Supplica a mia madre. Una poesia di Pier Paolo Pasolini

Messa in voce di Gaetano Marino
Drammaturgia musicale di Simon Balestrazzi

Supplica a mia madre.
Dalla raccolta “Poesia in forma di rosa” pubblicata nel 1964.

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

La madre. Dalle Memorie di Pier Paolo Pasolini

Drammaturgia musicale di Simon Balestrazzi
Messa in Voce di Gaetano Marino

Torno alle giornate più remote del nostro amore, una marea di muta gratitudine, e disperati baci.
Tutta la mia infanzia è sulle tue ginocchia, spaventata di perderti e perdutamente felice di averti.
Ho compiuto il viaggio che tu non hai compiuto, mia lodoletta, madre fanciulla.
Coraggio di dolce indiziato, invasato e imprudente e cieco amore.
Fui un altro al ritorno, con in volto la maschera della nostra dolcezza.
Una bellezza fonda d’ombre nella fronte pura, e nell’ onda giovane dei capelli, magra negli ossi del mento e degli zigomi, dura nella tenera curva della faccia.
Ah, odiosa mitezza adorabile in te ch’eri davvero bella.
Ricordo i pomeriggi di Bologna: al lavoro cantavi nella casa che non era che un’eco.
Poi tacevi, e volata nell’altra stanza (ah il bruno tuo passo di bambina…) riprendevi a cantare.
E il pomeriggio era silenzio e rapimento.
Tu sai quanto fui puro, quanto amavo una vita troppo bella per me, quanto ero deciso a difendere e amare.
Ma tu di me conosci gli abbandoni.
Nella storia del nostro amore c’è un’ ombra, il rapporto unico, la troppa confidenza che non s’esprime, resta parola, imputridisce.
La purezza perduta.
Il mondo è nell’ombra del tuo tiepido riso di madre giovinetta.
Tu, sola, davi la solitudine a chi, nella tua ombra, provava per il mondo, un troppo grande amore.

Percevaliana e d’altri versi. Poesie di Maurizio Virdis

Scritte e messe in voce da Maurizio Virdis
Dalla raccolta quo (quo) VERSUS (?)
Drammaturgia del suono a cura di Gaetano Marino
Potete acquistare il libro di poesie “quo (quo) VERSUS (?)” su Amazon: https://www.amazon.it/dp/B0CNZZGGX3

Titoli e testi di questa raccolta podcast

PERCEVALIANA

Per l’illusione matricida andò
via dalla foresta guasta e desolata,
e solo danni procurò,
oppure inopinati tornaconti.
L’economia del dire lo tradì
fra gesta e mirabilia alla ventura.

Apprese il dire nel dubbio d’un graal.
E lì l’amore.
Gettò i dadi per sfidar la sorte;
forse vinse.
Mais le hasard jamais il n’abolit:
la sua salvezza.
Prolungava l’illusione oltre ogni corte.
E il demone domò del mezzodì.
Lo frequentava una visione altera,
che diffrangeva riverberi di gemma,
sotto le lune metempiriche e audaci,
fatta dei fili stenti del dilemma.
E generò la madre. La inventò.
Così che procedeva oltre la sfera
di ciò in cui tutti si mostravano
incapaci.

***

ITERAZIONE DI UNA MORTE

E all’ultimo momento
la parola
sovviene non voluta
d’esserci ancora,
ma il tempo è al di sotto:
la cosa è andata
non quella è la forma:
sarà un’altra volta
per storno d’ormai.

***

CHE OCCASIONE

Capire
giovata la cosa
parola ri-succhiata
per dire:
credevo….
e poi le mani cercano
là dove sperato nel buio
di sottecchi
– ma diamine, che roba…! –
scrutarsi felici
inferiori al momento
occasione in ipostasi:
che roba….!

***

MYSTERIUM MORTIS *IN ARTICULO
(scilicet ars narrandi)

narrare sul filo un confine
che ultimo non è, ma trapassa
nell’ora abolita.

S’incarna lo spirito in verbis
sfigura l’azione:
nel conto
la pone ordinata,
l’ascrive oramai, ma scontata:
le reni gli sonda ed il cuore.

