La pulce e l’uomo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Chi fa danni deve essere preparato a subirne le conseguenze

I figli litigiosi. Una favola di Esopo.

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

I figli di un contadino non andavano d’accordo e litigavano per ogni cosa. Il contadino, per quanto continuasse ad ammonirli, non riusciva a correggerli. Pensò allora di ricorrere ad un esempio pratico, e disse loro di portargli un fascio di verghe. Unì le verghe in un fascio ben stretto, le consegnò ai figli e ordinò loro di spezzarle, ma per quanti sforzi facessero non ci riuscirono. Allora il contadino sciolse il fascio e diede ai figli le verghe una ad una, e siccome le rompevano senza alcuno sforzo, soggiunse: Così anche voi, figli miei, se sarete uniti, nessun nemico vi potrà sconfiggere, ma se litigherete, diventerete per una facile preda, e l’avranno vinta loro.

L’uomo che spaccò la statua. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Le favole di Esòpo per tutti. Scrittore greco, padre della favola per eccellenza. Le sue opere ebbero, e hanno ancora, una grandissima influenza sulla cultura occidentale. Le sue favole sono tutt’oggi estremamente popolari e note. Esòpo è una figura immersa nella leggenda. Non si conoscono con certezza le vicende della sua vita, non si sa nemmeno se sia vissuto nel settimo o sesto secolo a.C. Nei suoi racconti, storielle e raccolte di favole, emerge la sua intelligenza e il suo ingegno. Le favole di Esòpo furono riscritte, spesso imitate, da Fedro e altri scrittori moderni.

Il leone e il topo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il leone quel giorno stava facendo il suo solito riposo pomeridiano. Un topo transitò velocissimo sulla sua pelliccia. Ma il leone si destò rapido e agguantò il topo. Dilatò leggermente la bocca per ingoiarlo, quando la bestiolina lo implorò:
Ti scongiuro amico leone, ti scongiuro, non mangiarmi, vedi quanto sono piccolo, e che vuoi che sia per il tuo pancione. Lasciami andare ti prego. Se non mi mangerai io potrò esserti utile un giorno, credimi.
Ah ah ah ah… tu, potresti essermi utile?
Beh, non si può mai dire, signor leone.
Il leone si fece ancora una bella risata e disse:
Mi sei simpatico topastro, oggi voglio essere buono e ti lascio libero. […]

La volpe e la scimmia che discutevano sulla loro nobiltà. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Le favole di Esòpo per tutti. Scrittore greco, padre della favola per eccellenza. Le sue opere ebbero, e hanno ancora, una grandissima influenza sulla cultura occidentale. Le sue favole sono tutt’oggi estremamente popolari e note. Esòpo è una figura immersa nella leggenda. Non si conoscono con certezza le vicende della sua vita, non si sa nemmeno se sia vissuto nel settimo o sesto secolo a.C. Nei suoi racconti, storielle e raccolte di favole, emerge la sua intelligenza e il suo ingegno. Le favole di Esòpo furono riscritte, spesso imitate, da Fedro e altri scrittori moderni.

L’ammalato e il medico. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Le favole di Esòpo per tutti. Scrittore greco, padre della favola per eccellenza. Le sue opere ebbero, e hanno ancora, una grandissima influenza sulla cultura occidentale. Le sue favole sono tutt’oggi estremamente popolari e note. Esòpo è una figura immersa nella leggenda. Non si conoscono con certezza le vicende della sua vita, non si sa nemmeno se sia vissuto nel settimo o sesto secolo a.C. Nei suoi racconti, storielle e raccolte di favole, emerge la sua intelligenza e il suo ingegno. Le favole di Esòpo furono riscritte, spesso imitate, da Fedro e altri scrittori moderni.

Il fanfarone. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Le favole di Esòpo per tutti. Scrittore greco, padre della favola per eccellenza. Le sue opere ebbero, e hanno ancora, una grandissima influenza sulla cultura occidentale. Le sue favole sono tutt’oggi estremamente popolari e note. Esòpo è una figura immersa nella leggenda. Non si conoscono con certezza le vicende della sua vita, non si sa nemmeno se sia vissuto nel settimo o sesto secolo a.C. Nei suoi racconti, storielle e raccolte di favole, emerge la sua intelligenza e il suo ingegno. Le favole di Esòpo furono riscritte, spesso imitate, da Fedro e altri

Il contadino e i suoi figli. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Le favole di Esòpo per tutti. Scrittore greco, padre della favola per eccellenza. Le sue opere ebbero, e hanno ancora, una grandissima influenza sulla cultura occidentale. Le sue favole sono tutt’oggi estremamente popolari e note. Esòpo è una figura immersa nella leggenda. Non si conoscono con certezza le vicende della sua vita, non si sa nemmeno se sia vissuto nel settimo o sesto secolo a.C. Nei suoi racconti, storielle e raccolte di favole, emerge la sua intelligenza e il suo ingegno. Soprattutto le favole di Esòpo furono riscritte, spesso imitate, da Fedro e altri scrittori moderni.

