L’elefante e la formica, una favola dall’Africa

adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’ era una volta un elefante assai vanitoso e pieno d’orgoglio.
Quando camminava per la giungla non si curava affatto di chi incontrasse sul suo cammino. Rompeva, spezzava e tirava giù alberi di ogni tipo. I suoi barriti facevano tremare tutti gli animali della jungla. Io sono grande, il più grande di tutti, il più forte, animali della giungla, guai a chi non mi rispetta! […]

Il cacciatore di serpenti e il pitone africano. Una favola dall’Africa

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta, in un villaggio vicino alla grande foresta, un uomo chiamato Mutisya. Questi si sposò con una donna chiamata Mariamu, e avevano due bambini. Mutisya per guadagnarsi da vivere faceva il cacciatore di serpenti nella grande foresta, e vendeva le loro pelli agli artigiani per fare scarpe e borse, in una piccola città non lontana dal villaggio. Purtroppo Mutisya non guadagnava abbastanza, e la famiglia viveva in povertà. Ogni mattina Mutisya usciva di casa per andare alla foresta, dove metteva le trappole per i serpenti. Vi erano giorni fortunati in cui riusciva a catturare e portare a casa numerose pelli di serpente, ma altri giorni, ed erano tanti, nei quali Mutisya tornava a casa con il sacco vuoto. […]

La figlia dei draghi. Una leggenda dalla Cina

Scritta e messa in voce da Gaetano Marino

Dopo che il cielo e la terra furono separati, nove draghi potenti, che vivevano da sempre nel firmamento, venivano spesso a giocare tra le nuvole del cielo dai mille colori. Quando essi si avvicinavano alla terra, ammiravano le montagne, i fiumi, le valli, le foreste, gli animali di ogni specie, mari e laghi. Tutto appariva immerso in un mondo di grande splendore. Venne poi un giorno in cui i nove draghi furono catturati dalla luce di una gemma preziosa che brillava di tante luci. […]

Medusa, Gorgone mortale e quel sogno d’amore. Mitologia

Messa in voce di Gaetano Marino

La Gorgone più conosciuta era Medusa, l’unica mortale delle tre sorelle e loro regina, che, per volere di Persefone, era la custode degli Inferi. Medusa era anche la più bella, tanto bella che fece innamorare Poseidone, il dio del mare. Egli la corteggiò in tutti i modi, tant’era abituato a non sentirsi dire di no, finché riuscì a conquistarla, convincendola ad incontrarsi segretamente con il dio in un piccolo tempio dedicato alla dea Atena. Lì si amarono follemente. Lì cominciò il sogno di Medusa, un sogno che non l’abbandonerà mai più. Lo sguardo luminoso del dio del mare, i suoi baci, i suoi abbracci, le sue parole, la sua forza.

Storia del regno di Mangionia. Di Gianni Rodari

Messo in voce da Gaetano Marino

Scritti messi voce di fiabe, favole, racconti e altre storie create da Gianni Rodari per i suoi primi Cento anni. “La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo”.

Il figlio del Sole. Mitologia

Messa in voce di Gaetano Marino

Come tutte le divinità mitologiche, anche il Sole ebbe un bel po’ di figli e di figlie. Tra questi, uno in particolare gli diede un sacco di problemi: Fetonte, che vuol dire “lo splendente”. Fetonte era ambizioso cocciuto e prepotente. Da un po’ di tempo aveva un’idea fissa, una vera ossessione: voleva a ogni costo prendere il posto del padre alla guida del carro di fuoco.

Il mago cattivo, detto Mago Malo, e lo strano uccelletto. Una fiaba dei fratelli Grimm. Messa in voce di Roberta Perra

Messa in voce di Roberta Perra

C’era una volta un mago assai cattivo, che si chiamava Mago Malo. Egli, sotto le vesti di un povero straccione, andava a chiedere l’elemosina di villaggio in villaggio, dove rubava pure le belle figliuole.
Nessuno però sapeva che fine facessero, perché esse non tornavano più a casa.
Un giorno il finto povero straccione, Mago Malo, bussò alla porta di un uomo che aveva tre belle figliuole. Aveva proprio l’aria di un poverello malconcio, e portava sulla schiena una cesta a forma di cono. Chiese l’elemosina di un tozzo di pane, e quando la maggiore delle figlie uscì di casa, là, proprio sulla porta, il finto povero la toccò appena nelle mani, e la bella fanciulla fu costretta a saltare nella cesta. […]