Congiungersi, nel tempo scemato
consunto, slabbrato potere
con ciò che voluto l’avrei
– dissidium animae
in littera nova /……/ desidia –
desidera ciò ch’è raggiunto
congiunto che gli ha la parola
col filo che fragile è pure
all’equilibrista che l’osa.

Ed ivi nel gioco compone la voce
rinata al silenzio
che l’ora riposa, che l’ora gli porge in parola.
Semantica dell’infinitesimo:
ventriloquo in cerca d’istanza
glossando l’intonso volume:
…forse di già nella fatal quiete……

***

CUPIO DISSOLVI

Gelido vorrei stare contemplando
il dissolversi vago del mio sguardo,
nell’ora trepida dell’oblio di sé
esaltante il giudizio che si elide
docile äll’imperio della grazia
evocata. Ne resta il dubbio torbido
l’anima lasciando interrogata,
languente muta nel turbato azzardo
acerbo che si sfuma nell’immagine
nuda dell’amore,
intatta alla ragione d’avalon.
Mare di nebbia invita ad annegarmi,
appellandomi al ghiaccio ove la morte
misura trae cardinale alla vita:
interseco al tuo sguardo irresponsabile
algidità d’un dono che non schivo.

***

ANIMA, L’ANIMA TI DARO’

Anima, l’anima ti darò se tu mi guardi
perché riposi in seno al tuo sorriso
il mio girovagare che s’avvolge
costretto come trottola impazzita.

Anima, s’ànima mia t’intregu si mi càstias,
ca in codhu de s’arrisu chi scarìngias
si ’nci potzat arrimmai s’andòngiu miu
trottoxèndusi tottu arròlia arròllia,
apretau che bardùfula ammachiada.

***

DEMI-SOMMEIL

Poi in dormiveglia, la notte:
ecco – d’ogni altra cosa ignaro –
tenevi tra le mani
impubere la gioia.
Lampo sommesso in cui il tempo s’abbaglia,
che palesandolo lo deduce e annulla.

***

N’ATTENDANT PAS GODOT: LA JOUISSANCE

Giacché aspettando godo
non m’è mestieri attendere Godot.
Sospeso immoto nel fluir mi resto:
che l’ora non m’accade, vi discàpita:
e disattesa in deroga rimane.
Esonerata.

Quindi vo il tempo a designificare
quel che non è spremendone:
ond’essermi io possa.

Proposito che a volte va a buon fine
che gaudio si distacca da concetto,
elusovi il percetto ed ogni prassi.
À contretemps.
Naïf.
Allo sproposito.

Che guardo ad occhi chiusi
un cielo azzurro
topico;
e il canto d’un fringuello vi si infigge.
Assoluto, totale. Incorruttibile.

***

TANTU GENTILI
Traduzione in lingua sarda da Vita Nova di Dante Alighieri

Tantu gentili e onesta è’ a s’avverai
sa donna mia cand’áteru saludat
ch’ogna lìngua tremendi torrat muda
e no s’atrivit s’ogu a dha castiai.

Si ’nci andat issa a s’intendi alabai
beninna ’estida d’umilesa in muda
e cosa benìa parit, chene duda,
de celu innoi miràculu a ammostai.

Chini aici dha mirat si ’ndi prexat
ca ’e is ogus giait in coru unu druciori
chi scî no podit chini no dhu proat,

e de is laus suus parit chi ’ndi moat
un’ispíritu léviu prenu ’e amori
chi andat narendi a s’ánima ‘susprexa!’.

***

SU SLACANADU
Traduzione in lingua sarda di “L’infinito” di Giacomo Leopardi

Stimau sempr’apu custa sedha aresti
e sa crisuri, chi de parti meda
de s’úrtimu fundali escluit s’oghiada.
Ma sétziu innoi mirendi, islacanadus
logus in palas d’issa, e mudïori
adhia ’e s’umanu, e asséliu isfundoriau
mi figur’ eu in su pensu; anca agiumai
sprama in coru est s’aùra. E daghi intendu
’entu frusiendi intra ’e is matas, deu cudhu
mudïori infinidu a custa boxi
seu cumparendi: e subbenit s’eternu
e is simanas mortas, e sa de oi
e bia e is sonus d’issa. Aici in tottu
custu immensu su pensu miu s’imbergit:
e a m’aciuvai m’est druci in custu mari.