Lo scherzo del pastore povero. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Chi mente sempre non è più creduto anche quando dice la verità

Le rane chiedono un re. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Quando si cerca di cambiare la propria condizione di vita bisogna essere sicuri che si cambi in meglio.

Le lepri e le rane. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Se ci guardiamo attorno, possiamo accorgerci che c’è sempre chi sta peggio di noi è che in fondo siamo fortunati, rispetto ad altri.

La zanzara e sua maestà il leone. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Coloro che son troppo sicuri di sé riescono, a volte, a superare gli ostacoli più grossi ma inciampano spesso nelle piccole difficoltà.

La volpe e la cicogna. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un giorno la volpe volle invitare ad una cena l’amica cicogna. La cicogna, onorata e felice dell’invito accettò, e la sera si presentò a casa della volpe. I due presero posto a tavola. Quella sera la volpe volle preparare un gustosissimo brodo di rape, per il quale la cicogna andava ghiotta. Ma quando ella vide vide che il suo brodino stava dentro una ciotola, che era troppo larga, scoprì che non riusciva proprio ad assaggiare nemmeno un piccolo sorso di quel brodino. Il suo becco era troppo lungo e ogni sforzo appariva inutile; intanto la volpe sghignazzava.
Quando poi fu la cicogna ad invitare la volpe a cena, essa, a cicogna, preparò con cura un pranzetto dai mille profumi di arrosto.
Ma, ahimè, alla volpe il cibo fu servito a spezzatino sul fondo di un vaso dal collo stretto e lunghissimo.
La cicogna mangiava con tutta facilità infilando il becco nel vaso, ma la volpe, affamata, poteva solo guardare. In quel recipiente così lungo e stretto, non riuscì a infilare neppure la punta del naso.
Vedi, amica volpe, mia cara, ho fatto quel che tu hai fatto con me, ho seguito il tuo esempio generoso, amica volpe.- disse la cicogna.
E, sghignazzando e beffarda, con grande gusto, la cicogna divorò anche l’ultimo boccone. Come dire, chi la fa l’aspetti.

La volpe e l’uva. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta una volpe, furba e presuntuosetta. Capitò che un giorno, mentre gironzolava per i campi in cerca di cibo, si ritrovasse in una vigna. Era settembre inoltrato e la vigna era ben fornita di uva gonfia di sole e ben matura; pronta al taglio. La volpe s’addentrò ancora più nel bel mezzo della vigna proprio per non essere vista, e quando fu certa che nessuno la vedesse spiccò un grande salto per afferrare qualche grappolo di uva dolce. Ma, ahimé, quella vigna aveva i tralicci, da dove pendevano i grappoli d’uva, alti, troppo alti. Per un po’ l’animale provò ad afferrare i grappoli con qualche salterello. Ci riprovò saltando con più forza, spingendo sulle zampe con quanta più determinazione potesse, ma non c’era niente da fare.
“Calma, devo stare calma” si disse la volpe, “Non posso arrendermi, proprio ora, non sia mai che il mondo mi derida per un qualche chicco d’uva. Avanti riproviamoci!” Ma nonostante tutti gli sforzi che la volpe praticasse per cogliere quei grappoli che pendevano dai tralicci, non ci fu modo per raggiungerli. Finché, esausta, la volpe furba e presuntuosetta disse: – Ma sì, ma sì, pazienza, pazienza, si vede che non è ancora matura, e poi non mi va di sprecare fatica per un frutto acerbo”. E si allontanò mestamente e fischiettando.
Svilire ciò che non si è in grado di fare è tipico del borioso, a volte una sana umiltà aiuta a vivere meglio.

La volpe e il corvo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un corvo aveva rubato un bel pezzo di carne, e se ne stava sul ramo più alto di un faggio.
Passò una volpe e vide quel magnifico pezzo di carne.
Si fermò sotto l’albero e disse: – Oh, come sei bello, signor corvo! Le tue piume sono nere come la notte buia lucidata dalla luna! E che coda superba che hai! Un vero fiore! Un vero campione di eleganza. E le ali imponenti! Ma chi… Ma chi dice che l’aquila abbia le ali più belle di tutti i volatili, non ha mai visto le tue, caro corvetto superbo d’ogni! Ma tu, accidentaccio, potresti essere il re degli uccelli… ma che dico, il re di tutti gli animali, se non ti mancasse…
Qui la volpe tacque, d’improvviso. Il corvo, lassù in cima al faggio, chinò il capo e guardò in basso impaziente. Avrebbe voluto chiedere che cosa gli mancasse per essere il re degli animali e di tutto, ma, avendo la carne nel becco, non poteva parlare.
La volpe sospirò e sospirò ancora e disse:

