Il tavolino prodigioso, l’asino d’oro e il bastone picchiatore. Una fiaba dei fratelli Grimm

Traduzione e messa in voce di Carla Orrù

Un tempo c’era un sarto, che aveva tre figli e un’unica capra. E poiché la capra li nutriva tutti con il suo latte, doveva avere buon foraggio ed essere condotta al pascolo ogni giorno. I figli lo facevano a turno.
Un giorno il maggiore la portò al cimitero, dove c’era l’erba più buona, e la lasciò pascolare e saltellare. La sera, quando fu ora di tornare a casa, le chiese: “Capra, sei sazia?”. La capra rispose: “Sono così sazia, che non potrei mangiare una foglia di più, meh! meh!” “Allora andiamo a casa”, disse il giovane; la afferrò con la corda, la condusse nella stalla e la legò.
“Ebbene”, disse il vecchio sarto, “la capra ha mangiato abbastanza?” – “Oh”, rispose il figlio, “ha mangiato talmente tanto da non voler più neanche una foglia”. Il padre volle sincerarsene di persona, andò nella stalla, accarezzò l’amata capretta e chiese: “Capra, sei dunque sazia?” La capra rispose:  “Di che cosa dovrei essere sazia? Ho solamente saltato sulle tombe e non ho trovato neanche una fogliolina, meh! meh!” […]

L’asino e le cicale. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Sentendo cantare le cicale, un asino, pieno d’invidia per quella voce melodiosa, chiese loro che cosa mangiassero per poter emettere tali suoni.

  • Rugiada, noi mangiamo e beviamo tanta rugiada. Risposero le cicale.
    L’asino volle anche lui provare a cibarsi di rugiada, ma aspettando che scendesse, morì di fame.

Ed ecco che anche coloro che hanno aspirazioni contro la propria indole, oltre a non realizzarle, vanno inesorabilmente incontro alle peggiori disgrazie.

L’asino che riteneva fortunato il cavallo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un uomo aveva un asino e un cavallo. Mentre camminavano insieme per strada, disse l’asino al cavallo:

  • Mi pesa troppo, non posso portare tutta questa roba! Prendine tu almeno un po’!
    Il cavallo non gli diede ascolto. Per la fatica l’asino cadde e morì.
    Quando il padrone ebbe caricato sul cavallo la soma dell’asino e in più la pelle, gemette allora il cavallo.
  • O che guaio, poveraccio me! Come sono disgraziato! Non ho voluto dare un piccolo aiuto all’asino e ora porto io tutto il carico e, per di più, la sua pelle!

Non bisogna invidiare quanti hanno il potere e sono ricchi, ma, considerando l’invida che li circonda e i pericoli e i rischi che corrono e sopportano, meglio essere contenti piuttosto della povertà.

L’aquila e lo scarafaggio. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un’aquila inseguiva una lepre per farne preda. La povera bestiolina non sapeva come e dove trovare scampo. Nella fuga vide per caso uno scarafaggio, e disperata, la lepre, chiese a lui, allo scarafaggio, scampo e aiuto. Lo scarafaggio la rassicurò e, appena l’aquila gli si avvicinò, la pregò tanto di risparmiare la povera lepre, che era una sua carissima amica, di non portarla via, insomma. Ma l’aquila, figuriamoci, quasi se la rideva, non curandosi della supplica dello scarafaggio, in un attimo agguantò con i suoi possenti artigli la lepre e se la mangiò, proprio lì davanti allo scarafaggio.
Fu un oltraggio che lo scarafaggio non dimenticò. Da allora inseguì l’aquila in ogni dove, in ogni luogo, con paziente costanza. Guardava dove essa facesse il nido e deponeva le uova. Così che ogni volta lo scarafaggio volava al nido quando l’aquila era in giro per cercar cibo, si posava accanto alle uova e con le zampe posteriori le faceva srotolare oltre i bordi del nido finché esse cadevano giù e si rompevano.
Accade dunque che l’aquila, non sapendo come mai le sue uova si spiaciccassero al suolo, un giorno si rivolse a Zeus e lo implorò di donarle un luogo sicuro, dove poter fare le sue covate. Zeus allora le permise di deporre le uova sul suo grembo. Ma lo scarafaggio non si scoraggiò, raccatto per il campo una ciambella di sterco di bue, bella grossa, bella grande e odorosa, la raccolse e insieme ad essa volò sopra il grembo di Zeus sopra cui la lasciò cadere.
Il dio, quando si accorse di quella palla di sterco di bue inorridì, i brividi gli percorsero la schiena, sgranò gli occhi… “Eh, ma che schifo!” Subito d’impulso, per liberarsi da quella cosa immonda e puzzolente, si alzò in piedi di scatto, e le uova caddero a terra e si ruppero.
Da quel tempo, si sa, o pare, che nella stagione in cui appaiono gli scarafaggi le aquile non facciano il nido.

Non si deve mai disprezzare nessuno, poiché non esiste chi sia tanto debole da non potersi un giorno vendicare con ferocia, se offeso o insultato.

La figlia dell’Orco. Una fiaba di Luigi Capuana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un Re che aveva due figli, uno buono e l’altro cattivo. Quello buono era il Reuccio, che alla morte del padre doveva essere Re.
La cosa non garbava al fratello cattivo, che pensò di disfarsi del fratello buono per diventare lui Re. Un giorno gli disse:
— Fratello caro, andiamo a caccia?
E andarono. Arrivati in mezzo a un bosco fitto fitto, lontani dalle persone del séguito, il fratello cattivo cavò fuori la spada e assalì il fratello buono. Il fratello cattivo credendo di aver ucciso il fratello buono, coprì il suo corpo insanguinato con erbacce e rami, e tornò indietro.
A palazzo, il Re domandò:
— E tuo fratello dov’è?
— Maestà, che disgrazia! Fu sbranato dalle bestie selvagge!
Il povero padre ne fece un gran pianto. Dal dolore si ammalò, e dopo pochi giorni morì. […]

L’aquila e il gufo. Una favola di Esopo.

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Come si sa l’aquila e il gufo sono entrambi uccelli rapaci che vanno in giro l’una di giorno e l’altro di notte per assalire le loro prede.
Un giorno un gufo e un’aquila, che avevano timore l’uno dell’altra, fecero un patto: il gufo non avrebbe mai assalito i figli dell’aquila, e l’aquila non avrebbe mai assalito i figli del gufo.
Giurarono solennemente. Poi il gufo chiese all’aquila:
-Tu conosci i miei figli?-
-Io? no!- rispose l’aquila.

  • Ma se non li sai riconoscere, qualora dovessero capitarti tra gli artigli te lei mangeresti di sicuro.
    -Se vuoi che non tocchi i tuoi figli- rispose l’aquila –dimmi come sono.
    E il gufo, e cominciò a parlare dei suoi figli dicendo che erano bellissimi, e che nessuno poteva superarli in bellezza e grazia:
    -Sono così belli- diceva -che se ti capitasse di incontrarli dirai “Ecco sono quelli” . Se terrai bene a mente la mia descrizione
    non potrai sbagliare.
    Non passò molto tempo che un giorno, mentre il gufo era fuori a cercare cibo per i suoi piccoli, arrivò l’aquila e vide in crepaccio degli uccellacci brutti, goffi e sgraziati.
    -Questi- pensò -non sono certo i figli del mio amico gufo. I suoi figli sono uccellini graziosi: questi invece sono i più brutti uccelli che io abbia mai visto. Quando il gufo tornò al suo nido i suoi piccoli non c’erano più: l’aquila se li era mangiati. Il gufo era disperato e ripeteva:
  • aquila mi hai tradito! Ti sei mangiata i miei figliuoli!!! Ti avevo creduto, avevamo fatto un giuramento!
    Ma qualcuno più saggio gli disse: -No, gufo, tu stesso sei la causa delle tue disgrazie. Hai raccontato i tuoi figli come gli uccellini più belli del mondo. Sarebbe stato meglio essere più obbiettivo e non esagerare nel lodare la loro bellezza.

Spesso la menzogna si ritorce contro colui che la dice.

La MammaDraga. Una fiaba di Luigi Capuana

*** dai 9 anni in su

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Sì dentro, perché intanto, come d’incanto malefico, Costantina era stata intrappolata dentro la villa, subito si sentì un frastuono di chiavistello che serrava la porta.
Quella stregaccia era una MammaDraga terribile, che si nutriva di bambini e bambine.
Costantina sentì il cuore impazzire dalla paura e gridò:
— Anellino, aiutami tu!
— Uh! Uh! Che buon odore!
La Mammadraga la fiutava tutta, ma non poteva toccarla per via dell’anellino. Tanto che dalla rabbia si mordeva le labbra, sputando qualche dente marcio.
— Che ci hai addosso? Fammi vedere. Perché nascondi le mani?
Costantina, tutta tremante, le mostrò le mani.
— Oh, che brutto anello! È di rame. Te ne darò uno d’oro.
— Questo mi piace e mi basta.
La Mammadraga le voltò le spalle e la lasciò sola.
Dentro quella villa s’apriva una spleonca che pareva una grotta immensa. Le pareti apparvero affumicate e un puzzo di carne bruciata inondava di marcio l’aria. Sulle seggiole stavano gatti neri che facevano le fusa, e per terra rospi untuosi che saltellavano; e sui massi sporgenti, gufi appollaiati con gli occhioni luccicanti, la testa che girava di continuo, e il becco insanguinato.

Il contadino e il diavoletto. Una fiaba dei fratelli Grimm

Adattamento di Gaetano Marino. Messa in voce di Edoardo Nonnis

C’era una volta un contadino tanto furbo di nome Crisponzio, tanto astuto che proprio, come suol dirsi, sapeva dove il diavolo tiene la propria coda. Di lui se ne raccontavano parecchie, chè non v’era nessuno che potesse stargli alla pari per scaltrezza. Ma la più bella fra tutte è la burla d’imbroglio che fece al diavolo. Sì, proprio al diavolo in persona. […]

L’aquila dalle ali mozzate e la volpe. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un’aquila fu catturata da un uomo, che le mozzò le ali e la mise tra il pollame di casa. L’aquila stava a capo chino e non mangiava per il dolore: sembrava un re in catene. Poi la comperò un altro, che le strappò le penne mozzate e con uno speciale unguento le fece ricrescere. Allora l’aquila prese il volo, catturò una lepre e la donò all’uomo che la guarì. Ma la volpe che la vide ammonì:

  • Stolta, i regali non devi farli a questo, ma al padrone di prima: questo è già buono per natura; l’altro invece è meglio che te lo faccia amico con qualche dono, perché se ti dovesse catturare di nuovo non ti mozzi le ali.

Bisogna sempre ricambiare generosamente a chi ci fa del bene, ma pure stare con giusta prudenza e sempre all’erta nei conforti dei malvagi

I tre piccoli uomini nella casa del bosco. Una fiaba dei fratelli Grimm

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

[…] La povera Beatrice obbedì. Indossò il vestito di carta e uscì col cestino. E fuori era tutto bianco, la neve era bianca, c’era neve, tanta neve.
Quando la fanciulla Beatrice giunse nel bosco, vide una piccola casetta verde, dalle cui finestrette sbirciavano tre ometti. Beatrice diede loro il buongiorno e bussò alla porta. Gli ometti gridarono: “Avanti!” e la fanciulla entrò.
C’era una stanza ben calda con un grande camino, dove ardeva un bel po’ di legna, e Beatrice, che era assai infreddolita, chiese il permesso di potersi sedere accanto al fuoco. Gli ometti acconsentirono e la fanciulla si sedette su una panca accanto al grande camino, scaldò la colazione se la mangiò con garbo. […]

L’apicultore. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino.

Accadde che mentre un apicoltore stava fuori di casa per far visita ai suoi familiari, un furfante entrò nella sua casa e rubò tutto il miele e i favi, insieme agli attrezzi.
Al suo ritorno, l’apicoltore scoprì le arnie saccheggiate e provò ad immaginare chi dei suoi conoscenti poteva aver commesso il furto. Nel mentre le api tornarono dalla pastura quotidiana, e trovando l’apicoltore ad ispezionare le loro case, lo assalirono e lo punsero in ogni parte, furono feroci più del solito e il dolore fu terribile.

