il cucciolo obbediente, ma deluso e pieno di vergogna, con le lacrime per la vergogna e la delusione, seguì il padre nella fuga verso la foresta. Quando finalmente si fermarono il cervo si avvicinò al figlio e scorgendo il suo pianto gli parlò con voce dolce: “Piccolo mio, questa paura che tu disprezzi ci ha salvato la vita. Quel leone non avrebbe avuto pietà di noi e saremmo stati il pasto della sua giornata, se non fossimo fuggiti. A volte bisogna ingoiare il proprio orgoglio e sapersi arrendere di fronte a chi é più forte di noi.
Quelle parole consolarono il cerbiatto. Adesso ammirava ancora di più il suo babbo che, s’era mostrato saggio di fronte al pericolo, e che grazie alla sua saggezza aveva salvato il proprio figliulo. Nella vita serve più coraggio per rinunciare ad affrontare persone più forti e prepotenti piuttosto che accettare sfide inutili.

Il cane e le conchiglie. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il cane e le conchiglie
Un cane, a cui piacevano tanto le uova, d’improvviso vide un grande mucchio di arselle bianche di mare, ben posate dentro una cesta di paglia.
«Bene, con queste uova mi farò la pancia piena!
Sì, avete capito bene, il cane, poveraccio e ingordo, scambiò le arselle di mare per uova.
Spalancò la bocca e Gnam! ingurgitò intera l’arsella più grande.
Dopo un po’ il cane ingordo senti nello stomaco un gran peso. E un dolore fortissimo, che gli bloccava persino il respiro. Ohi, ohi, ohi… Mi sta bene, ma come ho potuto, come ho potuta, sciocco che sono, pensare che tutto ciò che abbia un guscio sia un uovo? O qualcosa del genere.

Il cane che voleva troppo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un giorno un uomo volle donare al suo cane un buon pezzo di arrosto di carne. Era il premio che quel cane meritava per la sua fedeltà .
Raggiante e felice il cane decise di cercare un posto tranquillo dove mangiarsi il suo arrosto. Cammina e cammina giunse alla riva di un bel fiume, dove ci stava un ponte. Il cane decise di attraversarlo e divorare il suo arrosto al di là del fiume. Quando fu nel mezzo del ponte, si specchiò per caso nelle acque calme e limpide che scorrevano di sotto.
Era a metà del tragitto quando vide, specchiandosi nelle calme acque che scorrevano di sotto, la propria immagine riflessa. Credette che laggiù vi fosse un cane con un pezzo di carne arrosto, più grosso del suo. Così il cane si lanciò in acqua deciso, non sia mai che quel cane fuggisse; ma, ahimé, il cane, quello vero, perse la sua carne, che fu trascinata via dalla corrente, e non ebbe neanche l’altro arrosto di carne. Perché? Perché non c’era più! Il fiume s’era portato via anche quella.

I figli litigiosi. Una favola di Esopo.

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

I FIGLI LITIGIOSI
I figli di un contadino non andavano d’accordo e litigavano per ogni cosa. Il contadino, per quanto continuasse ad ammonirli, non riusciva a correggerli. Pensò allora di ricorrere ad un esempio pratico, e disse loro di portargli un fascio di verghe. Unì le verghe in un fascio ben stretto, le consegnò ai figli e ordinò loro di spezzarle, ma per quanti sforzi facessero non ci riuscirono. Allora il contadino sciolse il fascio e diede ai figli le verghe una ad una, e siccome le rompevano senza alcuno sforzo, soggiunse: Così anche voi, figli miei, se sarete uniti, nessun nemico vi potrà sconfiggere, ma se litigherete, diventerete per una facile preda, e l’avranno vinta loro.

13-Le favole di Esopo. Il falco e il gallo, e altre storie. Favole

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Elenco delle favole di Esopo, raccolta 13
Il falco e il gallo
La zanzara e il leone
Il leone e il toppo
Le lepri e le rane
Lo scherzo del pastore
Durata complessiva: 11:07
Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

12-Le favole di Esopo. La rana e il bue, e altre storie. Favole

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Elenco delle favole di Esopo VOL. 12
La rana e il bue
La volpe e il corvo
La volpe e l’uva
La volpe e la cicogna
Durata complessiva: 11:35
Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