  • eh sì, potresti davvero essere il re degli animali, se solo potessi parlare, ma la voce ti manca, ti manca, carissimo corvetto! Che ingiusta cosa è a volte la natura di certi uccelli. Pazienza, dobbiamo accettare e guardare avanti.
    Il corvo si tormentava sul ramo, nervosissimo. Da sotto, la volpe seguitava a sospirare accarezzando l’erba con la sua grande coda.
    Alla fine il corvo aprì il becco e gracchiò:
  • Cra! Cra! Cra! Cra! Ma chi dice che mi manca la voce? Chi lo dice? Cra! Cra! Cra! E Cra!-
    E proprio in quel momento il gustosissimo e bel pezzo di carne si staccò dal becco del povero corvo e cadde giù.
    La volpe fu velocissima: addentò la carne caduta dal becco del corvo e si allontanò deridendo il corvo:
  • Ma sì masì, la voce tu ce l’hai, mio caro corvetto. Quel che però mi pare ti manchi per essere il re degli animali è il cervello! Stammi bene messer corvetto.

Non bisogna mai cedere alla vanità, anche se qualcuno ci riempie di lodi e complimenti, perché potrebbe non essere sincero e avere uno scopo malvagio.

La rana e il bue. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

  • La rana osservava il bue vicino allo stagno. Era bello, imponente e forte.
  • Ah, se solo pure io fossi cosi.
  • Ma cosa sentono le mie orecchie, – disse un’ altra rana sporgendosi dalle canne dello stagno. – Non sai fare altro che sogni impossibili di grandezza, soprattutto per una rana.
    La rana, infatti, era così piccina che il bue manco riusciva a vederla. Ma lei, piccola ranocchietta, vedeva il bue, eccome, e molto molto bene: perciò lo ammirava nella sua imponenza, tanto che quasi crepava dall’invidia.
    Così, prese quanta più aria potesse e si gonfiò tanto, e chiese alle altre rane se adesso non era lei più grande del bue.
  • Ah ah ah, ma non ancora, ma quando mai! – risposero quelle.
    La rana, prese ancora più fiato e si gonfiò.
  • E adesso, chi è il più grande fra noi?
  • Il bue, – risposero le rane.
    Indignata, la rana si gonfiò ancora di più ancora di più ancora di più…
    -E adesso? – Il bue!
    E la rana gonfiò e gonfiò ancora! Finché: Buuuhhhhmmm. Scoppiò, in tanti pezzetti, che si sparsero dappertutto.
  • Avete visto, amiche mie, – disse indignata una delle altre rane, – non c’è modo di farsi più grandi di quel che già si è.

La pulce e il bue. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un giorno una pulce appariva assai poco vivace. Di solito non era così, ma quel giorno le alucce pareva non avessero nessuna voglia di mettersi in volo, così come le zampette parevano legate, restavano immobili e non ne volevano sentire di saltellare, come spesso facevano. Era graziosa la pulce, di solito nervosa, ma quella mattina non ci fu modo perché si ravvivasse. La noia oramai dominava i suoi pensieri. Decise così, la pulce, di andar alla fattoria, a far visita al suo amico il bue.
Il grande animale pascolava quieto nel campo ricco di germogli ed erba fresca, ogni tanto aizzava la coda e scuoteva i suoi fianchi nel tentativo di scacciare qualche fastidiosissimo insetto
La pulce, agilmente, raggiunse il suo animale amico. Con formidabili giravolte l’animaletto andò a posarsi davanti a lui. “Salute a te” Gridò con una vocina stridula. “Oh, salute a te”. Rispose cortesemente il bue accostando il suo grosso muso al corpicino dell’insetto. “Sai”, disse la pulce “avevo voglia di parlare con qualche amico”
“Volentieri amica pulce, e di cosa desideri parlare?” Chiese il bue. “Non so…, ecco, per esempio, narrami un po’ del tuo lavoro “
“Io lavoro per il mio padrone uomo svolgo faticosi compiti. Il mio padrone é un contadino e per lui tiro l’aratro, obbedisco a ogni suo volere”. Spiegò il bue. “Che strano!” disse la pulce “Io piuttosto non prendo ordini da nessuno e mi riposo quando lo desidero. L’unica cosa a cui devo fare attenzione è di non essere schiacciata alle mani di qualcuno. Ma tu che ci guadagni da tanta fatica?” Il bue, con un po’ di commozione, disse: “Ecco vedi, quelle mani di cui tu hai paura, si tramutano per me in carezze”. Mentre il bue parlava qualche lacrima gli calava dal muso. “L’uomo apprezza il lavoro che svolgo per lui e mi ripaga con tanto affetto.” La pulce, sorpresa dal piangere improvviso del suo amico bue, si allontanò con discrezione, riflettendo a quanto avesse sentito.