***

EROS E DEDALO

E grido che mi fa gridar l’amore
lo strazio che nell’anima s’incarna
facendola tornare solo carne
quando il tuo corpo si libra all’assenza:
che di te cede più che tu non hai.
Ed urlo la vergogna oltre il ritegno,
apertis verbis senza esitazione:
e denudata taccio la beanza
dischiusa nel difetto che ti empie,
signora mia, che resti dimidiata
se non ti fingo docile padrona
di me cui se m’inchino tu ti pieghi
e ti spogli nel velo dell’abbaglio
che, irrispettosa con sublime arguzia,
tu scudo vitreo accordi all’artiglio:
che si condensa nell’esaltazione
mentre solo mi cresce l’intelletto,
e il senno che disegna il labirinto,
di te progetto vero oltre l’inganno,
che s’imbroglia fra trine che scagionano
la tua più spudorata convinzione.

***

DOMINE: NON SUM (L)IGNEUS

Quia non sum ligneus, uro cupidine.
Verum non igneus: ignosce, Domine.

Non se ne esce, parole inutili:
un bavardage.
Cercano nodi, magari snodi,
forse li trovano, inopinati li creano forse.
Che questo fuoco
d’intemperanza sol produce scorie
che ne risultano sol vacue storie.
Un guazzabuglio, quasi un cibreo
di vane immagini in cui mi beo:
significanti privi di testo.
Venirne a capo, filo d’Arianna,
componi tu. Prima ch’io sconti
solo con me la mia condanna.
Chi tiene il bandolo mi riconosca:
e mi richiami d’oltre la soglia
che già varcò vispa Teresa.
Accenda il fuoco ove ritrovi
l’altro da me, qual stigma ardente
pentecostale di me radice,
audace effato dell’ineffabile
che la grammatica contraddice.
Sed tantum dic verbo:
verbo ablativo d’ogni cascame,
che non accusa, né è pur causato:
quia tu es verbum, motòr dinamico
trasposto in carne,
qui verbo loqueris, qui verbo agis.
Quia verbo es.
Io son soltanto quello che c’è,
ein Mann, soltanto, ohne Eigenschaften:
Domine, non sum dignus:
parola per parola fammi te.
Come on, my Lord, and light my fire,
spèrdila tu ogni parola rea,
ch’io non è un altro, ma è quel che è.
Et sic sanabitur anima mea.

***

URBANITAS

Desolazione in strade:
orme d’avanzi recenti
di chi ancor vive:
Luce consunta a brandelli:
tace pure la perdita e l’oblio.
Bloccato il cielo.
Cemento a squadra,
cristalli a luccicare
di grate carcerate.
Cicalar non senti in alcun dove;
impercepiti gli affari nei bistrot.
Il ciel guardar non s’osa.
Amar neppure.

***

Presentazione
Cercare la parola; una parola. Acciuffarla. Per trovare, attraverso essa e in essa, una direzione verso cui volgersi. E le direzioni possono essere molteplici, la parola è erratica nei suoi percorsi, che mutano con il trascorrere del tempo e il volgere dell’esistenza, o il presentarsi delle occasioni, o l’erompere delle emozioni e delle pause meditative, o con l’umore perfino.
Nella ricerca di un dire che non consenta alla lingua d’esser padrona del (mio) dire; ma che, ex diverso, possa piegarla, la lingua, a un quid da invenire e da inverare. Un quid che peraltro soltanto (forse) la lingua può generare. Cortocircuito d’ogni darsi poetico: fra grazia e dannazione. Fra guerra, armistizio e negoziazione. Fra Scilla e Cariddi eludendo il rischio bifronte dell’apocrifo conforme e della coatta intransitività.
Gioco d’azzardo, già fu detto: negare la lingua per affermarla.

mVirdis