11-Le favole di Esopo. L’asino e il lupo, e altre storie. Favole

Traduzione di Patrizia Mureddu. Messa in voce di Gaetano Marino

Elenco delle favole di Esopo VOL. 11
L’asino e il lupo
La canna e l’ulivo
La coda del serpente
La gallina dalle uova d’oro
La vecchia e il medico
Un uomo ed Ermes
Durata complessiva: 06:58
Traduzione di Patrizia Mureddu
Messa n voce di Gaetano Marino

10-Le favole di Esopo. I viaggiatori e l’orso, e altre storie. Favole

Traduzione di Patrizia Mureddu. Messa in voce di Gaetano Marino

Elenco delle favole di Esopo VOL.10
I viaggiatori e l’orso
Il contadino e l’albero
Il gatto e il pipistrello
Il lupo che si vantava della sua ombra
Il pastore ed il mare
Il sole e il vento
Il suonatore di cetra
Il vecchio leone
L’asino e il carico di sale
Durata complessiva: 10:44
Traduzione di Patrizia Mureddu
Messa in voce di Gaetano Marino

09-Le favole di Esopo. La leonessa e la volpe e altre storie. Favole

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Elenco delle favole di Esopo VOL.09
La leonessa e la volpe
La lepre e la tartaruga
La pelle dell’orso
La pulce e il bue
Durata complessiva: 14:31
Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

08-Le favole di Esopo. L’aquila e lo scarafaggio, e altre storie. Favole

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Elenco delle favole di Esopo VOL. 08
L’aquila e lo scarafaggio
L’uccellino e il pipistrello
La cicala e le formiche
La colomba e la formica
La cornacchia che voleva imitare l’aquila
Durata complessiva: 11:51
Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

07-Le favole di Esopo. L’airone, i pesci e il gambero e altre storie. Favole

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Elenco delle favole di Esopo VOL. 07
L’airone, i pesci e il gambero
L’allodola, i suoi figli e il padrone del campo
L’apicultore
L’aquila e il gufo
Durata complessiva: 12:34
Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

06-Le favole di Esopo. Il pipistrello e le donnole, e altre storie. Favole

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Elenco delle favole di Esopo VOL. 06
Il pipistrello e le donnole
Il topo di città e il topo di campagna
Il topo e la ranocchia
Il lupo sazio e la pecora
Durata complessiva: 10:58
Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

05-Le favole di Esopo. Il leone, l’orso e la volpe, e altre storie. Favole

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Elenco delle favole di Esopo VOL. 05
Il leone, l’orso e la volpe
Il lupo e il pastore
Il piccolo corvo furfante
Durata complessiva: 10:22
Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

04-Le favole di Esopo. Il congresso dei topi e altre storie. Favole

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Elenco delle favole di Esopo VOL. 04
Il congresso dei topi
Il contadino e l’aquila
Il leone e il cinghiale
Il leone va alla guerra
Durata complessiva: 11:47
Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

03-Le favole di Esopo. Il lupo e l’airone, e altre storie. Favole

adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Elenco raccolta favole di Esopo VOL.03
Il lupo e l’airone
Il lupo e la capretta
Il nibbio e il serpente
Il pescatore e il pesciolino
Durata complessiva: 11:43
Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

02-Le favole di Esopo. Il leone e il moscerino, e altre storie. Favole

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Elenco favole di Esopo VOL.02
Il leone e il moscerino
Il leone e l’asino
Il leone la lepre, e il cervo
Durata complessiva: 10:36
Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

01-Le favole di Esopo. Il cane che voleva troppo e altre storie. Favole

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Elenco favole di Esopo VOL 01
Il cane che voleva troppo
Il cane e le conchiglie
Il cigno, l’oca e il cuoco
Il cinghiale e la volpe
Il cervo
Durata: 10:11
Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Rime di Favole. Di Jean De La Fontaine. Traduzione di Emilio De Marchi. Settimo Bastimento 07

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Traduzione di Emilio De Marchi
Messa in voce di Gaetano Marino

Il grande erede di Fedro e della Favola Esopica in un capolavoro intramontabile di Poesia, stile, saggezza, eleganza, moralità, adatto a tutte le età e culture. Veri e propri racconti in Poesia, le Favole del genio francese, hanno vissuto nei suoi straordinari versi un’identità e una vita come mai vissuta prima. Fluidità, ironia, tecnica sublime unita a una raffinata e squisita semplicità, fanno delle sue Favole un’opera senza precedenti, consegnando il Poeta all’immortalità, mentre in Italia, la grande fama delle sue Favole è indissolubilmente legata alla magnifica opera di traduzione del grande Emilio De Marchi.