Eh sì. A volte è assai arduo capire come per certi uomini l’affetto possa essere il miglior dono per il proprio lavoro.

La lepre e la tartaruga. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Da sempre quella lepre derideva la povera tranquilla tartaruga.

  • Mamma mia quanto sei lenta! Come sei lenta! Guarda me e stupisci: con un solo salto vado così lontano che ti ci vorrebbero due giorni per raggiungermi!
    E ogni giorno la stessa storia, sempre a ripetere alla tartaruga che lei, la lepre, era più veloce. Un giorno la tartaruga si stufò e disse alla lepre:
  • Cara mia signorina lepre, sappi che non sempre il più veloce arriva per primo.
  • Come? Ah ah a ah…- Vorresti forse insinuare che se facessimo una gara arriveresti prima tu?
  • Voglio dire soltanto quel che ho detto.
  • Ah sì? Bene, allora ti lancio una sfida. Facciamo una gara e vediamo chi arriva primo. Che ne dici?
    La tartaruga accettò la scommessa, in cuor suo non sapeva nemmeno perché avesse aderito, ma oramai la sfida era lanciata.
    E partirono. Come fosse un fulmine la lepre era già lontana. Poi, durante la corsa, si fermò:
  • Ma che gusto c’ho a correre così? C’è tempo per me, è chiaro che vincerò, ma voglio aspettare la tartaruga.
    La lepre sedette sotto un cespuglio e attese la tartaruga. Passò un bel po’ di tempo, finché, vinta dal sonno, la lepre si addormentò. Mentre dormiva, la tartaruga transitò, e vide la lepre addormentata sul prato, ma non volle svegliarla e proseguì per la sua strada. Dopo un poco, la lepre fu svegiata dalle grida di giubilo che giungevano dal traguardo. Si ricordò della gara, si alzò e corse corse corse a perdifiato verso il traguardo. Ma la tartaruga era già arrivata e salutata come gran vincitore da tutti gli animali.
  • Tu sei molto più veloce di me, – disse la tartaruga alla lepre, – ma non basta, a quanto pare, non sempre il più veloce arriva per primo.

Spesso sono l’impegno e la costanza a vincere contro quelle doti che, seppure superiori, vengono trascurate.

La leonessa e la volpe. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Tranquillamente accovacciate all’ombra di una fiorente pianta posta all’interno di una foresta, una leonessa calma e serena e una mite volpe, chiacchieravano come due vecchie comari.
Ma, sarebbe bastato ascoltare con maggior attenzione per comprendere e scoprire che le due amiche comari, l’orsa e la volpe, l’invidia era nascosta nelle loro parole.
Tutto sommato la volpe, avrebbe voluto lo stesso coraggio e la stessa forza che possedeva l’amica leonessa. E alla leonessa le sarebbe stato assai utile conquista un po’ della furbizia di comare volpe. Ebbene, pur con le piccole gelosie che stavano lì attorno, nelle parole, appunto, le due amiche si contenevano sempre in dialoghi corretti, tra sorrisini e complimenti, di cui però sapevano bene non esserci davvero grande sincerità.
Venne un giorno, e mentre attraversavano il bosco con i cuccioli che correvano con gioia, intorno a loro, la volpe non riuscì più a trattenersi, l’invidia le spremeva la bile e scappava dagli occhi.
“Mia cara leonessa, amica mia” disse atteggiandosi a gran signora e indicando con lo sguardo i suoi piccoli, “tu avrai anche un incedere da regina, potrai possedere grande forza e resistenza, e vigore, ma, in quanto a istinto materno, bisogna dire, e ammetterai, che qui sono più la più adatta. Guarda, ammira, i miei volpacchiotti, sono tanti e giocano tra di nella spensieratezza. Invece, mi duole dirlo, mia cara leonessa, amica mia, tu, lo sai, hai fatto solo un cucciolo, poveraccio, ed è così triste senza qualche fratellino con cui giocare!”
La leonessa, senza nemmeno un solo battito di emozione, non si scompose, e disse: “Certo mia cara volpe, amica mia, io ho messo al mondo un solo cucciolo. Ma, vedi, questo leoncino vale assai, più d’ogni altro animale. Egli è un leone e, una volta cresciuto, si sa, diverrà un Re! E non sarà lui a pretenderlo, ma l’intero mondo degli animali di questa foresta lo vorrà, e lo proclamerà Re.”
La volpe, rimase un attimo muta, e non avendo altro che dibattere, rassegnò la coda tra le gambe, deglutì la propria invidia e non poté altro fare che rassegnarsi ad accogliere ciò che la natura aveva sentenziato e deciso.