A inventare i numeri. Di Gianni Rodari

Messa in voce di Gaetano Marino

  • Inventiamo dei numeri?
  • Inventiamoli, comincio io. Quasi uno, quasi due, quasi tre, quasi quattro, quasi cinque, quasi sei.
  • E troppo poco. Senti questi: uno stramilione di biliardoni, un ottone di millantoni, un meravigliardo e un meraviglione.
  • Io allora inventerò una tabellina:
    tre per uno Trento e Belluno
    tre per due bistecca di bue
    tre per tre latte e caffè
    tre per quattro cioccolato
    tre per cinque malelingue
    tre per sei patrizi e plebei
    tre per sette torta a fette
    tre per otto piselli e risotto
    tre per nove scarpe nuove
    tre per dieci pasta e ceci.

Prova d’amore. Una fiaba dall’Africa

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un re che aveva una figlia ammirata da tutti per la sua bellezza e per la sua bontà. Molti venivano a offrirle gioielli, stoffe preziose, noci di kola, sperando d’averla come sposa. Ma la giovane non sapeva decidersi. A chi mi concederai? – chiese a suo padre. Non so – disse il padre – Lascio scegliere a te: sono sicuro che tu, giudiziosa come sei, farai la scelta migliore. Facciamo così – propose la giovane – Tu fai sapere che sono stata morsa da un serpente velenoso e sono morta. I membri della famiglia reale prenderanno il lutto. Suoneranno i tam-tam dei funerali e cominceranno le danze funebri. Vedremo cosa succederà. […]

Il ragno e l’uva. Una favola di Leonardo da Vinci

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un ragno, dopo essere stato per molti giorni ad osservare il movimento degli insetti, si accorse che le mosche accorrevano specialmente verso un grappolo d’uva dagli acini grossi e dolcissimi. Ho capito. – disse fra sé. Si arrampicò, dunque, in cima alla vite, e di lassù, con un filo sottile, si calò fino al grappolo installandosi in una celletta nascosta fra gli acini. Da quel nascondiglio incominciò ad assaltare, come un ladrone, le povere mosche che cercavano il cibo; e ne uccise molte, perché nessuna di loro sospettava la sua presenza. […]

I due mercanti, una fiaba di Lev Tolstoj

Adattamento e messa in voce di Gaetan Marino

Un mercante povero si mise in viaggio e diede tutta la sua mercanzia di ferro in custodia a un mercante ricco. Quando tornò, si recò dal mercante ricco e gli chiese la restituzione delle sue ferramenta. Il mercante aveva venduto tutto e, per cavarsela in qualche modo, disse: – Al tuo ferro è accaduta una disgrazia. – Che cosa? – Io l’avevo riposto nel granaio. Là dentro c’è un esercito di topi che l’hanno tutto rosicchiato. Li ho visti io stesso rosicchiarlo. Se non credi, vieni a vedere. […]

Gli uccelli e la Cerasta. Una leggenda di Leonardo da Vinci

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

— Vieni a vedere! — gridò un uccellino al suo compagno. — Ci sono quattro teneri vermicelli che giocano sopra una foglia! —
Infatti, proprio ai quattro lati di una foglia, stavano quattro piccoli vermicelli, che si drizzavano dimenandosi e contorcendosi. Quell’uccellino non poté resistere alla tentazione di mangiare quei vermi, tanto teneri e ben nutriti da sembrare squisiti, e così si precipitò giù per catturarli, beccarli e divorarli. […]

La storia di Narciso. Mitologia

Messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta una bellissima ninfa che diede alla luce un bambino: il piccolo Narciso. Questo era il suo nome. Egli cresceva accanto a sua madre, dalla quale era amato come pochi al mondo lo sono mai stati. Per lui nulla era troppo bello, troppo delicato o troppo prezioso. Un giorno volendo conoscere il destino del suo adorato figlio la ninfa si recò dall’indovino Tiresia, la cui sapienza era leggendaria: – Mio figlio vivrà fino a una felice vecchiaia? – gli domandò. – Sì – rispose Tiresia – Se non conoscerà se stesso. […]

Il bambino e la serpe. Una fiaba dei fratelli Grimm.