  • Ah bene, siete proprio delle bestie ingrate. – Disse l’apicoltore. – Il ladro del vostro miele ve lo siete lasciato scappare, e me che sono il vostro amico, che vi proteggo e vi curo, m’assalite con i vostri pungiglioni e mi conciate in questo miserando modo!

Ci sono certi uomini che per mancanza di un qualsiasi impegno o una vera ragione, non si guardano dai nemici, mentre invece altri uomini respingono gli amici sinceri come se fossero loro i veri nemici

L’allodola, i suoi figli e il padrone del campo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Le allodole a primavera fanno il nido nei campi di grano, tra le spighe ancora verdi, ma in estate, ahimé, quando il grano è bello, alto e pronto alla raccolta, se ne vanno dai campi prima che il contadino arrivi per raccogliere e trebbiare il grano. Accadde però un tempo in cui un’allodola mamma, fece tardi il suo nido e le uova schiusero troppo avanti con la stagione. I pulcini nacquero che non ci fu tempo per allevarli. L’allodola mamma ancora presto avrebbe dovuto lasciare il suo nido e deporre le uova, così i piccoli nacquero soltanto a maggio. Non c’era molto
tempo per crescerli: presto sarebbero arrivati per mietere il grano e l’allodola madre sarebbe rimasta senza casa. La povera allodola viveva nel panico di vedersi arrivare da lontano il contadini sapendo bene che i suoi figli non sarebbero stati in grado di volare, erano troppo piccini
Ogni volta che l’allodola doveva lasciare il nido raccomandava ai suoi figliuoli:

  • State attenti! Quando viene il padrone del campo ascoltate bene le sue parole.
    Un giorno, tornando al nido, l’allodola trovò i suoi pulcini con gli occhi sgranati dallo spavento
  • Che è successo? figliuoli miei.
  • Mamma, abbiamo visto il contadino e i suoi amici.
  • O santo cielo, e che hanno fatto?
  • Nulla, ma abbiamo sentito che ha diceva ai suoi amici che oramai era tempo di tagliare il grano.
  • Niente paura bimbi miei- disse la saggia allodola -fino a quando aspetterà l’aiuto degli amici non c’è da temere.
    Il mattino seguente venne il padrone del campo con i figli, ma senza gli amici.
  • Se gli amici sono pigri- disse il contadino – chiameremo i parenti.
  • Non c’è d’aver paura, figliuoli – disse ancora mamma allodola
  • finché aspetterà l’aiuto dei parenti non dovremo temere.
    Così fu e il mattino seguente il contadino si trovò di nuovo solo con i suoi figli. Il padrone del campo intanto disse ai suoi figli:
  • Non aspetterò più nessuno. Domani porterò la falce e mieterò con le mie mani. Ho aspettato gli amici, e non sono venuti.
    Ho aspettato i parenti, ma anche questi non avevano nessuno voglia di aiutarmi. Sarei uno sciocco se rimandassi ancora, ho imparato che è meglio fare da sé, perché così si è sicuri di ottenere un risultato.
    E mamma allodola disse: – Ha deciso di fare da solo e ora dobbiamo aver paura. Dobbiamo andarcene.
    Così mamma allodola, che era stata saggia e conosceva bene gli uomini, lasciò il campo di grano portandosi dietro i piccoli che ancora non volavano, tutti si misero in salvo.

Chi fa per se fa per tre, e pure oltre.

Il Re Porcaro. Una fiaba di Guido Gozzano

Adattamento di Gaetano Marino – Messa in voce di Cristiana Cocco

Un Re aveva tre figliuole belle come il sole, e le amava più degli occhi suoi.
Avvenne poi che il Re, rimasto vedovo, riprese moglie, e come sempre accade, cominciò per le tre fanciulle una terribile esistenza. La matrigna era gelosa dell’affetto immenso che il Re portava alle figlie e per questo le odiava in segreto. In mille modi aveva cercato di farle cadere in disgrazia, ma, visto che le calunnie non servivano, anzi, servivano a farle amare di più, deliberò di consigliarsi con una fattucchiera, una maga strega insomma.
— Si può farle morire — rispose costei.
— Impossibile: il Re ammazzerebbe anche me.
— Si può sfregiarle per sempre.
— Impossibile: il Re m’ammazzerebbe comunque
— Si può fargli una fatatura stregata in qualche modo, se lo desiderate.
— Vorrei una fatatura che le facesse odiare il padre, e per sempre.
La strega meditò a lungo, poi disse:
— L’avrete, oh mia regina. Ma mi occorre che mi portiate un capello di ciascuna strappato con le vostre mani e tre setole di scrofa porcella, strappate con le vostre mani. […]

I sette corvi. Una fiaba dei fratelli Grimm

Adattamento di Gaetano Marino. Messa in voce di Edoardo Nonnis

Un uomo aveva sette figli maschi e neanche una bimba, per quanto la desiderasse. Finalmente la moglie si trovò a essere di nuovo incinta e diede alla luce una femmina. Tuttavia, anche se molto bella, ella era piccola e gracile e tanto debole che dovettero battezzarla subito. Il padre inviò di fretta uno dei ragazzi alla fonte a prendere l’acqua per il battesimo, ma anche gli altri sei corsero con lui. E siccome ciascuno voleva essere il primo a attingere l’acqua, la brocca cadde nella fonte. Allora se ne stettero là confusi, senza sapere cosa fare, e nessuno osava ritornare a casa. Nel frattempo il padre temeva che la bimba morisse senza battesimo, e non capiva perché‚ i ragazzi tardassero tanto. -Sicuramente- diss’egli -si saranno persi dietro a un qualche gioco!- e siccome continuavano a non venire, adirato, inveì dicendo: -Vorrei che diventassero tutti corvi!-. Aveva appena pronunciato queste parole che udì un frullio nell’aria, sopra il suo capo: alzò lo sguardo e vide sette corvi, neri come il carbone, alzarsi in volo e sparire. […]

L’airone, i pesci e il gambero. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un airone aveva dimora da parecchio tempo in uno stagno, finché divenne vecchio, e gli mancò la capacità di procurarsi qualche pesce e sfamarsi. Non gli rimase che trovare con la furbizia un nuovo metodo per trovare da mangiare. Fu così che si rivolse ai pesci dello stagno:

  • Pesci dello stagno, udite udite quale sventura cadrà su di voi tra qualche giorno: Gli uomini vogliono svuotare lo stagno dalle acque, vogliono prendervi tutti in un solo colpo.
    Tutti pesci vennero a galla con gli sguardi terrorizzati.
  • Ma state tranquilli, – proseguì l’airone – perché io so che al di là di quella collina, si trova uno stagno meraviglioso, e assai più grande di questo.
    I pesci si guardarono tra di loro, ma non sapevano che fare.
  • Io vi aiuterei, amici pesciolini, ma, come sapete io sono anziano e non risco più a volare come prima. I pesci allora, assaliti dalla disperazione, iniziarono a supplicare l’airone perché li portasse al di là della collina.
  • Disse l’airone: – D’accordo, farò uno sforzo per voi, e vi trasporterò; ma non tutti in una volta eh? Non potrei farcela. Se volete vi posso portare uno alla volta.
  • Porta me, no, porta me, prima le donne e i bambini!
  • Calma calma, ci sarà tempo e posto per tutti.
    L’anziano Airone iniziò a portarli, ad uno ad uno: Li trasportava al di là della collina, ma appena giunti i pesci non videro nessuno stagno, fecero in tempo solo a vedere il becco dell’airone, che li trafiggeva ad uno ad uno, per poi divorarli indisturbato.
  • Ora, abitava in quello stagno anche un vecchio gambero. Quando l’airone aveva iniziato il trasporto dei pesci, il gambero sentì che qualcosa non andava, doveva esserci qualche inganno. Tant’è che il gambero disse all’airone: – Ti prego airone generoso, ora puoi trasportare anche me?
    L’airone prese il gambero e lo portò oltre la collina. Appena furono giunti, l’airone volle lanciare il gambero al suolo, ma il gambero, che aveva intuito l’inganno osservando tutto intorno quel che restava dei pesci, agguantò con le sue chele il collo dell’airone e lo spezzò. Quando tornò allo stagno svelò ai pesci quel che vide e scoprì.

Tutti i potenti tiranni prima o poi son destinati a perdere il loro regno, e spesso ciò accade miserevolmente.

Il vecchio usuraio fra le spine. Una fiaba dei fratelli Grimm

Adattamento di Gaetano Marino – Messa in voce di Edoardo Nonnis

Un ricco contadino aveva un garzone, di nome Crisponzio, a lavoro da ben tre anni. Il garzone era sempre stato un buon lavoratore e fedele, nonostante il contadino non gli aveva ancora dato un solo mese di salario. Quel povero ragazzo finalmente si stancò faticare per per nulla e un bel giorno decise di recarsi dal padrone contadino e gli disse:
— Padrone, io vi ho servito bene per tutti questi anni e spero che prima o poi che mi darete quanto merito.
Il contadino che era uno furbo senza bontà, sapendo quanto fosse semplicione quel giovanotto, gli dette tre soldi.
— Tieni: – gli disse col tuono e col gesto di chi avesse messo fuori un sacco di monete d’oro – uno per anno. […]

L’abete e il rovo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

L’abete si vantava con il rovo:

  • Io sono alto, bello, slanciato, io sono forte e servo per costruire le travi dei tetti e le navi. Come osi misurarti con me?
    Ma il rovo replicò:
  • Se ti ricordassi della scure e della sega che ti fanno a pezzi, forse preferiresti essere un rovo, credi a me.

Nella vita la fama non deve inorgoglire, perché l’esistenza degli uomini comuni è al sicuro da ogni pericolo.

Piumadoro e Piombofino. Una fiaba di Guido Gozzano.

Adattamento di Gaetano Marino – Messa in voce di Cristiana Cocco

Piumadoro era orfana e viveva col nonno nella capanna del bosco. Il nonno era carbonaio e Piumadoro lo aiutava nel raccattar fascine di legna per far carbone. La bimba cresceva buona, amata dalle amiche e dalle vecchiette degli altri casolari, e bella, bella come una regina.
Un giorno di primavera vide sui garofani della sua finestra una farfalla candida e la chiuse tra le dita.
— Lasciami andare, lasciami andare, per pietà!
Piumadoro, aprì il palmo delle mani e la lasciò andare.
— Grazie, bella bambina; come ti chiami?
— Mi chiamo Piumadoro.
— Io mi chiamo Pieride del Biancospino. Vado a disporre i miei bruchi in terra lontana. Un giorno forse ti ricompenserò.
E la farfalla volò via. […]

Il topo sotto il granaio. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un topo viveva sotto un granaio. Nel pavimento del granaio c’era un forellino, e dal forellino scendeva, a chicchi, il grano. Il topo viveva beato, ma volle vantarsi del suo benessere. Rosicchiando allargò il buco e invitò gli altri topi a venire da lui.

  • Venite a trovarmi – disse. – Vi tratterò a dovere. Ci sarà cibo per tutti.
    Ma quando condusse lì i topi, si avvide che il buco non c’era più. Il contadino aveva notato quel grosso foro nel pavimento e lo aveva tappato.

Chi si assai oltre si loda, spesso inciampa e inesorabilmente s’imbroda.

Il topo e la rana. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un topo gironzolava solo per i campi, quando incontrò stravagante ranocchia. I due fecero presto amicizia.
” Senti, amico topo!” Gracidò la rana “che ne diresti se ce ne andassimo insieme a cercare di cibo? In due di sicuro avremmo più fortuna! Potremmo legarci con una catenella l’un l’altro così da essere sicuri di non perderci! ” Il topolino rimase un riflettere, e quindi squittì dicendo: ” Mi sembra una buona cosa, andiamo!” E andarono.
Legati insieme i due si diedero da fare per cercare il cibo, e difatti lo trovarono, e in abbondanza pure, perché due era meglio di uno! Quando, alla fine della giornata furono sazi, si incamminarono verso casa, sempre incatenati. Arrivarono allo stagno vicino alla tana della ranocchia e questa, per istinto, si tuffò nell’acqua trascinandosi dietro il povero topo che, non sapendo nuotare si mise a urlare e cominciò a dibattersi per non annegare. Ma ahimè, annegò.
Un nibbio, guardando dal cielo, vide il povero topo ormai privo di vita. Scese in picchiata sullo stagno e afferrò con gli artigli il corpo del topino al quale però era legata anche la ranocchia. Il nibbio ne fu assai felice perché quel giorno ci fu per lui doppio pasto. Topo e rana in un sol boccone. Oh, non sono mica cose che capitano tutti i giorni, eh.