Ecco qua: invidiare inutilmente quel che non si può avere per natura è tempo sprecato, perché ognuno può essere vanto e orgoglio solo per ciò che madre natura gli ha donato.

La cornacchia che voleva imitare l’aquila. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un giorno un pastore portò il suo gregge a pascolare in un grande prato.
D’improvviso da dietro un grande albero spuntò un aquila che con i suoi grossi artigli si gettò su un piccolo vitello, l’afferrò e se lo potò via.
Il pastore si disperò molto della grave perdita.
Non lontano un cornacchia aveva assistito alla scena , e volendo imitare l’aquila decise di fare lo stesso.
Così si gettò sopra a un altro vitello e gracidando fece per prenderlo. Ma i suoi artigli si impigliarono nella lana, e non riuscì a liberarsi.
Il pastore, infuriato, acchiappò la cornacchia, le tagliò le ali e la sera la donò ai figli perché ci giocassero.

  • Papà, ma che animale c’hai regalato? Dissero i figliuoli del pastore. E il pastore disse:- E’ una cornacchia sciocca che pensava d’essere un’aquila

Bisogna essere sempre felici di quel che siamo, e non invidiare, o peggio ancora, cercare di assomigliare a qualcun altro.

L’astronomo e il pozzo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un astronomo aveva l’abitudine di uscire tutte le sere a studiare le stelle. D’altronde era il suo mestiere.
Una notte che s’aggirava nella campagna con gli occhi sempre rivolti al cielo, non vide un pozzo e ci cascò dentro. Tutto intero.
Mentre si lamentava e gridava, un passante gli si avvicinò. Saputo cos’era capitato all’astronomo, gli disse:

  • Mio caro, tu cerchi di sapere quello che c’è lassù, nel cielo, sempre con gli occhi lassù, e intanto non vedi quello che c’è quaggiù, sulla terra, e sei finito in un pozzo.

Questa favola ci dimostra quanto certi uomini si vantano per aver raggiunto imprese straordinariamente impossibili, ma non sono capaci di realizzare azioni e imprese comuni a tutti.

L’aquila e il gufo. Una favola di Esopo.

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Come si sa l’aquila e il gufo sono entrambi uccelli rapaci che vanno in giro l’una di giorno e l’altro di notte per assalire le loro prede.
Un giorno un gufo e un’aquila, che avevano timore l’uno dell’altra, fecero un patto: il gufo non avrebbe mai assalito i figli dell’aquila, e l’aquila non avrebbe mai assalito i figli del gufo.
Giurarono solennemente. Poi il gufo chiese all’aquila:
-Tu conosci i miei figli?-
-Io? no!- rispose l’aquila.

  • Ma se non li sai riconoscere, qualora dovessero capitarti tra gli artigli te lei mangeresti di sicuro.
    -Se vuoi che non tocchi i tuoi figli- rispose l’aquila –dimmi come sono.
    E il gufo, e cominciò a parlare dei suoi figli dicendo che erano bellissimi, e che nessuno poteva superarli in bellezza e grazia:
    -Sono così belli- diceva -che se ti capitasse di incontrarli dirai “Ecco sono quelli” . Se terrai bene a mente la mia descrizione
    non potrai sbagliare.
    Non passò molto tempo che un giorno, mentre il gufo era fuori a cercare cibo per i suoi piccoli, arrivò l’aquila e vide in crepaccio degli uccellacci brutti, goffi e sgraziati.
    -Questi- pensò -non sono certo i figli del mio amico gufo. I suoi figli sono uccellini graziosi: questi invece sono i più brutti uccelli che io abbia mai visto. Quando il gufo tornò al suo nido i suoi piccoli non c’erano più: l’aquila se li era mangiati. Il gufo era disperato e ripeteva:
  • aquila mi hai tradito! Ti sei mangiata i miei figliuoli!!! Ti avevo creduto, avevamo fatto un giuramento!
    Ma qualcuno più saggio gli disse: -No, gufo, tu stesso sei la causa delle tue disgrazie. Hai raccontato i tuoi figli come gli uccellini più belli del mondo. Sarebbe stato meglio essere più obbiettivo e non esagerare nel lodare la loro bellezza.

Spesso la menzogna si ritorce contro colui che la dice.