Messa in voce di Roberta Perra

C’era una volta un bambino, e la mamma gli dava ogni giorno per merenda una scodellina di latte e pane buffetto, e con quella il bimbo andava a sedersi in cortile. Ma quando si metteva a mangiare, da una fessura del muro sbucava fuori la serpe della casa, ficcava la testina nel latte e mangiava con lui. Il bimbo ne era felice; e quand’era là con la sua scodellina e la serpe non arrivava subito, egli la chiamava:
— Vieni in fretta, serpicina, vieni, cara bestiolina, la tua briciola c’è ancora e il mio latte ti ristora!

L’albero che parla. Una fiaba di Luigi Capuana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

[…] Bisognava dunque ora procurarsi l’antidoto per l’incantesimo. E tornò indietro. Ma sbagliò strada. Quando s’accorse d’essersi smarrito e non trovava più la via del ritorno, pensò di salire in cima a un albero per passarvi la notte: era quasi notte e le belve feroci lo avrebbero assalito e divorato. Ed ecco, a mezzanotte, un rumore assordante per tutto il bosco. Era un Orco che tornava a casa coi suoi cento cani mastini, che gli latravano dietro. – Oh, ho, ho. Ma che cosa strana, io qua sento odore di carne umana! L’Orco si fermò ai piedi dell’albero, e cominciò ad annusare l’aria proprio come fanno le belve: Oh, ho, ho. Ma che cosa strana, io qua sento odore di carne umana! […]

La zia Maldidenti. Una fiaba di Christian Andersen

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Una fiaba adottata dallo studio dentistico del dottor Jörg Küster di Quartu Sant’Elena (Cagliari)

La zia Maldidenti mi dava molti dolci, quando ero piccolo. I miei denti resistettero, e non si guastarono. Anche adesso, che sono diventato più grande, lei mi vizia con la dolcezza, dicendo che sono un poeta.
Spesso, quando cammino per le strade della città, mi sembra di camminare in una grande biblioteca. Le case sono gli scaffali dei libri, ogni piano è un ripiano di libri. Qui si trova la storia di tutti i giorni, là una vecchia buona commedia, poi opere di scienza e di ogni materia, qui un po’ di racconti e là un po’ di romanzi.
La zia Maldidenti viene come un raggio di sole, riempie l’anima e i pensieri; viene come un profumo di fiori, come una melodia che si conosce, ma che non si ricorda cosa sia. […]



Beowulf, storia di un eroe della notte. Una leggenda Sassone.

Scritto e messo in voce da Gaetano Marino

Parecchio tempo fa, in un lontano passato, tanto remoto che ancora sapeva di vera leggenda, dove gli eroi avevano un grande valore e rispetto, nelle terre del Nord, buie di luce e dominate dal freddo, un giovane guerriero, che si chiamava Beowulf, stava ascoltando, seduto accanto al fuoco, le parole dei grandi saggi, che narravano una storia di sangue appena giunta da un paese lontano. Si parlava del terribile Grendel. Il mostro, che era assai temuto e conosciuto in tutta la Danimarca per la sua ferocia. Un notte irruppe con una violenza mai vista nella sala reale del Grande Cervo del guerriero Rotghar, re di Danimarca. Grendel uccise parecchi guerrieri e massacrò uomini e donne, dilaniando i loro corpi; le pareti della sala reale furono imbrattate di sangue e brandelli di carne umana furono sparsi in ogni dove. Ma non finì lì. Grendel tornava ogni notte. […]

I tre desideri del taglialegna. Una fiaba di Charles Perrault

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un taglialegna di nome Crisponzio, che era stanco della vita — così almeno diceva — e aveva una grande voglia di andarsene all’altro mondo. Da quando era nato, a sentir lui, il cielo spietato non aveva mai voluto esaudire uno solo dei suoi desideri.
Un giorno, mentre si trovava nel bosco, e si lamentava sempre più della sua vita, gli comparve Zeus, con in mano un fulmine. Figurarsi la paura del povero tagialegna!