Chi fa del male agli altri spesso da questa sua azione ne riceve lui stesso un danno.

Artù, storia e leggenda di un re – La spada nella roccia

Scritto e messo in voce da Gaetano Marino

[…] Tra i tanti personaggi della storia di re Artù non possiamo non cominciare con il citare Mago Merlino, un chiaroveggente.
Fu lui l’artefice della tavola rotonda, e non solo.
Ebbene, narra un’antica leggenda bretone, che in una notte cupa e silenziosa, nel mezzo di una fitta foresta, vivevano dei demonietti maligni che popolavano l’aria.
Uno di loro, forte e scaltro, conquistò e ammaliò una damigella di nobile stirpe, educata e devota.
Dal loro amore nacque un bimbo.
Ma, ahimè, il bimbo era pieno di peli, peloso, anzi, pelosissimo, quasi avesse una pelliccia di bestia, tanto che persino la madre ne ebbe spavento.
Eppure, nonostante l’orribile aspetto, lei era la madre, e dato che, come di solito si dice, ogni figlio di mammà è bello di mamma sua, ella amava come la luce dei suoi occhi quel figliuolo, al quale mise il nome di Merlino.
Ora, a quei tempi, avere un figlio di sconosciuto padre non era proprio un bene per una donna.
I motivi erano tanti, per esempio, come poter nutrire quel figlio, come vestirlo, quale educazione affidargli?
Ma il pericolo maggiore fu che esse, madri, venivano giudicate da un tribunale assai severo, dove spesso si rischiava la condanna a morte sul rogo.
Ebbene, nonostante la tenera età, Merlino stesso difese la madre, e lo fece con tanta capacità ed intelligenza che ella fu dichiarata innocente.
Dunque, il giovane Merlino riuscì a salvare la madre, e la sua educazione e il suo sostentamento vennero affidati a Biagio, un prete saggio, oltre che intimo confessore della madre di Merlino. […]

Il topo di città e il topo di campagna. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un topo di città che fu invitato a casa di un suo vecchio amico che viveva in campagna.
Appena giunto il topo di campagna gli organizzò un bel pranzetto.
Ma a quella vista il topo cittadino non rimase soddisfatto e invitò in città l’amico campagnolo a pranzo, e a veder di persona csa volesse dire vivere in città e le sue vere comodità.
Partirono e arrivarono nela notte.
Entrarono nella sala da pranzo e trovarono i resti di un banchetto.
Mangiarono a volontà arrosti, salumi, dolci prelibati e squisiti. Improvvisamente sentirono l’abbaiare dei cani del padrone della casa.
Il topo di campagna si spaventò ma l’amico d citta gli disse:
-Non temere amico mio, sono legati con due grosse catene.
Non ebbe nemmeno finito di dire che le porte della sala si aprirono e entrarono i due cani ringhiosi.
I due topini fecero appena in tempo a scappare, e per quella volta si salvarono, poi il tomo di campagna disse:
-Preferisco ceci e scorze di lardo stando sereno e tranquillo, piuttosto che dolci e prelibatezze e star sempre all’erta con quei due cani feroci!
E tutto felice e orgoglioso se ne tornò nella sua campagna.

La favola dimostra che vivere in povertà, ma tranquillamente, vale di più che passare l’esistenza tra le comodità, ma nella paura e nell’angoscia

Il taglialegna ed Ermes. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

A un taglialegna cadde la scure nel fiume presso cui stava lavorando. Non sapendo cosa fare, si sedette sulla sponda del fiume e pianse. Quando Ermes lo venne a sapere, si impietosì, si tuffò nel fiume e portò su una scure d’oro, chiedendogli se fosse quella che aveva perso. L’uomo rispose di no, ed Ermes, tuffatosi di nuovo, ne portò su una d’argento; poiché l’uomo dichiarava che non era la sua, Ermes si tuffò ancora e portò fuori la sua.
Allora il taglialegna disse che si trattava di quella che aveva perso, ed Ermes, soddisfatto della sua onestà, glie le diede tutte e tre.
Tornato tra gli amici, il boscaiolo racconto dell’accaduto, ma uno di essi pensò di poterne ricavare un uguale profitto.
L’altro boscaiolo andò al fiume, gettò nell’acqua la sua scure e pianse.
Anche a lui comparve Ermes e, chiestogli del motivo del suo pianto, si tuffò, portò su una scure d’oro e gli chiese se fosse la sua:

  • Sì, certo, è quella! rispose esultante.
    Il dio, indignato di tanta sfacciataggine, non solo si tenne la scure d’oro, ma non gli riportò nemmeno la sua.

Prima o poi il destino aiuta e favorisce le persone oneste, mentre è avverso con quelle disoneste.

Il riccio e la lepre. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

La lepre incontrò il riccio e gli disse:

  • Saresti bello, riccio, se non avessi quelle zampe storte che s’impigliano sempre l’una nell’altra.
    Il riccio s’infuriò e rispose:
  • Che cos’hai da ridere di me? Le mie zampe storte corrono più in fretta delle tue che sono diritte. Lascia solo che io prima passi da casa, e poi vedremo chi corre di più.
    Il riccio andò a casa e disse alla moglie:
  • Ho litigato con la lepre: vogliamo fare una gara di corsa!
  • Rispose la moglie del riccio:
  • Si vede proprio che sei impazzito! Come puoi fare una gara di corsa con la lepre? Lei ha le zampe svelte e tu le hai storte e pesanti.
  • Ribatté il riccio:
  • Se lei ha svelte le gambe, io ho svelto il cervello. Tu fa soltanto quello che ti dirò io. Andiamo nel campo. Ed ecco che giunsero nel campo arato dove attendeva la lepre. Disse il riccio alla moglie:
  • Nasconditi all’estremità di questo solco; io e la lepre partiremo dall’altra estremità; quando lei avrà preso a correre, io tornerò indietro e quando arriverà dove ci sei tu, salta fuori e dille: «E’ un pezzo che t’aspetto!» Lei non ti distinguerà da me e crederà che sia io.
    La moglie del riccio si nascose nel solco, e il riccio e la lepre iniziarono la corsa dall’altra estremità.
    Non appena la lepre si fu lanciata, il riccio tornò indietro e si nascose nel solco. La lepre arrivò al galoppo all’altra estremità: ma guarda un po’! la moglie del riccio si trovava già lì. Essa vide la lepre e disse:
  • E’ un po’ che sono qui ad aspettarti!
    La lepre non distinse la moglie del riccio dal marito e pensò: «Questo è un miracolo! Come ha fatto a passarmi davanti?»
  • Be, disse – facciamo un’altra corsa.
  • Facciamola!
  • La lepre tornò indietro e raggiunse velocemente l’altra estremità del solco e, guarda un po’… il riccio è già là e le dice:
  • Ehi, cara mia, arrivi solo adesso? E’ un pezzo che ti sto aspettando. «Questo è un miracolo! » pensa la lepre. « Ho corso svelta, eppure mi ha sorpassata!»
  • Be riproviamo ancora una volta. Vedrai che non mi sorpasserai più.
  • Riproviamo pure!
  • Si slanciò la lepre con quanto fiato avesse e… guarda un po’… il riccio è già là che aspetta.
  • E così la lepre galoppò da un’estremità all’altra del solco sino a che le
    mancarono le forze. Alla fine si arrese e disse che per l’innanzi non avrebbe mai più fatto scommesse. Nessuno, per quanto possa essere fisicamente perfetto, deve prendere in giro un’altra persona per i suoi difetti.

La favola ci dimostra che nessuno, per quanto possa essere fisicamente perfetto, deve prendere in giro un’altra persona per i suoi difetti.

Filottete, l’eroe arciere della guerra di Troia. Mitologia

Scritto e messo in voce da Gaetano Marino

[…] Filottete, consumato dalle sofferenze della ferita che lo tormentava da parecchi anni, viveva come un miserando solitario in una grotta dell’isola. Egli era inasprito dalla solitudine e dal dolore. Aveva perso ogni fiducia persino in se stesso, e privato di ogni sua identità. Filottete insomma, viveva come un animale selvaggio, vestiva di stracci in un luogo deserto, posto ai margini del mondo; nemmeno più l’uso della parola per anni e anni poté adoperare; da tanto non mangiava né pane né bevve vino. […]

Il pipistrello e le donnole. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un pipistrello cadde per disgrazia a terra e subito fu addentato da una donnola, ma mentre questa stava per uccidere il povero pipistrello, si sentì supplicare dallo stesso pipistrello, pregandola di non ucciderlo e di salvargli la vita.
La donnola disse che lei odiava tutti gli uccelli della terra e che quindi il pipistrello non poteva avere scampo. L’avrebbe ucciso.
Allora il pipistrello spiegò alla donnola che lui non era un uccello, ma un topo, e così ebbe salva la vita.
Tempo dopo il pipistrello cadde di nuovo a terra e un’altra donnola lo catturò. Alle sue suppliche rispose che odiava tutti i topi.
Allora il pipistrello spiegò che non era un topo ma un uccello, e anche questa volta ebbe salva la vita.

Non dovremmo persistere negli stessi atteggiamenti. Spesso conviene considerare e adeguarsi di volta in volta agli eventi, perché così solo potremo sfuggire e scampare dai pericoli.

Il piccolo corvo furfante. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

In quel bosco, tra i tanti animali, vi stava un piccolo corvo. Era esuberante e impaziente, e camminava in ogni sentiero, per ogni albero, tutto il giorno, frugando con gli occhietti vispi anche in quelle le cose non gli spettavano. Non si lasciava sfuggire l’occasione di fare la burla, con scherzi o dispetti, a chiunque. Quel giorno però, la sua birbonata lo spinse a compiere quello che non avrebbe mai dovuto fare.
Si intromise infatti in una casetta posta ai margini del bosco e svelto svelto arraffò un bel pezzo di carne sistemato sul davanzale della finestra aperta. Ma quello, per il piccolo corvo, non doveva essere il suo giorno fortunato. Infatti, la padrona di cucina lo scoprì proprio sul davanzale e prima che il piccolo corvo potesse spiccare il volo, ella gli sferrò sopra un poderoso colpo di scopa. Il piccolo corvo si ferì, e si ferì male, ma nonostante tutto riuscì a volar via. Spaventato e malconcio il piccolo corvo tornò al nido, volando piano piano, a causa del dolore che quella mazzata di scopa gli aveva procurato. Giunto al nido il piccolo corvo si accasciò sotto le ali della sua cara mammina. La mammina si disperò vedendo in che stato s’era ridotto il proprio figliuolo: la ferita ahimé, era profonda, e perdeva molto sangue. Pareva che la fine per il piccolo corvo fosse oramai vicina, e mamma corvo pianse e pianse, preoccupata. -Oh, mammina, mammina cara!” Disse il piccolo corvo – Spero davvero di poter guarire, aiutami, ti scongiuro “. La mamma corvo, piena di dolore al cuore e di spavento disse: “Povero mio corvetto, piccolo di mamma, ma come puoi sperare di guarire, se non ti sei nemmeno pentito di quel che hai fatto?” A quelle parole il piccolo corvo comprese il danno che aveva commesso, le sue conseguenze, e la sua colpa. Chinò il capo e prima di nascondersi sotto l’ala della madre corvo disse: – Ti prometto mammina cara che non lo farò mai più, mai più. Per fortuna la ferita si rimarginò e dopo qualche giorno il piccolo corvo tornò a volare. E ricordò bene la promessa fatta alla mamma corvo, così che da quel giorno non prese quel che non era suo. Da quel giorno capì cosa volesse dire la parola “rubare “.

Gli insegnamenti appresi sulla propria pelle sono quelli che difficilmente si possono scordare.