L’airone, i pesci e il gambero. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un airone aveva dimora da parecchio tempo in uno stagno, finché divenne vecchio, e gli mancò la capacità di procurarsi qualche pesce e sfamarsi. Non gli rimase che trovare con la furbizia un nuovo metodo per trovare da mangiare. Fu così che si rivolse ai pesci dello stagno:

  • Pesci dello stagno, udite udite quale sventura cadrà su di voi tra qualche giorno: Gli uomini vogliono svuotare lo stagno dalle acque, vogliono prendervi tutti in un solo colpo.
    Tutti pesci vennero a galla con gli sguardi terrorizzati.
  • Ma state tranquilli, – proseguì l’airone – perché io so che al di là di quella collina, si trova uno stagno meraviglioso, e assai più grande di questo.
    I pesci si guardarono tra di loro, ma non sapevano che fare.
  • Io vi aiuterei, amici pesciolini, ma, come sapete io sono anziano e non risco più a volare come prima. I pesci allora, assaliti dalla disperazione, iniziarono a supplicare l’airone perché li portasse al di là della collina.
  • Disse l’airone: – D’accordo, farò uno sforzo per voi, e vi trasporterò; ma non tutti in una volta eh? Non potrei farcela. Se volete vi posso portare uno alla volta.
  • Porta me, no, porta me, prima le donne e i bambini!
  • Calma calma, ci sarà tempo e posto per tutti.
    L’anziano Airone iniziò a portarli, ad uno ad uno: Li trasportava al di là della collina, ma appena giunti i pesci non videro nessuno stagno, fecero in tempo solo a vedere il becco dell’airone, che li trafiggeva ad uno ad uno, per poi divorarli indisturbato.
  • Ora, abitava in quello stagno anche un vecchio gambero. Quando l’airone aveva iniziato il trasporto dei pesci, il gambero sentì che qualcosa non andava, doveva esserci qualche inganno. Tant’è che il gambero disse all’airone: – Ti prego airone generoso, ora puoi trasportare anche me?
    L’airone prese il gambero e lo portò oltre la collina. Appena furono giunti, l’airone volle lanciare il gambero al suolo, ma il gambero, che aveva intuito l’inganno osservando tutto intorno quel che restava dei pesci, agguantò con le sue chele il collo dell’airone e lo spezzò. Quando tornò allo stagno svelò ai pesci quel che vide e scoprì.

Tutti i potenti tiranni prima o poi son destinati a perdere il loro regno, e spesso ciò accade miserevolmente.

Il topo di città e il topo di campagna. Una favola di Esopo

Una favola donata ai piccoli Laura e Gabriele da mamma Paola e babbo Fabio

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un topo di città che fu invitato a casa di un suo vecchio amico che viveva in campagna.
Appena giunto il topo di campagna gli organizzò un bel pranzetto.
Ma a quella vista il topo cittadino non rimase soddisfatto e invitò in città l’amico campagnolo a pranzo, e a veder di persona csa volesse dire vivere in città e le sue vere comodità.
Partirono e arrivarono nela notte.
Entrarono nella sala da pranzo e trovarono i resti di un banchetto.
Mangiarono a volontà arrosti, salumi, dolci prelibati e squisiti. Improvvisamente sentirono l’abbaiare dei cani del padrone della casa.
Il topo di campagna si spaventò ma l’amico d citta gli disse:
-Non temere amico mio, sono legati con due grosse catene.
Non ebbe nemmeno finito di dire che le porte della sala si aprirono e entrarono i due cani ringhiosi.
I due topini fecero appena in tempo a scappare, e per quella volta si salvarono, poi il tomo di campagna disse:
-Preferisco ceci e scorze di lardo stando sereno e tranquillo, piuttosto che dolci e prelibatezze e star sempre all’erta con quei due cani feroci!
E tutto felice e orgoglioso se ne tornò nella sua campagna.

La favola dimostra che vivere in povertà, ma tranquillamente, vale di più che passare l’esistenza tra le comodità, ma nella paura e nell’angoscia

Il taglialegna ed Ermes. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

A un taglialegna cadde la scure nel fiume presso cui stava lavorando. Non sapendo cosa fare, si sedette sulla sponda del fiume e pianse. Quando Ermes lo venne a sapere, si impietosì, si tuffò nel fiume e portò su una scure d’oro, chiedendogli se fosse quella che aveva perso. L’uomo rispose di no, ed Ermes, tuffatosi di nuovo, ne portò su una d’argento; poiché l’uomo dichiarava che non era la sua, Ermes si tuffò ancora e portò fuori la sua.
Allora il taglialegna disse che si trattava di quella che aveva perso, ed Ermes, soddisfatto della sua onestà, glie le diede tutte e tre.
Tornato tra gli amici, il boscaiolo racconto dell’accaduto, ma uno di essi pensò di poterne ricavare un uguale profitto.
L’altro boscaiolo andò al fiume, gettò nell’acqua la sua scure e pianse.
Anche a lui comparve Ermes e, chiestogli del motivo del suo pianto, si tuffò, portò su una scure d’oro e gli chiese se fosse la sua:

  • Sì, certo, è quella! rispose esultante.
    Il dio, indignato di tanta sfacciataggine, non solo si tenne la scure d’oro, ma non gli riportò nemmeno la sua.