  • Oh Zeus, dio onnipotente, io non voglio niente, niente! – Gridò il taglialegna spaventato, gettandosi a terra. – Nulla desidero, per carità, non colpirmi con i tuoi fulmini, non incenerirmi, qui siamo tutti felici! […]

Il coccodrillo e l’icnèumone. Una favola di Leonardo da Vinci

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un coccodrillo, dopo aver ucciso un uomo che dormiva sotto una palma, versò molte lacrime. – Vedi – disse un icnèumone a suo figlio – il coccodrillo è un ipocrita, perché ora piange e fra poco divorerà la sua vittima. –
Infatti, dopo un po’, il coccodrillo si mise tranquillamente a mangiare la sua preda. Finito il pasto si addormentò sulla sponda del fiume, a bocca aperta, per consentire ad un uccellino suo amico, chiamato Trochilo, di entrar dentro a beccare gli avanzi rimastigli tra identi.
Stuzzicato piacevolmente dal diligente uccellino, il coccodrillo, nel sonno, apri ancora di più le sue poderose mascelle.
Allora l’icnèumone disse a suo figlio:

  • Ora stai bene attento. E così che si uccidono i traditori. –
    E, presa la rincorsa, si precipitò nella bocca del coccodrillo infilandosi alla svelta giù per la gola. Da quella passò nello stomaco, glielo sfondò con i denti aguzzi, quindi entrò nell’intestino facendo altrettanto.
    Il coccodrillo, svegliato di soprassalto, incominciò a rotolarsi per terra in preda al dolore, urlò sentendosi strappare le viscere, finché, dilaniato dall’icnèumone, restò a pancia all’aria, morto e stecchito.

Il bruco e la virtù. Una favola da Leonardo da Vinci.

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Eppure, stava lì, in attesa, fermo e ben saldo sul palmo di una foglia, il piccolo teneroso bruco. Il vermicello dai tanti e tanti piedini guardava con i suoi occhietti in ogni parte e in ogni dove, e girava intorno nei suoi pensieri. C’era chi sorrideva, chi salutava, chi cantava, chi saltellava, chi correva in ogni dove, e soprattutto c’era volava. Tutto era gioioso intorno, ogni cosa si muoveva e vibrava di vita felice. Solo lui, povero bruchino, non riusciva quasi più a muovere il suo corpo, non aveva mai avuto voce, né poteva muoversi veloce come gli altri, ma soprattutto, non sapeva cosa volesse dire volare. Ogni suo passaggio da una foglia all’altra gli pareva un lungo stanco e infinito viaggio. […]

Il paese senza punta. Di Gianni Rodari.

Messa in voce di Gaetano Marino

Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore.
Viaggia e viaggia, una volta capitò in un paese dove gli spigoli delle case erano rotondi, e i tetti non finivano a punta ma con una gobba dolcissima.
Lungo la strada correva una siepe di rose e a Giovannino venne lì per lì l’idea di infilarsene una all’occhiello. […]

Supplica a mia madre. Una poesia di Pier Paolo Pasolini

Messa in voce di Gaetano Marino
Drammaturgia musicale di Simon Balestrazzi

Supplica a mia madre.
Dalla raccolta “Poesia in forma di rosa” pubblicata nel 1964.