Il pescatore e il pesciolino. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un pesciolino distratto, andandosene in giro per il fiume, una mattina si trovò preso, prima ancora di accorgersene, all’amo di un pescatore. Cercò in tutti i modi di liberarsi, ma fu inutile: l’amo a cui aveva abboccato lo portava fuori dall’acqua. Il pescatore appena vide il pesciolino pensò: -Com’è piccolo, ma anche il poco però serve- e mise il pesciolino nella cesta. Il pesciolino intanto pensava a come salvarsi. Si rivolse al pescatore: -Oh mio buon pescatore, dimmi, che te ne fai di un pesciolino come me? Io sono così piccolo che non ti basto neppure per solleticare l’appetito. Non tenermi nella cesta. Lasciami andare. Non mi ci vorrà molto per crescere. Tu vieni sempre da queste parti a pescare e ci daremo un appuntamento. Perché ti prometto che quando sarò un bel pesce, grosso e gustoso tornerò ad abboccare al tuo amo. Allora si che sarò un bel boccone per te, e così potrai fare un bel pranzo! Insomma, buon pescatore, Ti giuro che se mi lasci andare tornerò. Il pescatore continuava a pescare cercando di prendere qualche altro pesce, e frattanto rispose al pesciolino: -Tu credi di essere furbo, caro il mio pesciolino. Ma io sono più furbo ti te e ti mangerò anche se sei piccolo e di scarso sapore. Non sono certo tanto stupido da pensare che se ti liberassi, domani ti lasceresti prendere all’amo ancora una volta. Meglio avere in mano un pesce piccolo oggi, ma sempre sicuro, anziché sperare di averne uno grosso domani. Io mi accontento del poco che riesco a prendere all’amo ogni giorno: quello che ho già nella cesta almeno è sicuro, e domani, chissà.

La favola dimostra che sarebbe grande incosciente colui, per la speranza di un bene più grande, lasciasse andare quello che ha già in suo possesso, seppure più piccolo, perché nessuno può sapere cosa riservi il destino.

Il pescatore che batteva l’acqua. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un pescatore pescava in un fiume.Dopo aver teso le reti dall’una all’altra riva, batteva l’acqua con una pietra legata a una corda, perché i pesci, fuggendo all’impazzata, andassero ad impigliarsi nella rete.
Vedendolo intento a questa operazione, un’abitante del luogo lo rimproverava perché insudiciava il fiume e non permetteva loro di bere un po’ d’acqua limpida.
Ma il pescatore rispose:

  • Ma se non intorbido così l’acqua, io non posso procurarmi il cibo di cui ho bisogno.

In ogni stato gli arruffapopoli prosperano soprattutto quando fanno precipitare il loro paese nella discordia e nel disordine

Il nibbio e il serpente. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un serpentello gironzolava tranquillo tra una pietra e l’altra. L’aria era tiepida e primaverile. Il piccolo serpente si muoveva lento tra i fiori di un praticello quando d’improvviso una ombra terribile avvolse il suo corpo. Il serpentello alzò subito la testa per scoprire da dove venisse quell’ombra e, ahimé, un feroce nibbio, rapace tra i più temuti, era lanciato con le ali tese, i poderosi artigli spianati e il mortale becco sguainato come una spada contro di lui! Il serpentello non fece in tempo a nascondersi sotto qualche masso, perché il nibbio rapace in un attimo gli fu sopra e lo afferrò stretto con il becco. Il serpentello fu portato per aria dal nibbio e intuì che oramai non aveva più speranza. Il rapace lo avrebbe portato al nido perché divenisse pasto per tutta la famiglia. “Non farmi del male, ti supplico, liberami, io sono un povero serpentello, sono ancora giovane, non è giusto che muoia alla mia età!” Supplicava il serpentello “Ma che ti ho fatto?” Il nibbio non volle ascoltare le implorazioni del piccolo serpente.
A quel punto il serpentello, rendendosi conto di no aver più alcuna speranza, si rigirò su se stesso, s’afferrò al collo del nibbio e con coraggio conficcò i suoi denti nel collo del nibbio. Il rapace, sentì il veleno penetrargli, e agire come un fulmine. Dovette così aprire il becco e il serpente cadde al suolo, sano e salvo. Il nibbio invece, già aveva la vista oscurata, senza più forze, smise di battere le ali e precipitò a terra, come un peso senza vita. Ma non morì. Il piccolo serpente gli si avvicinò e gli disse: “Ti sta bene, rapace cattivo! Io non avevo nessuna intenzione di morderti e darti il mio veleno. Sei stato tu a costringermi. E ora sentirai che dolore, non morirai certo, ma ricorderai per sempre!” Ci vollero due giorni perché il nibbio riprendesse le sue forse e tornasse al volo ma, una cosa fu certa: il rapace da allora in poi stette ben lontano dal desiderio di cacciare un serpente!

Chi si mostra arrogante e crudele prima o poi paga personalmente per le sue malvagità.

Il nibbio che voleva nitrire. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il nibbio, durante il primo periodo della sua esistenza, molti molti anni fa, aveva il dono della parola, certo, parlava, non era una voce bella, ma comunque pungente e aguzza. Esso, però, era sempre pieno d’invidia e grande gelosia per tutto e su tutto. Sapeva di essere imparentato con l’aquila, ma questo, invece di essere un vanto, non faceva altro che alimentare il suo livore: capiva di essere inferiore e si rodeva il fegato dalla rabbia. Come si dice da sempre? Parenti serpenti. Invidiava gli uccelli variopinti come il pappagallo e il pavone, apprezzati da tutti. Persino dell’usignolo aveva invidia e mostrava disprezzo, tanto che ogni volta che lo incontrava il nibbio pensava: “Sì, ha una bella vocina ma é troppo delicata e sdolcinatamente romantica! Roba da donnine! Io voglio una voce imponente che faccia paura!” Un bel giorno di fine estate, mentre il nibbio stava tranquillamente appollaiato sopra un ramo di quercia, giunse improvviso un cavallo. Il quadrupede sudava tanto per aver corso un bel po’, si riparò proprio all’ombra della quercia, e si sdraiò per un riposino. Ma il povero cavallo, non vedendo una spina di rovo, si punse forte, e dal dolore, nitrì così forte che persino le foglie dell’albero caddero al suolo. “Mh, però, mica male, eh?” disse il nibbio. Questa è la voce che mi vorrebbe!” Da quel giorno il nibbio iniziò a provare quella nuova voce. Provò e riprovò, per tutto il giorno e per un po’ di tempo, finché la voce gli divenne rauca e quasi sorda. Allorché il nibbio rinunciò e dovette tornare alla sua vecchia voce, esso notò che, ahimè, gli era sparita. Proprio così, il nibbio aveva, a furia di sforzarla perso la sua voce! Cosi dovette accontentarsi di un suono stridulo, che gracchiava in modo insignificante, e lo tenne per sempre!

Chi, pieno di invidia, cerca di imitare ciò che non è nella sua natura, perde anche quello che già per dote e natura possiede.

Achille, nascita e destino di un eroe leggendario. Mitologia

Scritto e messo in voce da Gaetano Marino

Achille fu un personaggio tra i più leggendari che la storia del mito ricordi.
Una figura antica, resa celebre soprattutto dall’Iliade, di Omero, di cui sappiamo che il motivo principale non è la guerra di Troia, bensì, l’ira di Achille. In breve, tutto accadde per un torto subito da Achille, ad opera del comandante generale dell’armata greca, Agamennone. Fu proprio quell’ira a causare una perdita considerevole di soldati Achei, Greci alleati e compagni di Achille stesso. Ma chi era Achille, l’eroe leggendario?

Il lupo sazio e la pecora. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Grande giorno passava per un lupo assai conosciuto in tutta la foresta; noto per la sua voracità, e d’una fame senza fondo. Mai alzò zampa, né sostenne lotte con le zanne taglienti per procurarsi ottime prede. Tutte trovate casualmente, prede, fortuna sfacciata, a terra, belle pronte da essere pappate. In verità, probabile erano state colpite da qualche cacciatore. Comunque fosse andata il lupo fortunello s’era di già saziato in un pranzo così ricco e sostanzioso, che nemmeno un re avrebbe potuto permettersi. Dopo aver abbondantemente mangiato, il lupo satollo, si inoltrò nella foresta per fare due passi, e per ben digerire il pasto abbondante. Fu allora che incontrò una dolce pecorella. La poveretta, ahimé fu terrorizzata alla vista del predatore. Che era notoriamente suo nemico. Il lupo, rapido d’istinto predatore, afferrò la preda con le zanne, tenendola stretta, stretta. Ma lo stomaco gli ricordò che era inutile, perché da quelle parti non ci stava più nemmeno un lupino. Era sazio, insomma, completamente sazio! Occorreva però trovare una buona scusa per riuscire a liberarsi della pecora. Una valida , soprattutto un alibi credibile per quella preda pecora ancora in vita di fronte a n lupo, e per non compromettere l’onore acquisito del lupo. “Ci sono” Disse il lupo. E si rivolse alla pecorella, tutta tremante“ Dunque, signorina pecorella, oggi voglio lasciarti andare solo se saprai espormi tre desideri, ma voglio che tu sia onesta e sincera. La pecorella sconcertata, dopo aver riflettuto un po’ rispose: “Bè, se proprio debbo essere sincera, caro lupo, anzitutto, avrei voluto non incontrarti. Seconda cosa, se proprio il destino mi ha assegnato questo spiacevolissimo incontro, pazienza, avrei voluto trovarti cieco, le orecchie strappate, col naso tagliato, e pestato a sangue da qualche leone. Ma visto che nessuno di questi desideri è stato esaudito, adesso vorrei che tu e tutta la tua razza mangiaste carogne, e avveleniate nella bile, e facciate una fine miseranda, perché tu lupo e tuoi familiari, siete l’incubo di noi pecorelle. Appena la pecorella ebbe pronunziate queste terribili parole, scese il silenzio. Il lupo rimase a guardare la pecorella, la pecorella fece altrettanto, si attendeva che qualche assalto da un momento all’atro il lupo lo avrebbe fatto. Ma, inspiegabilmente e inaspettatamente il lupo cattivo, invece di adirarsi, come logico sarebbe stato, dichiarò: “Bene, apprezzo la tua sincerità, o pecorella. Hai avuto molto coraggio a dirmi ciò che pensavi, e per questo ti lascerò libera!” E così dicendo il lupo liberò la pecorella e, con un cenno di saluto, la invitò ad allontanarsi, libera.

La sincerità è sempre apprezzata dalle persone intelligenti, che non si offendono di fronte a chi si mostra comunque onesto e leale.

L’amore del Ciclope Polifemo per la ninfa Galatea, figlia del mare. Mitologia

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Per un attimo Polifemo restò muto, incantato da quella altera e furibonda bellezza. Mai nessun essere umano aveva osato parlargli a quel modo. Mai nessun mortale si era rivolto a lui con tali minacce, senza restare morto o bastonato. Anche gli dei, conoscendo la sua suscettibilità, lo trattavano con miglior garbo, rispetto al resto, consapevoli della sua forza e della sua audacia! Eppure quella fanciulla, apparentemente così fragile e delicata, osava minacciarlo e deriderlo, osava disprezzarlo ed insultarlo, senza timore alcuno. Polifemo ne restò ancora più ammaliato. Messosi in ginocchio, davanti a lei, su quell’incantevole spiaggia, avvicinò la faccia alla bianca figura, candore di latte e […]

Il lupo e la vecchia. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un lupo affamato era in cerca di preda. Al limite di un villaggio udì, dentro una casa, un bimbo che piangeva e una vecchia che gli diceva: – Se non smetti di piangere ti darò al lupo. Il lupo non proseguì e aspettò che gli dessero il bambino. Calò la notte, lui continuava ad aspettare. Ed ecco che sentì la vecchia che diceva: – Non piangere, piccolino, non ti darò al lupo. Se il lupo viene, lo uccideremo. Il lupo, allora, pensò: «Si vede proprio che qui dicono una cosa e ne fanno un’altra» E se ne andò via dal villaggio.

La favola è per gli uomini che non mostrano coerenza tra le parole e le azioni.