Prima o poi il destino aiuta e favorisce le persone oneste, mentre è avverso con quelle disoneste.

Il piccolo corvo furfante. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

In quel bosco, tra i tanti animali, vi stava un piccolo corvo. Era esuberante e impaziente, e camminava in ogni sentiero, per ogni albero, tutto il giorno, frugando con gli occhietti vispi anche in quelle le cose non gli spettavano. Non si lasciava sfuggire l’occasione di fare la burla, con scherzi o dispetti, a chiunque. Quel giorno però, la sua birbonata lo spinse a compiere quello che non avrebbe mai dovuto fare.
Si intromise infatti in una casetta posta ai margini del bosco e svelto svelto arraffò un bel pezzo di carne sistemato sul davanzale della finestra aperta. Ma quello, per il piccolo corvo, non doveva essere il suo giorno fortunato. Infatti, la padrona di cucina lo scoprì proprio sul davanzale e prima che il piccolo corvo potesse spiccare il volo, ella gli sferrò sopra un poderoso colpo di scopa. Il piccolo corvo si ferì, e si ferì male, ma nonostante tutto riuscì a volar via. Spaventato e malconcio il piccolo corvo tornò al nido, volando piano piano, a causa del dolore che quella mazzata di scopa gli aveva procurato. Giunto al nido il piccolo corvo si accasciò sotto le ali della sua cara mammina. La mammina si disperò vedendo in che stato s’era ridotto il proprio figliuolo: la ferita ahimé, era profonda, e perdeva molto sangue. Pareva che la fine per il piccolo corvo fosse oramai vicina, e mamma corvo pianse e pianse, preoccupata. -Oh, mammina, mammina cara!” Disse il piccolo corvo – Spero davvero di poter guarire, aiutami, ti scongiuro “. La mamma corvo, piena di dolore al cuore e di spavento disse: “Povero mio corvetto, piccolo di mamma, ma come puoi sperare di guarire, se non ti sei nemmeno pentito di quel che hai fatto?” A quelle parole il piccolo corvo comprese il danno che aveva commesso, le sue conseguenze, e la sua colpa. Chinò il capo e prima di nascondersi sotto l’ala della madre corvo disse: – Ti prometto mammina cara che non lo farò mai più, mai più. Per fortuna la ferita si rimarginò e dopo qualche giorno il piccolo corvo tornò a volare. E ricordò bene la promessa fatta alla mamma corvo, così che da quel giorno non prese quel che non era suo. Da quel giorno capì cosa volesse dire la parola “rubare “.

Gli insegnamenti appresi sulla propria pelle sono quelli che difficilmente si possono scordare.

Il nibbio e il serpente. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un serpentello gironzolava tranquillo tra una pietra e l’altra. L’aria era tiepida e primaverile. Il piccolo serpente si muoveva lento tra i fiori di un praticello quando d’improvviso una ombra terribile avvolse il suo corpo. Il serpentello alzò subito la testa per scoprire da dove venisse quell’ombra e, ahimé, un feroce nibbio, rapace tra i più temuti, era lanciato con le ali tese, i poderosi artigli spianati e il mortale becco sguainato come una spada contro di lui! Il serpentello non fece in tempo a nascondersi sotto qualche masso, perché il nibbio rapace in un attimo gli fu sopra e lo afferrò stretto con il becco. Il serpentello fu portato per aria dal nibbio e intuì che oramai non aveva più speranza. Il rapace lo avrebbe portato al nido perché divenisse pasto per tutta la famiglia. “Non farmi del male, ti supplico, liberami, io sono un povero serpentello, sono ancora giovane, non è giusto che muoia alla mia età!” Supplicava il serpentello “Ma che ti ho fatto?” Il nibbio non volle ascoltare le implorazioni del piccolo serpente.
A quel punto il serpentello, rendendosi conto di no aver più alcuna speranza, si rigirò su se stesso, s’afferrò al collo del nibbio e con coraggio conficcò i suoi denti nel collo del nibbio. Il rapace, sentì il veleno penetrargli, e agire come un fulmine. Dovette così aprire il becco e il serpente cadde al suolo, sano e salvo. Il nibbio invece, già aveva la vista oscurata, senza più forze, smise di battere le ali e precipitò a terra, come un peso senza vita. Ma non morì. Il piccolo serpente gli si avvicinò e gli disse: “Ti sta bene, rapace cattivo! Io non avevo nessuna intenzione di morderti e darti il mio veleno. Sei stato tu a costringermi. E ora sentirai che dolore, non morirai certo, ma ricorderai per sempre!” Ci vollero due giorni perché il nibbio riprendesse le sue forse e tornasse al volo ma, una cosa fu certa: il rapace da allora in poi stette ben lontano dal desiderio di cacciare un serpente!