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

La madre. Dalle Memorie di Pier Paolo Pasolini

Drammaturgia musicale di Simon Balestrazzi
Messa in Voce di Gaetano Marino

Torno alle giornate più remote del nostro amore, una marea di muta gratitudine, e disperati baci.
Tutta la mia infanzia è sulle tue ginocchia, spaventata di perderti e perdutamente felice di averti.
Ho compiuto il viaggio che tu non hai compiuto, mia lodoletta, madre fanciulla.
Coraggio di dolce indiziato, invasato e imprudente e cieco amore.
Fui un altro al ritorno, con in volto la maschera della nostra dolcezza.
Una bellezza fonda d’ombre nella fronte pura, e nell’ onda giovane dei capelli, magra negli ossi del mento e degli zigomi, dura nella tenera curva della faccia.
Ah, odiosa mitezza adorabile in te ch’eri davvero bella.
Ricordo i pomeriggi di Bologna: al lavoro cantavi nella casa che non era che un’eco.
Poi tacevi, e volata nell’altra stanza (ah il bruno tuo passo di bambina…) riprendevi a cantare.
E il pomeriggio era silenzio e rapimento.
Tu sai quanto fui puro, quanto amavo una vita troppo bella per me, quanto ero deciso a difendere e amare.
Ma tu di me conosci gli abbandoni.
Nella storia del nostro amore c’è un’ ombra, il rapporto unico, la troppa confidenza che non s’esprime, resta parola, imputridisce.
La purezza perduta.
Il mondo è nell’ombra del tuo tiepido riso di madre giovinetta.
Tu, sola, davi la solitudine a chi, nella tua ombra, provava per il mondo, un troppo grande amore.

Percevaliana e d’altri versi. Poesie di Maurizio Virdis

Scritte e messe in voce da Maurizio Virdis
Dalla raccolta quo (quo) VERSUS (?)
Drammaturgia del suono a cura di Gaetano Marino
Potete acquistare il libro di poesie “quo (quo) VERSUS (?)” su Amazon: https://www.amazon.it/dp/B0CNZZGGX3

Titoli e testi di questa raccolta podcast

PERCEVALIANA

Per l’illusione matricida andò
via dalla foresta guasta e desolata,
e solo danni procurò,
oppure inopinati tornaconti.
L’economia del dire lo tradì
fra gesta e mirabilia alla ventura.

Apprese il dire nel dubbio d’un graal.
E lì l’amore.
Gettò i dadi per sfidar la sorte;
forse vinse.
Mais le hasard jamais il n’abolit:
la sua salvezza.
Prolungava l’illusione oltre ogni corte.
E il demone domò del mezzodì.
Lo frequentava una visione altera,
che diffrangeva riverberi di gemma,
sotto le lune metempiriche e audaci,
fatta dei fili stenti del dilemma.
E generò la madre. La inventò.
Così che procedeva oltre la sfera
di ciò in cui tutti si mostravano
incapaci.

***

ITERAZIONE DI UNA MORTE

E all’ultimo momento
la parola
sovviene non voluta
d’esserci ancora,
ma il tempo è al di sotto:
la cosa è andata
non quella è la forma:
sarà un’altra volta
per storno d’ormai.

***

CHE OCCASIONE

Capire
giovata la cosa
parola ri-succhiata
per dire:
credevo….
e poi le mani cercano
là dove sperato nel buio
di sottecchi
– ma diamine, che roba…! –
scrutarsi felici
inferiori al momento
occasione in ipostasi:
che roba….!

***

MYSTERIUM MORTIS *IN ARTICULO
(scilicet ars narrandi)

narrare sul filo un confine
che ultimo non è, ma trapassa
nell’ora abolita.

S’incarna lo spirito in verbis
sfigura l’azione:
nel conto
la pone ordinata,
l’ascrive oramai, ma scontata:
le reni gli sonda ed il cuore.

Congiungersi, nel tempo scemato
consunto, slabbrato potere
con ciò che voluto l’avrei
– dissidium animae
in littera nova /……/ desidia –
desidera ciò ch’è raggiunto
congiunto che gli ha la parola
col filo che fragile è pure
all’equilibrista che l’osa.

Ed ivi nel gioco compone la voce
rinata al silenzio
che l’ora riposa, che l’ora gli porge in parola.
Semantica dell’infinitesimo:
ventriloquo in cerca d’istanza
glossando l’intonso volume:
…forse di già nella fatal quiete……

***

CUPIO DISSOLVI

Gelido vorrei stare contemplando
il dissolversi vago del mio sguardo,
nell’ora trepida dell’oblio di sé
esaltante il giudizio che si elide
docile äll’imperio della grazia
evocata. Ne resta il dubbio torbido
l’anima lasciando interrogata,
languente muta nel turbato azzardo
acerbo che si sfuma nell’immagine
nuda dell’amore,
intatta alla ragione d’avalon.
Mare di nebbia invita ad annegarmi,
appellandomi al ghiaccio ove la morte
misura trae cardinale alla vita:
interseco al tuo sguardo irresponsabile
algidità d’un dono che non schivo.