Aiace, onore e destino di un grande eroe della guerra di Troia

Scritto e messo in voce da Gaetano Marino

Una spiaggia deserta. Arbusti tutt’intorno. Un uomo è solo, assorto, in piedi. Se ne sta sulla piana che separa la grande città di Troia dal mare. Quell’uomo si chiama Aiace, detto il grande eroe, re di Salamina. Egli ora è qui. Il frastuono delle armi e le grida della battaglia ora riposano per un po’. Egli contempla una spada lucente, la sua spada, affilatissima; conficcata al suolo, nel mezzo di un tumulo di sabbia. La punta è riversa in alto, come fosse predatrice, in attesa della sua vittima.
Quale vittima? Passano pochi minuti e le parole si affacciano sulla bocca di quell’uomo eroe. – Ecco, il mio boia. Saldo e ben piantato. L’ho messo a filo di piombo. Il mio carnefice fa corpo con la terra Troiana, il suolo di una guerra che dura da troppo tempo. L’ho affondato io. Ora dunque, mi mostri il suo affetto. E che sia morte rapida!

Il lupo e la capretta. Una fiaba di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Una capretta sventurata si era allontanata dal resto del gregge. Smarrì la strada e si mise a belare belare come una disperata, nella speranza che la mamma capra potesse ritrovarla. Ma non ci fu niente da fare. Quel suo belare forte, ahimé, attiro l’attenzione di un lupo, il quale lupo la stava seguendo per trasformar quella bestiolina di capra in uno stuzzichino. Ma la capretta coraggiosa si voltò verso il lupo e gli disse: – Caro lupo, io lo so che stai pensando di mangiarmi. – Io? – Che ti credi che non lo sappia? – Ah, lo sai, dunque. Beh, mi dispiace, avanti cosa vuoi che di te mangi per primo? – Aspetta signor lupo, se devo morire, ti prego, lasciami esprimere un ultimo desiderio. – Ma che dici? – Sì è sempre generosi con chi sta per essere divorato. – Avanti, capretto, sbrigati, quale desiderio? – Mi suoneresti il tamburello? – Il tamburello, vuoi che io suoni il tamburello, e perché? -Cosi potrò danzare almeno un pochino, prima che finisca nelle tue fauci e morire. – D’accordo, ma sbrighiamoci.
Mentre il lupo batteva sul tamburello e la capretta danzava, i cani che stavano lì d’intono sentirono quel fracasso e si avvicinarono. Appena videro il lupo subito si misero a rincorrerlo. Il lupo, scappò correndo a perdifiato, ma si voltò un momento per dire alla capretta: – Accidenti, a te. Ecco, ben fatto a me. Me lo merito, proprio! Ho voluto fare il musicista quando non sono altro che un misero macellaio!

E così, chissà quanti non tengono conto di quel che già possiedono, mentre agiscono senza considerare con attenzione inganni e circostanze; per poi perdere inevitabilmente quel che già stringevano tra le mani.

Il lupo e l’airone. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un lupo, dopo aver divorato un bel pollo, si ritrovò un ossicino che glie era rimasto incastrato tra i denti. Non c’era modo di levarlo. Andò dappertutto sperando di trovare qualcuno di buon cuore che riuscisse a levargli quel fastidiosissimo ossicino di pollo. Nel suo girovagare il lupo incontrò un airone, al quale chiese supplichevole di levargli fuori l’ossicino dai denti.
L’airone chiese al cosa il lupo gli avrebbe dato in cambio, e il lupo promise una generosissima ricompensa.
L’airone si avvicino, infilò il suo lungo becco tra i denti del lupo e con un rapido e preciso scatto tolse il fastidiosissimo ossicino.

  • Ecco qua, messer lupo, detto fatto! – disse l’airone. – Ora, di grazia, vorrei mantenessi la tua promessa!
    Ma il lupo rispose:
  • Amico gentil airone, se non sbaglio tu hai introdotto il becco nella mia bocca, tra le mie fauci, che sono quelle di un lupo.
  • Lo so, rispose l’airone.
  • Ah ecco lo sai. E dunque hai pure il coraggio di chiedere un premio? Amico gentil airone, sappi che dovresti essere contento di aver ancora il becco tutto intero!

Il maggior guadagno per un beneficio offerto e donato ai malvagi potenti consiste nel non avere in cambio un torto o un sopruso da parte loro

Il lupo e l’agnello. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un lupo vide un agnello che si abbeverava al fiume. Il lupo ebbe subito voglia di divorare l’agnello, e cercò un pretesto per attaccar lite. – Tu – gli disse – hai intorbidito l’acqua, e non mi lasci bere! – Rispose l’agnello: – Ah, lupo, com’è possibile che io ti intorbidi l’acqua? Vedi che sto più in basso di te e bevo soltanto a fior di labbra! Ribatté il lupo: – Ebbene, perché l’estate scorsa hai insultato mio padre? – Rispose l’agnello: – Ma io, lupo, l’estate scorsa non ero neppure nato! Allora il lupo s’arrabbiò e disse: – Vuoi sempre avere tu l’ultima parola. Allora ti dirò che sono digiuno e che perciò ti mangerò.

Una buona e valida difesa non ha alcun valore nei confronti di coloro che hanno già deliberato di farti del male

L’anatra bianca e la strega. Una fiaba dalla Russia.

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta uno Zar grande e potente, che sposò una bellissima principessa. Non c’era al mondo una coppia più felice di loro, ma la loro luna di miele fu ben presto interrotta, poiché lo Zar fu chiamato in una spedizione di guerra contro un paese nemico, ed essi furono costretti a separarsi. La giovane sposa pianse amare lacrime, e il marito cercò di consolarla e prepararla al distacco dandole dei consigli. Le raccomandò sopratutto di non allontanarsi mai dal castello, di non dare confidenza agli estranei, di guardarsi sempre dai cattivi consiglieri e specialmente dalle donne strane. […]

Il lupo e il pastore. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un lupo che non aveva avuto molta buona sorte nell’andare a caccia di agnellini e che non mandava giù nulla da tanti giorni, studiò una furba soluzione per sfamarsi. Si avvicinò lento lento ad un gregge mentre il pastore e il cane riposavano nel sonno. Rubò il pastrano, il cappello e il bastone del pastore, e si travestì così da sembrare proprio il pastore vero e poter condurre con se le pecore, per poi mangiarsele al tempo suo, e con il suo comodo.
-Bene, bene- disse il lupo – con questa furbata idea farò un colpo di cui parleranno per tantissimo tempo. Avrò da mangiare in abbondanza e non dovrò correre di qua e di là come ho fatto fino ad ora, sgobbando per niente.
Intanto osservava felice che il vero pastore e il cane continuavano a dormire intensamente e si immaginava già nella sua tana con la pancia soddisfatta.
Si avvicinò ancora di più al gregge e gli venne in mente che per assomigliare ancora di più al pastore doveva imitarne pure la voce. Ci provò, ma invece della voce del pastore gli uscì un ululato spaventoso, che svegliò insieme al gregge, pure il vero pastore e il cane fedele: gli era andata male! In un momento il pastore e il cane gli furono sopra, e gli diedero tante legnate da lasciarlo moribondi quasi. Con la coda tra le gambe, ferito e più affamato di prima il lupo se ne tornò alla tana:
-Volevo fare il furbastro, ma non m’è venuto bene. Sono nato lupo e credevo di poter essere pastore. Bisogna rassegnarsi ad essere quello che si è: sono un lupo ed è meglio che faccia il lupo.

A volte è meglio restare a volte con lo stomaco vuoto, affamato, piuttosto che prendere tante legnate.

Il leone, l’orso e la volpe. Una Favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Quella mattina un grande orso, era proprio allo stremo della fame. Si sperdeva con rabbia, e la lingua penzoloni per la foresta in cerca di qualcosa, qualsiasi cosa, da mettere nello stomaco.
All’improvviso scoprì, nascosto tra i rovi, un bel cesto pieno ricco di provviste, abbandonato sicuramente dai cacciatori. Come avesse visto l’impensabile e l’imprevedibile, con un sussulto violento di gioia si lanciò sul cesto ma, nello stesso istante un leone aveva avuto la stessa intenzione. Pure il leone non mangiava da giorni e giorni. I due si trovarono così faccia a faccia, la loro pelliccia divenne irsuta, e si fronteggiarono ringhiano pieni di rabbia.

  • Questo cesto è mio!” Sbraitò l’orso.
  • Tu menti, bestia, questo cesto appartiene a me!” Ruggì il leone.
    Qualche attimo, uno stormo di uccelli prese il volo, impauriti, e le due belve si slanciarono una contro l’altra, sfoderando artigli e zanne. Iniziarono una lotta senza esclusione di colpi, terribile a vedersi e a sentirsi.
  • Intanto, una volpe si trovava da quelle parti e passeggiava serena e tranquilla. Venne attratta dalle ringhiose urla dell’orso e del leone, e si accostò, tenendosi a buona e sicura distanza. Vide la volpe le due belve azzuffarsi, ma vide anche accanto a loro, dietro il rovo, il cesto ricco di cibo. Ebbe, la scaltra volpe, un’idea. Silenziosa e attenta, accostò al cesto mentre quei due se la davano di santa ragione. Lo agguantò, con calma e determinazione, e se ne andò a svuotare il cesto nel proprio pancino, serenamente, in un posto tranquillo.
    Quando, il leone e l’orso, sfiniti e sanguinanti per la lotta, si rendendosi di conto che nessuno l’avrebbe avuta vinta, decisero di spartirsi il cibo che stava nella cesta, ma ahimé, ebbero una triste sorpresa. Il cesto era sparito e accanto ad esso stavano, chiare e inconfondibili, le orme di una volpe!

Ma sì, è inutile lottare per qualcosa che potrebbe essa diventare preda d’altri, di solito assai più furbi e scaltri!

Ettore vs Achille, l’ultimo scontro. Libro XXII. Iliade di Omero. Mitologia

Traduzione di Patrizia Mureddu, messa in voce di Gaetano Marino

L’Iliade racconta di un evento reale, la guerra di Troia, che si concluderà con la distruzione della città per opera di una confederazione di popoli greci, forse l’ultima grande impresa prima della fine dei regni micenei, databile intorno al 1100 a.C. Sicuramente, in quegli anni non esistevano un alfabeto o dei materiali scrittori adeguati per registrare un testo poetico così lungo e complesso: per molto tempo, perciò, i fatti che diventeranno il nucleo del poema – tra i quali dovette avere un posto importante l’episodio cruciale dello scontro tra i ‘campioni’ dei due eserciti nemici, Achille ed Ettore – vennero raccontati e tramandati oralmente. Nel corso di questo processo di elaborazione, durato almeno tre secoli, si deve collocare l’attività di quel grande aedo di nome Omero che fu, secondo gli antichi, l’autore dei due grandi poemi.  Radici tanto oscure e remote nel tempo spiegano perché il mondo che essi raccontano (e lo stesso modo di raccontarlo) ci può apparire estraneo, misterioso, duro. Ma proprio in questa diversità risiede gran parte del fascino di queste opere straordinarie, che hanno finito per rappresentare il principio ed il fondamento di tutta la nostra storia letteraria.

Apollo e i suoi amori impossibili. Mitologia

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Apollo non era un dio senza cuore. Ma venne pure per lui il tempo d’amare. E fu un tempo parecchio difficile, perché alcuni suoi amori furono orchestrati dal dio Heros, il quale aveva parecchie vendette da consumare, proprio contro, Apollo. Heros, sappiamo, aveva il potere dell’amore, o meglio degli innamoramenti, e con le sue frecce stabiliva quali tremendi turbamenti il cuore degli dei e degli uomini dovesse subire. Ed era il turbamento dell’amore corrisposto o dell’amore negato. Chi s’intende d’amore sa quanto fosse un grande potere. Perché esso non mette in gioco la forza o l’astuzia o la prepotenza, ma, al contrario, oppone ad essi la forza dell’amore; che è una forza che non uccide, non ferisce come può un’arma, o un veleno. […]

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Il leone va alla guerra. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il leone, re della foresta, volle un giorno fare guerra e, come fanno di solito i re, fece proclamare un bando fra tutti gli animali suoi sudditi. – Gli animali – diceva il banditore – verranno da ogni parte della foresta per aiutare il loro re dei re, Sua maestà il leone, a fare la guerra. Dovranno venire tutti, nessuno escluso. – Vennero tutti, infatti, dai più grandi ai più piccoli animali. Tutti erano stati invitati perché il leone aveva detto che tutti avrebbero avuto un incarico in guerra E quando tutti gli animali furono riuniti davanti al re e ai consiglieri di stato, il leone cominciò ad assegnare ad ognuno il proprio compito. Disse all’elefante: -Tu hai una grande forza, dunque potrai combattere, e porterai anche l’artiglieria e ogni cosa serva ai tuoi camerati. Poi disse alla volpe: – Tu che sei il più scaltro e furbo, mi darai una mano aiuterai ad ingannare il fronte nemico. E tu – disse all’orso – che sei rapido e vigoroso, sarai utile quando assaliremo le trincee al fronte. Valicherai le difese nemiche e conquisterai le postazioni avversarie.-. Ad uno a uno il leone chiamò tutti gli animali e trovò per ciascuno di loro una missione per la guerra che oramai stava alle porte. Quando comparvero davanti al re gli asini e le lepri, i ministri e i generali gli dissero: – Questi sono animali inservibili alla nostra guerra. Gli asini sono tontoloni e le lepri codarde e impacciate, che cosa ne facciamo? Mandiamoli via. -. Ma il leone rispose ai suoi generali e ministri: – L’asino ha una voce più vigorosa della mia. Sarà un’ottima tromba per dare gli ordini ai soldati. La lepre è rapidissima e porterà i messaggi da un posto all’altro durante le battaglie.