Chi si mostra arrogante e crudele prima o poi paga personalmente per le sue malvagità.

Il nibbio che voleva nitrire. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il nibbio, durante il primo periodo della sua esistenza, molti molti anni fa, aveva il dono della parola, certo, parlava, non era una voce bella, ma comunque pungente e aguzza. Esso, però, era sempre pieno d’invidia e grande gelosia per tutto e su tutto. Sapeva di essere imparentato con l’aquila, ma questo, invece di essere un vanto, non faceva altro che alimentare il suo livore: capiva di essere inferiore e si rodeva il fegato dalla rabbia. Come si dice da sempre? Parenti serpenti. Invidiava gli uccelli variopinti come il pappagallo e il pavone, apprezzati da tutti. Persino dell’usignolo aveva invidia e mostrava disprezzo, tanto che ogni volta che lo incontrava il nibbio pensava: “Sì, ha una bella vocina ma é troppo delicata e sdolcinatamente romantica! Roba da donnine! Io voglio una voce imponente che faccia paura!” Un bel giorno di fine estate, mentre il nibbio stava tranquillamente appollaiato sopra un ramo di quercia, giunse improvviso un cavallo. Il quadrupede sudava tanto per aver corso un bel po’, si riparò proprio all’ombra della quercia, e si sdraiò per un riposino. Ma il povero cavallo, non vedendo una spina di rovo, si punse forte, e dal dolore, nitrì così forte che persino le foglie dell’albero caddero al suolo. “Mh, però, mica male, eh?” disse il nibbio. Questa è la voce che mi vorrebbe!” Da quel giorno il nibbio iniziò a provare quella nuova voce. Provò e riprovò, per tutto il giorno e per un po’ di tempo, finché la voce gli divenne rauca e quasi sorda. Allorché il nibbio rinunciò e dovette tornare alla sua vecchia voce, esso notò che, ahimè, gli era sparita. Proprio così, il nibbio aveva, a furia di sforzarla perso la sua voce! Cosi dovette accontentarsi di un suono stridulo, che gracchiava in modo insignificante, e lo tenne per sempre!

Chi, pieno di invidia, cerca di imitare ciò che non è nella sua natura, perde anche quello che già per dote e natura possiede.

Il lupo e la capretta. Una fiaba di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Una capretta sventurata si era allontanata dal resto del gregge. Smarrì la strada e si mise a belare belare come una disperata, nella speranza che la mamma capra potesse ritrovarla. Ma non ci fu niente da fare. Quel suo belare forte, ahimé, attiro l’attenzione di un lupo, il quale lupo la stava seguendo per trasformar quella bestiolina di capra in uno stuzzichino. Ma la capretta coraggiosa si voltò verso il lupo e gli disse: – Caro lupo, io lo so che stai pensando di mangiarmi. – Io? – Che ti credi che non lo sappia? – Ah, lo sai, dunque. Beh, mi dispiace, avanti cosa vuoi che di te mangi per primo? – Aspetta signor lupo, se devo morire, ti prego, lasciami esprimere un ultimo desiderio. – Ma che dici? – Sì è sempre generosi con chi sta per essere divorato. – Avanti, capretto, sbrigati, quale desiderio? – Mi suoneresti il tamburello? – Il tamburello, vuoi che io suoni il tamburello, e perché? -Cosi potrò danzare almeno un pochino, prima che finisca nelle tue fauci e morire. – D’accordo, ma sbrighiamoci.
Mentre il lupo batteva sul tamburello e la capretta danzava, i cani che stavano lì d’intono sentirono quel fracasso e si avvicinarono. Appena videro il lupo subito si misero a rincorrerlo. Il lupo, scappò correndo a perdifiato, ma si voltò un momento per dire alla capretta: – Accidenti, a te. Ecco, ben fatto a me. Me lo merito, proprio! Ho voluto fare il musicista quando non sono altro che un misero macellaio!

E così, chissà quanti non tengono conto di quel che già possiedono, mentre agiscono senza considerare con attenzione inganni e circostanze; per poi perdere inevitabilmente quel che già stringevano tra le mani.