***

ANIMA, L’ANIMA TI DARO’

Anima, l’anima ti darò se tu mi guardi
perché riposi in seno al tuo sorriso
il mio girovagare che s’avvolge
costretto come trottola impazzita.

Anima, s’ànima mia t’intregu si mi càstias,
ca in codhu de s’arrisu chi scarìngias
si ’nci potzat arrimmai s’andòngiu miu
trottoxèndusi tottu arròlia arròllia,
apretau che bardùfula ammachiada.

***

DEMI-SOMMEIL

Poi in dormiveglia, la notte:
ecco – d’ogni altra cosa ignaro –
tenevi tra le mani
impubere la gioia.
Lampo sommesso in cui il tempo s’abbaglia,
che palesandolo lo deduce e annulla.

***

N’ATTENDANT PAS GODOT: LA JOUISSANCE

Giacché aspettando godo
non m’è mestieri attendere Godot.
Sospeso immoto nel fluir mi resto:
che l’ora non m’accade, vi discàpita:
e disattesa in deroga rimane.
Esonerata.

Quindi vo il tempo a designificare
quel che non è spremendone:
ond’essermi io possa.

Proposito che a volte va a buon fine
che gaudio si distacca da concetto,
elusovi il percetto ed ogni prassi.
À contretemps.
Naïf.
Allo sproposito.

Che guardo ad occhi chiusi
un cielo azzurro
topico;
e il canto d’un fringuello vi si infigge.
Assoluto, totale. Incorruttibile.

***

TANTU GENTILI
Traduzione in lingua sarda da Vita Nova di Dante Alighieri

Tantu gentili e onesta è’ a s’avverai
sa donna mia cand’áteru saludat
ch’ogna lìngua tremendi torrat muda
e no s’atrivit s’ogu a dha castiai.

Si ’nci andat issa a s’intendi alabai
beninna ’estida d’umilesa in muda
e cosa benìa parit, chene duda,
de celu innoi miràculu a ammostai.

Chini aici dha mirat si ’ndi prexat
ca ’e is ogus giait in coru unu druciori
chi scî no podit chini no dhu proat,

e de is laus suus parit chi ’ndi moat
un’ispíritu léviu prenu ’e amori
chi andat narendi a s’ánima ‘susprexa!’.

***

SU SLACANADU
Traduzione in lingua sarda di “L’infinito” di Giacomo Leopardi

Stimau sempr’apu custa sedha aresti
e sa crisuri, chi de parti meda
de s’úrtimu fundali escluit s’oghiada.
Ma sétziu innoi mirendi, islacanadus
logus in palas d’issa, e mudïori
adhia ’e s’umanu, e asséliu isfundoriau
mi figur’ eu in su pensu; anca agiumai
sprama in coru est s’aùra. E daghi intendu
’entu frusiendi intra ’e is matas, deu cudhu
mudïori infinidu a custa boxi
seu cumparendi: e subbenit s’eternu
e is simanas mortas, e sa de oi
e bia e is sonus d’issa. Aici in tottu
custu immensu su pensu miu s’imbergit:
e a m’aciuvai m’est druci in custu mari.

***

EROS E DEDALO

E grido che mi fa gridar l’amore
lo strazio che nell’anima s’incarna
facendola tornare solo carne
quando il tuo corpo si libra all’assenza:
che di te cede più che tu non hai.
Ed urlo la vergogna oltre il ritegno,
apertis verbis senza esitazione:
e denudata taccio la beanza
dischiusa nel difetto che ti empie,
signora mia, che resti dimidiata
se non ti fingo docile padrona
di me cui se m’inchino tu ti pieghi
e ti spogli nel velo dell’abbaglio
che, irrispettosa con sublime arguzia,
tu scudo vitreo accordi all’artiglio:
che si condensa nell’esaltazione
mentre solo mi cresce l’intelletto,
e il senno che disegna il labirinto,
di te progetto vero oltre l’inganno,
che s’imbroglia fra trine che scagionano
la tua più spudorata convinzione.

***

DOMINE: NON SUM (L)IGNEUS

Quia non sum ligneus, uro cupidine.
Verum non igneus: ignosce, Domine.