Il leone che era saggio sapeva che nessuno era inutile e disse:
Impariamo che tutti sono validi se utilizzati in modo adeguato e sfruttando il loro talento.

Il leone, la lepre e il cervo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un leone stava per divorare una lepre che s’era addormentata ai margini di un campo, quando d’improvviso vide passare un cervo. Il leone allora abbandonò la lepre al suo sonnellino e si lanciò alla caccia del cervo. Un attimo dopo la lepre si risvegliò e, veloce come un baleno, scappò via lontano lontano. Intanto il leone, per quanto corresse dietro al cervo, non riuscì a prenderlo. Stanco, affaticato ed ormai esausto, il leone tornò a cercare la lepre. Ma quando fu ai margini del campo, scopri che la lepre non c’era più.

  • Che questo mi serva di lezione, per avere qualcosa di meglio, ho perso anche quello che avevo a portata di mano.

Il leone, il lupo e la volpe. Una Favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un vecchio leone se ne stava sdraiato in una grotta. Tutti gli animali venivano a visitare il loro re, e solo la volpe non si faceva viva. Il lupo si rallegrò dell’occasione per sparlare della volpe dinanzi al leone. – Quella – disse il lupo – non ti tiene in alcun conto. Non è venuta neppure una volta a visitare il suo re. Aveva appena pronunziato queste parole che arrivò la volpe. Udì ciò che il lupo aveva detto e pensò: «Aspetta, lupo, mi vendicherò di te!» Il leone ruggì contro la volpe, ma questa gli disse: – Non farmi punire, leone; permetti che ti dica una parola. Se non sono venuta finora, è perché me n’è mancato il tempo. E il tempo mi è mancato perché sono corsa da tutte le parti a chiedere a un medico e all’altro una medicina per te. Soltanto ora l’ho trovata ed ecco, sono corsa a portartela. Disse il leone: – E di quale medicina si tratta? – Ecco qual è: se tu scorticherai un lupo vivo e ti metterai addosso la sua pelle ancor calda. Non appena il leone si fu gettato sul lupo, la volpe si mise a ridere e disse: – Ecco, fratello: ai signori bisogna consigliare il bene e non il male.

Chi orchestra e trama infide gesta e tradimenti contro gli altri, non fa altro che rivolgere prima o poi contro se stesso la propria malvagità

Topolino. Una fiaba di Luigi Capuana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un Re, che non viveva più tranquillo, dal giorno in cui una vecchia indovina gli aveva detto: – Maestà, ascoltate bene: Topolino non vuol ricotta/vuol sposare la Reginotta/E se il Re non gliela dà/Topolino lo ammazzerà. Il Re consultò subito i suoi ministri; ed uno di loro disse: – Maestà, è mai possibile che un topolino voglia sposare la Reginotta? Io credo che quella donna si sia beffata di voi. Ma gli altri non furono dello stesso parere. – Per evitare la disgrazia, bisogna distruggere tutti i topi del regno, mentre la Reginotta si trova ancora in fasce. […]

Serpentina. Una fiaba di Luigi Capuana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un Re e una Regina. La Regina era incinta. Un giorno passò una di quelle zingare che van dicendo la buona ventura, e il Re la fece chiamare: – Dimmi zingara, che partorirà la Regina? – Maestà, la Regina partorirà un serpente. – Un serpente? E tutti si disperarono. – E non potrete ammazzarlo appena venuto al mondo, ma dovrete allevarlo.
Disse la zingara. La povera Regina pianse a non aver più lacrime. Chi avrebbe allattato una bestia così schifosa? La Regina sarebbe morta dal terrore! E poi, se le avesse morso il seno? – Maestà, non abbiate paura. Avrà un dente soltanto, un dente d’oro. […]

Le due Kumba. Una fiaba Africana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un uomo che aveva due mogli. Una era perfida e violenta e altra era dolce e gentile. Da ognuna delle mogli aveva avuto una figlia. Le due bimbe, che erano bellissime, erano nate nello stesso anno, e si chiamavano tutte e due Kumba, e avevano due caratteri molto diversi: una era una disubbidiente e pestifera, l’altra era buona e gentile.
Accadde un giorno che la moglie buona dell’uomo morì, e per questo, da allora, sua figlia fu chiamata Kumba-senza-madre, per distinguerla dalla figlia dell’altra moglie, che fu soprannominata Kumba-con-la-madre. […]

Il leone e l’asino. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un asino un po’ troppo pieno di se, si vantava con grande boria sempre con gli altri animali: e della propria forza, e del proprio ardimento e della propria robustezza. Un giorno ricevette una proposta dal re della foresta: il leone.
Il quale disse all’asino: “Sai amico asinello, ho pensato che, tutto sommato, noi due, potremmo esserci di vicendevole aiuto. Ecco, mi piacerebbe che tu mi dessi una mano, si fa per dire vero, nelle battute di caccia e per questo avrei deciso di formare una società con te, che ne pensi?” Onoratissimo, l’asinello rispose: “Amico leone, sono onorato e commosso della tua proposta, e accolgo volentieri la tua offerta!”
Così ebbe inizio il loro sodalizio.
Una mattina si avviarono verso una caverna, dove avevano scoperto rifugiarsi un grande numero di capre selvatiche. Il Re degli animali si fermò all’ingresso della grotta con il proposito di acciuffare le capre selvatiche una per una, appena sarebbero uscite dalla caverna. L’asino, invece, si gettò d’impulso nella grotta e cominciò a scagliarsi contro le capre, ragliando con furia per terrorizzare le capre selvatiche, finché combinò un trambusto di disordine e panico. Le capre, spaventatissime, si precipitarono, calpestandosi a vicenda, verso l’uscita della caverna, dove però, stava il leone in agguato che riuscì ad afferrare due o tre capre.
Poi l’asino uscì dalla caverna e, con aria trionfate esclamò:
“Hai visto, amico leone, come sono stato eccezionale? Anch’io come vedi sono un formidabile cacciatore. Sarai contento del tuo socio!”
“Ma sicuro, socio!” Rispose con un sogghigno il leone “Devo confessarti che anch’io avrei avuto un panico da brividi se ti avessi visto ragliare in quel modo. Ma meno male che ti conosco, e so che pur sempre un asino!”
Orgoglioso e pieno di se, l’asino rizzo il capo e se ne andò fuori dalla caverna a brucare un po’ nei campi, mentre il leone consumava il suo ricco pranzetto.

Chi vale poco, o niente, e si vanta assai, di solito viene deriso e ingannato malamente da chi invece lo conosce bene

Il coniglio Kalulu ruba il pasto dell’elefante Tembo. Una favola Africana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un giorno il coniglio Kalulu stava osservando i cuccioli dell’amica Soko, la scimmia madre. I suoi tenerei pargoletti giocavano tra gli alberi, e ognuno di loro teneva il proprio fratellino per il collo, come fosse un prigioniero, ma per farlo usava la propria coda, che era lunga, come si sa. Il coniglio Kalulu pensò che questo gioco poteva servire a tante cose. Ma bisognava saperlo fare, e lui, Kalulu era un coniglio e non aveva una coda lunga. Ebbe però un’idea. Avrebbe potuto intrecciare le liane della foresta con un nodo. E così fece. Nei giorni che seguirono tantissimi animali rimasero impigliati foresta, e riuscivano a scappare con molta molta fatica. Tutti pensavano che fosse capitato per caso, ma in realtà, noi lo sappiamo bene, era Kalulu che sperimentava la sua trappola intrecciando le liane. […]

Testa di Rospo. Una fiaba di Luigi Capuana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un Re e una Regina, che avevano appena avuto una figlia. Bella e forte come il sole. Insuperbita di questa figliolina così bella, spesso diceva: – Neppur le Fate potrebbero farne un’altra come questa. Ma una mattina, va per levarla dalla culla e la trova con qualcosa in testa. Sera trasformata con una testa di rospo. – Oh Dio, che orrore! Benché fosse figlia unica e le volesse un gran bene, quella testa di rospo le faceva proprio schifo, e non volle più allattarla. Il Re, angustiato, disse a un servitore: – Prendila e portala giù; mettila nella cucciolata della cagna, e se morirà sarà meglio per lei! Non morì. […]

Il leone e il topo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il leone quel giorno stava facendo il suo solito riposo pomeridiano. Un topo transitò velocissimo sulla sua pelliccia. Ma il leone si destò rapido e agguantò il topo. Dilatò leggermente la bocca per ingoiarlo, quando la bestiolina lo implorò:
Ti scongiuro amico leone, ti scongiuro, non mangiarmi, vedi quanto sono piccolo, e che vuoi che sia per il tuo pancione. Lasciami andare ti prego. Se non mi mangerai io potrò esserti utile un giorno, credimi.
Ah ah ah ah… tu, potresti essermi utile?
Beh, non si può mai dire, signor leone.
Il leone si fece ancora una bella risata e disse:
Mi sei simpatico topastro, oggi voglio essere buono e ti lascio libero.
Trascorsero giorni e qualche settimana. E avvenne che alcuni cacciatori metessero in trappola il leone. Lo legarono ben bene ad un albero e attesero la spedizione per portarlo via, destinato era ad un circo.
Nell’attesa il leone si disperò, ma non poteva fa nulla. Quel topo a cui aveva donato la libertà sentì da lontano il ruggito di dolore, di rabbia, disperato dell’amico leone, e subito si precipitò da lui. Con grande determinazione addentò le funi che tenevano prigioniero il leone e le rosicchiò, finché si spezzarono. Il leone non aveva parole per ringraziare l’amico topo. E proprio il topo gli disse:-

  • Ora fuggi, scappa, signor leone. Ti ricordi, amico leone? Tu avevi sorriso quando dissi che io avrei potuto un giorno esserti utile, ecco, vedi? quel giorno e giunto, e ora puoi vederlo bene anche tu, che anche da un topo può giungere del bene. Scappa, scappa!

Con il cambiare degli eventi e delle circostanze, anche i più potenti finiscono per aver bisogno dei più deboli

La vecchina. Una fiaba di Luigi Capuana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un Re molto giovane, che voleva prender moglie, ma voleva sposare la più bella ragazza del mondo.

  • E se non è di sangue reale? – gli domandarono i ministri.
  • Non me n’importa nulla.
  • Allora sappiate, Maestà, che la più bella ragazza del mondo è la figliuola di un ciabattino. Ma il popolo, che è maligno, potrebbe chiamarla: la regina Ciabatta… Maestà, non sta bene: rifletteteci.
    Il Re rispose:
  • La figliuola del ciabattino è la più bella ragazza del mondo? La figliuola del ciabattino sarà dunque mia sposa e Regina. […]

Il leone e il moscerino. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un moscerino s’avvicinò quatto quatto al naso di un leone. Il re degli animali socchiuse le palpebre degli occhi, vide l’insetto proprio davanti ai suoi occhi.
-Oh! Oh! Tu, insignificante moscerino! Come puoi avere il coraggio di starmi sul naso, e davanti agli occhi.
-Ma tu chi ti credi di essere?- rispose il moscerino.