BASTIMENTI
RIME DI FAVOLE
PRIMO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SECONDO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
TERZO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
QUARTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
QUINTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SESTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SETTIMO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine

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Rime di Favole. Da Jean De La Fontaine. Traduzione di Emilio De Marchi. Sesto Bastimento 06

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Messa in voce di Gaetano Marino

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BASTIMENTI
RIME DI FAVOLE
PRIMO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SECONDO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
TERZO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
QUARTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
QUINTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SESTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SETTIMO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine

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Rime di Favole. Da Jean De La Fontaine. Traduzione di Emilio De Marchi. Quinto Bastimento 05

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Traduzione di Emilio De Marchi
Messa in voce di Gaetano Marino

Il grande erede di Fedro e della Favola Esopica in un capolavoro intramontabile di Poesia, stile, saggezza, eleganza, moralità, adatto a tutte le età e culture. Veri e propri racconti in Poesia, le Favole del genio francese, hanno vissuto nei suoi straordinari versi un’identità e una vita come mai vissuta prima. Fluidità, ironia, tecnica sublime unita a una raffinata e squisita semplicità, fanno delle sue Favole un’opera senza precedenti, consegnando il Poeta all’immortalità, mentre in Italia, la grande fama delle sue Favole è indissolubilmente legata alla magnifica opera di traduzione del grande Emilio De Marchi.


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PRIMO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
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QUARTO BASTIMENTO
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SETTIMO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine

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Rime di Favole. Da Jean De La Fontaine. Traduzione di Emilio De Marchi. Quarto Bastimento 04

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Traduzione di Emilio De Marchi
Messa in voce di Gaetano Marino

Il grande erede di Fedro e della Favola Esopica in un capolavoro intramontabile di Poesia, stile, saggezza, eleganza, moralità, adatto a tutte le età e culture. Veri e propri racconti in Poesia, le Favole del genio francese, hanno vissuto nei suoi straordinari versi un’identità e una vita come mai vissuta prima. Fluidità, ironia, tecnica sublime unita a una raffinata e squisita semplicità, fanno delle sue Favole un’opera senza precedenti, consegnando il Poeta all’immortalità, mentre in Italia, la grande fama delle sue Favole è indissolubilmente legata alla magnifica opera di traduzione del grande Emilio De Marchi.


BASTIMENTI
RIME DI FAVOLE
PRIMO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SECONDO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
TERZO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
QUARTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
QUINTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SESTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SETTIMO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine

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Rime di Favole. Da Jean De La Fontaine. Traduzione di Emilio De Marchi. Terzo Bastimento 03

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Traduzione di Emilio De Marchi
Messa in voce di Gaetano Marino

Il grande erede di Fedro e della Favola Esopica in un capolavoro intramontabile di Poesia, stile, saggezza, eleganza, moralità, adatto a tutte le età e culture. Veri e propri racconti in Poesia, le Favole del genio francese, hanno vissuto nei suoi straordinari versi un’identità e una vita come mai vissuta prima. Fluidità, ironia, tecnica sublime unita a una raffinata e squisita semplicità, fanno delle sue Favole un’opera senza precedenti, consegnando il Poeta all’immortalità, mentre in Italia, la grande fama delle sue Favole è indissolubilmente legata alla magnifica opera di traduzione del grande Emilio De Marchi.


BASTIMENTI
RIME DI FAVOLE
PRIMO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SECONDO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
TERZO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
QUARTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
QUINTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SESTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SETTIMO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine

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Rime di Favole. Da Jean De La Fontaine. Traduzione di Emilio De Marchi. Secondo Bastimento 02

Traduzione di Emilio De Marchi
Messa in voce di Gaetano Marino

Il grande erede di Fedro e della Favola Esopica in un capolavoro intramontabile di Poesia, stile, saggezza, eleganza, moralità, adatto a tutte le età e culture. Veri e propri racconti in Poesia, le Favole del genio francese, hanno vissuto nei suoi straordinari versi un’identità e una vita come mai vissuta prima. Fluidità, ironia, tecnica sublime unita a una raffinata e squisita semplicità, fanno delle sue Favole un’opera senza precedenti, consegnando il Poeta all’immortalità, mentre in Italia, la grande fama delle sue Favole è indissolubilmente legata alla magnifica opera di traduzione del grande Emilio De Marchi.


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RIME DI FAVOLE
PRIMO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SECONDO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
TERZO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
QUARTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
QUINTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SESTO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine
RIME DI FAVOLE
SETTIMO BASTIMENTO
Jean De La Fontaine