Non se ne esce, parole inutili:
un bavardage.
Cercano nodi, magari snodi,
forse li trovano, inopinati li creano forse.
Che questo fuoco
d’intemperanza sol produce scorie
che ne risultano sol vacue storie.
Un guazzabuglio, quasi un cibreo
di vane immagini in cui mi beo:
significanti privi di testo.
Venirne a capo, filo d’Arianna,
componi tu. Prima ch’io sconti
solo con me la mia condanna.
Chi tiene il bandolo mi riconosca:
e mi richiami d’oltre la soglia
che già varcò vispa Teresa.
Accenda il fuoco ove ritrovi
l’altro da me, qual stigma ardente
pentecostale di me radice,
audace effato dell’ineffabile
che la grammatica contraddice.
Sed tantum dic verbo:
verbo ablativo d’ogni cascame,
che non accusa, né è pur causato:
quia tu es verbum, motòr dinamico
trasposto in carne,
qui verbo loqueris, qui verbo agis.
Quia verbo es.
Io son soltanto quello che c’è,
ein Mann, soltanto, ohne Eigenschaften:
Domine, non sum dignus:
parola per parola fammi te.
Come on, my Lord, and light my fire,
spèrdila tu ogni parola rea,
ch’io non è un altro, ma è quel che è.
Et sic sanabitur anima mea.

***

URBANITAS

Desolazione in strade:
orme d’avanzi recenti
di chi ancor vive:
Luce consunta a brandelli:
tace pure la perdita e l’oblio.
Bloccato il cielo.
Cemento a squadra,
cristalli a luccicare
di grate carcerate.
Cicalar non senti in alcun dove;
impercepiti gli affari nei bistrot.
Il ciel guardar non s’osa.
Amar neppure.

***

Presentazione
Cercare la parola; una parola. Acciuffarla. Per trovare, attraverso essa e in essa, una direzione verso cui volgersi. E le direzioni possono essere molteplici, la parola è erratica nei suoi percorsi, che mutano con il trascorrere del tempo e il volgere dell’esistenza, o il presentarsi delle occasioni, o l’erompere delle emozioni e delle pause meditative, o con l’umore perfino.
Nella ricerca di un dire che non consenta alla lingua d’esser padrona del (mio) dire; ma che, ex diverso, possa piegarla, la lingua, a un quid da invenire e da inverare. Un quid che peraltro soltanto (forse) la lingua può generare. Cortocircuito d’ogni darsi poetico: fra grazia e dannazione. Fra guerra, armistizio e negoziazione. Fra Scilla e Cariddi eludendo il rischio bifronte dell’apocrifo conforme e della coatta intransitività.
Gioco d’azzardo, già fu detto: negare la lingua per affermarla.

mVirdis

Janas. La fata di Adarre. Storie delle piccole fate di Sardegna.

Messa in voce di Gaetano Antonino Marino.
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La farfalla e il lume. Una favola di Leonardo da Vinci

Messa in voce di Gaetano Marino

Un parpaglione variopinto e vagabondo andava, una sera, discorrendo nel buio, quando vide in lontananza un lumicino. Subito drizzò le ali in quella direzione, e quando giunse vicino alla fiamma si mise a ruo-tarle agilmente intorno guardandola con grande meraviglia. Com’era bella!
Non contento di ammirarla, il parpaglione si mise in testa di fare con lei quello che faceva di solito coi fiori odorosi: si allontanò, si voltò, e puntando coraggiosamente il volo verso la fiamma le passò sopra sfiorandola.

L’aspide e l’Icneumone, una favola di Leonardo da Vinci

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

L’aspide è un serpentello pericolosissimo per il suo veleno mortale. Al morso dell’aspide non c’è altro rimedio che di tagliare subito le parti morsicate. Eppure, questo pestifero animale ha un tale desiderio di compagnia che si muove sempre insieme a qualcuno della sua specie, maschio o femmina che sia.