  • Ma tu forse non sai chi sono io, vedo! disse il leone.
  • No che non lo so. Rispose il piccolo insetto.
  • Ah, non lo sai, dunque?
  • Ma che sei sordo, leoncino caro. t’ho detto che non lo so.
  • Io sono, o miserabile insignicante e maleducato moscerino, Io sono il re degli animali, sono il re leone, il possente sovrano. Mai sentito parlare? Guarda quanto sono grosso, forte, implacabile con i miei artigli e le mie zanne.
    Il leone mostrò le sue zampe, gli artigli e le poderose zanne, e infine ruggì.
  • Mamma mia che alito fetido che ti ritrovi, eh?
  • Che hai detto? Disse il leone rizzandosi sulle quattro zampe. Non vedi quanto io sono possente?
  • E tu, e tu che credi di farmi paura perché sei grosso e grande? O perché dici di essee il re di tutti gli animali. Ah Ah Ah!
  • Bada, citrullo moscerino, che se mi monta la rabbia…
    E che succede se ti monta la rabbia? Pucci pucci, mi fai la bua? Ahahahah… smonta smonta, caro belllo.
  • Ma tu guarda sto cosetto.
  • Senti leonaccio caro, mi sa che sto cosetto allora deve darti una belle lezione.
  • Ma lasciami perdere, va!
  • Bene, cosino cosino, non proprio prima di averti dato una bella lezione, ti lascerò perdere. Ti mostro io chi è il più forte tra noi due! Vediamo se mi acchiappi!
    Fu così che il temerario e improvvido insetto prese lo slancio e si lanciò in picchiata contro la fronte del leone, il quale provò ad acciuffarlo, ma inutilmente. Scagliava le zampe armate d’artigli poderosi sula fronte, nel tentativo di acciuffare il moscerino, ma l’insetto fu velocissimo nello scansare i colpi. Il leone sgraffiava e ruggiva, tirava gli artigli sulle proprie orecchie, il mento. L’unico guaio fu che colpiva solo se stesso, e colpiva forte con tutta la rabbia. Si rotolava su se stesso, infilzava come una furia gli artigli sulla propria pelle, la strappava dalla ferocia, sinché si ridusse ad una belva insanguinata, stanca, sfiancata, con la bava alla bocca e con gli occhi infiammati.
    Il moscerino intanto aveva già da un po’ abbandonato il collo del leone e si godeva lo spettacolo standosene seduto su di un ramoscello. Eh sì, il moscerino aveva vinto, senza nemmeno tanta fatica.
  • Povero leoncino, pensavi d’essere tu il più forte, e invece, guarda come ti sei ridotto. Disse il moscerino. – Sono io ormai il più forte. Ciao ciao. E il moscerino, tronfio e borioso volò via ad annunciare al mondo la sua vittoria.
    Ma fece poca via, ahimé, perché… Pataspakette, finì su una ragnatela, che esso non aveva visto in tempo; tanto era premuroso nel fare lo sbruffone. E finì nella trappola di un ragno.
    -Toh, guarda guarda chi è venuto a farci visita: un misero moscerino!- disse il ragno che stava tra i suoi fili.
    -Peccato, speravo di catturare un animale più grosso. Ma pazienza, bisogna essere umili, oggi questo c’è e questo ci mangiamo, meglio di nulla, domani si vedrà.
    E il ragno, in un solo boccone, divorò il moscerino

A volte si combatte con forza e ingegno contro i più forti e si vince; ma mai bisogna credersi forti per sempre, perché altre volte si diventa vittime di insignificanti avversari, e si perde con umiliazione.

La Reginotta. Una fiaba di Luigi Capuana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un Re e una Regina che avevano una figliuola più bella della luna e del sole. Un giorno, dopo il pranzo, il Re disse alla Regina: – Maestà, guardate qui, tra i capelli. Sento qualche cosa che mi morde. La Regina osservò, e spostando i capelli con le dita, e trovò un pidocchio. Stava per schiacciarlo… – No – disse il Re. – Proviamo ad allevarlo. E misero il pidocchio in uno scatolino piccino piccino. Gli davano da mangiare ogni giorno, e quello cresceva e ingrassava. Presto dovettero levarlo via da lì perché s’era fatto tanto grosso che non ci stava più. Il Re, curioso di vedere fin dove sarebbe arrivato, lo trattava bene, e insieme alla Regina, andava tutti i giorni a fargli visita. […]

Il leone e il cinghiale. Una favola di Esopo.

adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Era una giornata d’estate, calda e afosa. Un leone e un cinghiale si ritrovarono a dissetarsi nello stesso stagno.
All’immediato iniziarono a litigare su chi dovesse cedere il diritto al bere per primo, tanto se ne dissero che si sfidarono a duello.
La lotta fu feroce e ciascuno dei due riceveva nella propria carne zanne e unghiate reciproche.
Stanchissimi e sanguinanti per la fatica, decisero di fare una tergua per prendere fiato.
Mentre si riposavano, il leone e il cinghiale videro un grande avvoltoio che svolazzava sopra di loro, e se li gustava con gli occhi e li guardava con generosa attenzione. Aveva già nel proprio gusto il futuro banchetto che quei due, leone e cinghiale, avrebbero fornito al suo appetito, sì tanto che l’acquolina gli colava dal becco. Chissà quale dei due animali sarebbe morto per primo da divorare.
A questo punto il leone e il cinghiale si scambiarono uno sguardo e decisero di porre fine alla sanguinosa battaglia. È meglio che la finiamo qui, messer cinghiale, meglio restare amici. – Disse il leone. Eh sì, meglio così, messer leone, restiamo amici, che io non ho nessuna voglia di di finire nella pancia di quel mangiatradimento d’un avvoltoio.

Si deve sempre dare un taglio alla discordia e alla rivalità, che spesso conducono ad epiloghi assai pericolosi e dannosi per tutti.

La fontana della bellezza, Una fiaba di Luigi Capuana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un Re e una Regina, che avevano una figliuola. Bella? No, brutta! Anzi, Bruttissima, e non riuscivano a darsene pace. La tenevano rinchiusa, sola sola, in una camera appartata e, un giorno il Re, un giorno la Regina, le portavano da mangiare in una cesta e si sfogavano con il pianto. – Figliuola sventurata! Sei nata Regina, e non puoi godere della tua sorte!Diventata grande, a sedici anni, la reginotta disse al padre: Maestà, perché tenermi rinchiusa qui? Lasciatemi andare pel mondo. Il cuore mi dice che troverò la mia fortuna. Il Re in principio non voleva acconsentire: – Dove poteva andare la sua figliuola, così brutta, sola e inesperta? Era impossibile! […]

Il granchio e la volpe. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

IL GRANCHIO E LA VOLPE – ESOPO
Quel giorno un paffuto granchio, era proprio di ottimo umore. Se ne andava passeggiando allegramente per la spiaggia riscaldata dal sole alto, canticchiando la sua canzoncina preferita, imparata in una notte di luna piena. Egli si vantava spesso con gli altri abitanti del mare, della sua capacità di poter vivere tranquillamente sia dentro che fuori dall’acqua. E quelli, senza nascondere un pizzico d’invidia, lo osservavano camminare tranquillamente sulla terraferma. Ogni volta però, il buon granchio riportava ai suoi amici pesci un grazioso ricordino delle sue camminate sulla terra ferma. Ma quel mattino, proprio perché felice e di buon sorriso, il granchio non ne voleva proprio sapere di rientrare in acqua. Il sole splendeva, la giornata era chiara, e l’aria era tiepida e frizzante, e proseguì la sua passeggiata. Nello stesso giorno, una giovane volpe, che non aveva mangiato nulla per tutta la mattina, si aggirava affamata e nervosetta per la spiaggia, in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti, qualunque cosa.
Camminava molto arrabbiata, ce l’aveva con tutti e tutto. Il cielo era tanto limpido e sereno da attirare l’ammirazione anche dei più indifferenti. Per questo il granchietto continuò la sua lunga passeggiata.
Nello stesso giorno, una giovane che non aveva mangiato nulla per tutta la mattina, si aggirava affamata per la spiaggia in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Qualunque cosa. Camminava molto arrabbiata con se stessa per non essere riuscita ad acciuffare anche una piccolissima preda.
Poi d’improvviso, per caso, la volpe affamata, vide l’ignaro granchio paffuto, fermo, sulla sabbia, ad osservare il mare nell’incapacità dimostrata a procurarsi del cibo quando vide, quasi per caso, l’ignaro granchio fermo sulla sabbia a contemplare il paesaggio.
La volpe gli si avvicinò curiosa e con un balzo gli piombò proprio davanti. Il povero granchio si prese uno spavento quasi mortale, si riparò con le zampine al volto, e tentò di indietreggiare, e la volpe affamata, era decisa e pronta a mangiarselo pur sapendo bene nemmeno di che animale si trattasse, perché bisogna dire che la fame, la fame, non è che guarda in faccia nessuno, eh? Quando c’è fame c’è fame. Fortunatamente il granchio, dopo essersi ripreso dallo spavento, riuscì a respingere il suo nemico, sfoderandogli le sue terribili tenaglie e minacciandolo. Qualche pizzicotto doloroso arrivò sul muso, e la volpe “ahi ahi…” fuggì! E non si fece più vedere da quelle parti. Dopo la fuga della volpe, il granchio si tuffò in acqua e andò a raccontare la sua brutta avventura agli amici di sotto, spiegando quanto fosse più sicuro vivere lì, sì, nel mare!

Coloro che affrontano situazioni nuove senza averne l’esatta conoscenza finiscono sempre nei guai.

Il falco e il gallo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

IL FALCO E IL GALLO
Un maestoso falco fu preso in custodia e addomesticato dal suo padrone: Appena il padrone lo chiamava il falco volava dritto dritto, per andare a posarsi sulla mano del suo padrone.
Invece il gallo, quando il padrone gli si accostava, fuggiva spaventato. E fu così che il falco si rivolse al gallo: – Poveretti. Voi galli non sapete cosa sia la riconoscenza; Servi, siete nati servi e morirete servi. Non avete nessuna dignità. Solo quando sentite la fame vi accostate ai vostri padroni. Noi, invece, che siamo di razza selvatica, ben altra cosa siamo; Abbiamo così tanta forza, abbiamo gli artigli mortali, e siamo gli uccelli più rapidi di ogni altra specie. Eppure non fuggiamo gli uomini, nessuno di noi dimentica che il nostro padrone ci nutre e ci cura, perciò, quando ci chiamano, andiamo a posarci sulle loro mani. Noi simao nobile razza, non dimentichiamo e siamo riconoscenti.
Il gallo rispose al grande falco: – Eh, mio caro falco possente, sappiamo bene che voi non scappate dagli uomini, perché non ne avete bisogno, d’altronde nessuno ha mai visto un falco arrosto. Ma quando il padrone decide di farsi un bel pollo arrosto, e ne vediamo tutti i giorni, le cose stanno in modo meno piacevole, per noi, credimi.

A volte bisognerebbe trovarsi nella pelle degli altri per comprendere certe scelte e certe necessità!

Il piccolo corvo malato. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Tempo fa un cucciolo di corvo un po’ vivace, o meglio, troppo vivace e irrequieto, se ne andava a zonzo tutto il giorno curiosando in ogni luogo, e persino là dove non avrebbe dovuto ficcare il becco. Era un gran curiosone di ogni cosa, e non perdeva mai l’occasione di ridersela di tutti con scherzi e dispetti. Quel mattino però, la sua monelleria lo spinse a compiere un’azione che sarebbe stato meglio non fare. Si intrufolò infatti in una piccola casa situata al limitare del bosco e velocissimo rubò un bel pezzo di carne sistemato sul davanzale della finestra spalancata. Per sua sfortuna il contadino fece in tempo ad accorgersi del furto e, senza esitare, colpì il corvo con una pietra. Ecco fatto! Il ladro fu colpito in pieno. Quel pezzo di carne gli costò caro! Ferito e spaventato il corvetto se ne tornò al nido volando piano piano per il male, quasi le fragili ali non riuscivano a sorreggerlo, ma poi raggiunse il nido e si sdraiò sfinito tra le braccia della sua cara mamma. Questa, disperata per le condizioni del figliolo, scoppiò in lacrime sfogando la propria preoccupazione. “Oh, mammina!” Disse il cucciolo “Prega il Signore per me affinché guarisca la mia ferita”. E la mamma corvo, piena di tristezza rispose: “Povero piccolo mio, come puoi chiedere al Cielo un miracolo se non ti sei nemmeno pentito del male commesso?” Solo in quel momento il corvetto comprese la sua colpa e giurò a se stesso di non rubare mai più in vita sua. Fortunatamente la ferita riportata durante la scorribanda alla fattoria si rimarginò in fretta e il cucciolo riacquistò le forze. Quando fu completamente guarito poté tornare a svolazzare tra gli alberi ma, ricordandosi della promessa fatta, da quel giorno non toccò più ciò che non gli appartenesse. Aveva imparato a sue spese il significato della parola “furto – rubare“.