Cecina. Una fiaba di Luigi Capuana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un Re, che amava talmente tanto la caccia che e per essere più libero di andarvi tutti i giorni, non aveva voluto prender moglie. I ministri gli dicevano: – Maestà, il popolo desidera una Regina. E lui rispondeva: – Prenderò moglie l’anno venturo. Passava l’anno, e i ministri da capo: – Maestà, il popolo desidera una Regina.
E lui: – Prenderò moglie l’anno venturo. Ma quest’anno non arrivava mai. […]

Senza Orecchie. Una fiaba di Luigi Capuana

Adattament e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un Re che aveva una bella bimba.
La Regina era morta di parto, e il Re prese una balia che gli allattasse la piccina.
Un giorno che la bimba ebbe compiuto ter anni, la balia, insieme alla piccina, scese nel giardino reale. La bimba si divertiva e si rotolava sull’erba, all’ombra dei grandi alberi. Sull’ora di mezzogiorno la balia s’addormentò; ma quando si svegliò, non trovò più la Reginotta. Cerca, chiama per tutto il giardino; nulla! La bimba era scomparsa.
Come dirlo al Re?

Fata Fiore. Una fiaba di Luigi Capuana

Messa in voce di Gaetano Marino

C’erano una volta due sorelle che erano rimaste orfane sin dall’infanzia: la maggiore bella quanto il Sole, diritta come un fuso, con una grande chioma di capelli che parevano d’oro; la minore, invece, era così cosiì, né bella né brutta. Restava piccina, magrolina e… zoppina da un piede. Per la sorella maggiore e cattiva, non aveva nome: era semplicemente la zoppina. […]

Ranocchino. Una fiaba di Luigi Capuana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Si racconta che c’era una volta un povero diavolo, il quale aveva sette figliuoli che avevano fame. Il maggiore contava dieci anni, e l’ultimo appena due. Una sera il babbo se li fece venire tutti dinanzi. – Figliuoli – disse – son due giorni che non gustiamo neppure un gocciolo d’acqua, ed io, dalla disperazione, non so più dove trovar cibo. Sapete che ho pensato? Domani mi farò prestar l’asino dal nostro vicino, gli metterò in groppa le ceste e vi porterò in giro per vendervi. Se avete un po’ di fortuna, qualcuno vi comprerà. […]

La storia di Giasone e Medea, il vello d’oro – Mitologia

Messa in voce di Gaetano Marino

[…] Medea prepara per Giasone un unguento magico che lo proteggerà dal fuoco sputate dai due tori e gli dona un rubino fatato, capace di proteggerlo dai guerrieri della seconda prova. Nonostante Giasone abbia superato le prove, Eeta rifiuta di cedere il Vello d’Oro, allora Giasone, sempre aiutato da Medea, addormenta il drago, messo a guardia del Vello, se ne impadronisce e torna con la nave verso Iolco con Medea. […]

Perseo e il mostro Medusa. Mitologia

Messa in voce di Gaetano Marino

[…] Medusa era circondata da centinaia e centinaia di uomini che erano diventati statue di pietra per aver fissato lo sguardo su di lei. “Come faccio a ucciderla senza guardarla?” si chiedeva Perseo, preoccupato. Un raggio di sole si rifletté sullo scudo di Atena, e Perseo ebbe un’idea. Si mise lo scudo davanti al viso e volò all’indietro trasportato dai sandali alati. Riuscì cosi a guardare il mostro, riflesso nel metallo lucidissimo. […]

La carriola. Una novella di Luigi Pirandello

Messa in voce di Gaetano Antonino Marino.
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L’altro figlio. Una novella di Luigi Pirandello

Messa in voce di Gaetano Antonino Marino. Musiche di Simon Balestrazzi TAC.
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Le dodici principesse. Una fiaba dei fratelli Grimm

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un re che aveva dodici figlie. Ma la disgrazia, diciamo così, era quella di avere tutte le figlie belle, belle una più dell’altra. Dovrebbe essere invece una gioia e una grande fortuna aver dodici figlie belle, ma, ahimé, la sfortuna e la disgrazia per le fanciulle, fu che il re era geloso e possessivo. Le dodici principesse, proprio a causa delle gelosia del loro re padre, dormivano tutte in una stanza, e la sera, dopo le preghiere, e prima della nanna, la porta della stanza veniva chiusa dall’esterno con una passante di ferro robusto e un chiavistello d’acciaio. Proprio come se le fanciulle fossero rinchiuse una pigione. […]