Gli insegnamenti appresi sulla propria pelle sono i più severi e non potranno mai essere dimenticati.

Il corvo e i suoi piccoli. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un corvo aveva fatto il nido su un’isola, e quando i piccoli vennero alla luce esso volle trasportarli a uno a uno dall’isola sulla terraferma. Ne prese uno tra gli artigli e volò con lui sopra il mare.
Quando il vecchio corvo si trovò in mezzo al mare, si sentì sfinito, e batteva le ali sempre più lentamente. Pensò: «Ora io sono forte e lui debole e perciò lo trasporto al di là del mare; ma quando lui sarà grande e robusto, e io mi troverò indebolito per la vecchiaia, si ricorderà delle mie fatiche e mi trasporterà così da un posto all’altro?»
E il vecchio corvo chiese al suo piccolo: Quando io sarò debole e tu sarai forte, mi porterai così? Dimmi la verità. Il piccolo corvo ebbe paura che il padre lo lasciasse cadere in mare e rispose: – Certo che ti porterò! Ma il vecchio padre non credette al figlio, aprì gli artigli e lo lasciò cadere. Il piccolo cadde come un batuffolo e affogò. Il vecchio corvo se ne tornò da solo, attraversando il mare, alla sua isola.
Prese un altro piccolo, e lo portò a volo al di sopra del mare. Di nuovo, allorché fu in mezzo al mare, si sentì sfinito e domandò al figliolo se, quando fosse vecchio, l’avrebbe portato così da un posto all’altro. Il piccolo ebbe paura che il padre lo lasciasse cadere e, come l’altro rispose: Certo che ti porterò. Neppure a questo figlio credette il padre, e lo lasciò cadere in mare. Allorché il vecchio corvo fu un’altra volta di ritorno al suo nido, non gli restava che un piccolo solo. Lo afferrò e con lui prese il volo sopra il mare. Allorché giunse a metà cammino e si sentì spossato, gli domandò: – Quando io sarò vecchio, mi darai da mangiare e mi trasporterai così da un luogo all’altro? Rispose il piccolo: – No, non lo farò. – E perché mai? gli chiese il padre. – Quando tu sarai vecchio e io sarò grande, avrò anch’io il mio nido e i miei piccoli, e dovrò nutrire e trasportare i figli miei. Pensò allora il vecchio corvo: «Questo ha detto la verità: perciò mi farò forza e lo trasporterò al di là del mare» E il vecchio corvo non lasciò cadere il suo piccolo, ma con le ultime forze che gli restavano riprese a battere le ali e lo portò sulla terraferma affinché anch’egli potesse costruire il suo nido e allevare i suoi figli.

Il contadino e l’aquila. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il contadino e l’aquila
Accadde un giorno che un contadino, mentre tornava dai campi, vide un’aquila che era rimasta intrappolata in una rete. L’uomo ebbe pietà di quella poveretta, che tentava in ogni modo di liberarsi inutilmente dalla rete. Anzi, più si dimenava e più la rete stringeva la sua morsa nelle sue maglie fitte, e più ancora l’aquila si feriva. Il contadino decise di darle una mano, di restituirle la libertà. Sfilò il suo coltello, che di solito usava per gli innesti delle piante da frutto, affilatissimo, e tagliò la rete.
L’aquila, appena sentì d’essere sciolta dalle maglie e dai lacci della rete, volò via, alta nel cielo, e il contadino fu molto felice e orgoglioso lieto di aver restituiti la libertà al grande volatile.
L’aquila non dimenticò quel gesto di bontà da parte del contadino.
Accadde così che un giorno, s’era di primo mattino, come era solito, il contadino portò a la sua mandria di mucche al pascolo.
Era appena cominciata l’estate, ma già faceva caldo. Il contadino, che era in piedi dall’alba, si accostò un momento ad un muricciolo a secco, per bere un sorso d’acqua.
Improvvisamente, in quell’istante, un’aquila si lanciò aprendo gli artigli, contro il contadino e gli rubò la cintura.
Il contadino disperato cercò di rincorrerla ma dopo pochi metri l’aquila lasciò cadere la cintura.
Stupefatto e incredulo per quel gesto, che non era naturale per un’aquila, che di solito una volta afferrata la preda mai e poi mai l’avrebbe abbandonata, e nulla poteva più salvarla. Si accorse invece, il contadino, che durante l’inseguimento dell’aquila il muro a secco, su cui stava seduto, era crollato trascinando con se ogni cosa.
Il contadino comprese allora che l’aquila gli aveva salvato la vita!
Chi fa del bene, prima o poi lo riceve.

Il congresso dei topi. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Nella cantina di una vecchia cucina regnava la disperazione. Da quando era arrivato un grosso gattaccio i topi non potevano più uscire dalle loro tane, né di giorno né di notte. Con il tempo la fame si faceva sempre più forte e mordeva i loro stomaci, e se qualche topo coraggioso tentava di raggiungere la dispensa delle proviste, era quasi certo che non sarebbe tornato indietro. Cadeva preda del gattaccio, il quale se ne stava sempre in agguato in ogni luogo della vecchia cucina. Insomma, così non si poteva andare avanti, bisognava far qualcosa, decidersi. I topi che erano rimasti vivi decisero di riunirsi a congresso per trovare il modo di combattere quel fetente d’un gattaccio. -Bisogna organizzare una trappola- dicevano alcuni. -Sarebbe meglio avvelenarlo – dicevano altri. Il guaio è che non riusciamo mai a sentire quando si avvicina- dissero ancora altri reduci.
-Ho trovato!- disse un topo anziano, che si sapeva fosse molto prudente e astuto. -Se noi riuscissimo ad attaccare un campanellino alla coda del gatto- continuò questi – non ci sarebbe più pericolo. Lo sentiremmo avvicinarsi e avremmo il tempo di scappare. -Ottima idea!- esclamarono tutti. E l’idea mise d’accordo tutta l’assemblea dei topi. Ma quando si trattò di andare ad eseguire l’opera del campanellino da agganciare alla coda del gatto, nessuno dei topi in assemblea ebbe il coraggio di farlo. La seduta fu tolta, l’assemblea chiuse e non se ne fece più nulla.

Spesso un’idea può esser vincente, ma senza il coraggio diventa perdente
perché tra dire e fare lo sanno tutti poi cosa ci sta nel mezzo.

Il cinghiale, la volpe e il cacciatore. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un cinghiale e un cavallo andavano a pascolare nello stesso posto.
Ma il cinghiale calpestava continuamente l’erba e intorbidiva l’acqua al cavallo, il quale, per vendicarsi, chiese aiuto al cacciatore. Questi gli rispose che non poteva far nulla per lui se non si fosse lasciato mettere il morso e le briglia e non lo avesse preso in groppa. Il cavallo acconsentì a tutte le sue richieste. Allora il cacciatore salì sul cavallo, uccise il cinghiale, ma poi condusse il cavallo nella stalla e lo legò alla mangiatoia.

Pertanto, parecchi uomini, spinti da rabbia e collera cieca, per vendicarsi dei nemici, e pensando di trovare soddisfazione, preferiscono sottomettersi ad altri.

La figlia del Re. Una fiaba di Luigi Capuana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un Re e una Regina, che avevano una figlia unica, e le volevano più bene che alla pupilla dei loro occhi. Un giorno il Re di Francia inviò un ambasciatore per chiederla in sposa. Il Re e la Regina, che non volevano staccarsi dalla figliuola, risposero: – Ci dispiace, ma la nostra figliuola è ancora bambina. Un anno dopo, fu il re di Spagna a chiedere la mano della loro figliuola. E il re e la Regina risposero allo stesso modo: – Ci dispiace, ma la nostra figliuola è ancora bambina. Purtroppo i due re, quello fi Francia e quello di Spagna si offesero al rifiuto e ci rimasero assai male. Si misero d’accordo e chiamarono un Mago: […]

Le tre principesse nere. Una fiaba dei fratelli Grimm

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Una volta una città in oriente era assediata dai nemici, che non volevano togliere l’assedio se prima non venivano dati loro seicento scudi.
Allora la città proclamò che colui che avesse potuto procurarli sarebbe diventato borgomastro. Ora c’era un povero pescatore, che pescava in riva al mare con suo figlio; giunsero i nemici, fecero prigioniero il figlio, e in cambio diedero al padre seicento scudi. Il padre andò a darli ai capi della città, i nemici si ritirarono e il pescatore divenne borgomastro.
Allora fu stabilito che chi non avesse detto -signor Borgomastro- sarebbe stato impiccato. […]

Una volta una città in oriente era assediata dai nemici, che non volevano togliere l'assedio se prima non venivano dati loro seicento scudi. 
Allora la città proclamò che colui che avesse potuto procurarli sarebbe diventato borgomastro. 
Ora c'era un povero pescatore, che pescava in riva al mare con suo figlio; giunsero i nemici, fecero prigioniero il figlio, e in cambio diedero al padre seicento scudi. Il padre andò a darli ai capi della città, i nemici si ritirarono e il pescatore divenne borgomastro. 
Allora fu stabilito che chi non avesse detto -signor Borgomastro- sarebbe stato impiccato.

Il cinghiale e la volpe. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il cinghiale e la volpe
Un cinghiale stava mettendo a filo di taglio le zanne, e s’adoperava contro la corteccia di un faggio. Passò di lì una volpe che restò a guardarlo. Il cinghiale incurante del nuovo spettatore, la volpe, continuò ad affilare le zanne con tanta forza e precisione da scuotere tutto, albero e cespugli intorno. Ma che fai, signor cinghiale, ti affili le zanne, – disse la volpe, – ma qui non c’è l’ombra di un solo predatore che possa cacciarti. Perché ti dai tanto da fare con quelle zanne? Carissima Volpe, se ci pensi benino, troverai la risposta, facile facile. – Replicò il cinghiale, – se qualcuno mi dovesse cacciare, predare, attaccare, non avrei certo il tempo per affilarmi le zanne. Ma se le avrò pronte, potrò farne buon uso. Previdenza è sempre la miglior difesa.

La favola ci insegna che dobbiamo prepararci prima che i pericoli ci sorprendano.

14. Le favole di Esopo. I figli litigiosi e altre storie. Favole

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Elenco delle favole di Esopo. Raccolta 14
I figli litigiosi
Il cerbiatto e il cervo
Il cervo e la vigna
Il cinghiale, il cavallo e il cacciatore
Il corvo e i suoi piccoli
Il corvo malato
Durata: 13 min

Il cigno, l’oca e il cuoco. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il cigno, l’oca e il cuoco
Nel grande giardino di un castello vivevano tantissimi uccelli. Uccelli di ogni razza. Alcuni erano liberi di volare dappertutto, da un albero all’altro e di cantare felici, altri erano uccelli domestici, che razzolavano sul terreno e attendevano il loro turno per finire in padella. Un cigno e un’oca bianca, che s’incontravano ogni giorno nelle acque di un laghetto del parco, fecero grande amicizia. Nuotavano spesso fianco a fianco, e da lontano parevano quasi fratelli, ma da vicino appariva subito che il cigno era di buona razza regale. Aveva forme più eleganti, mentre quelle dell’oca erano goffe e grassottelle. Il cigno era ritenuto da sempre un ospite nobile e distinto del giardino, mentre l’oca si sapeva destinata a finire in pentola non appena fosse arrivato qualche ospite al castello. La differenza fra i due si notava ancor di più quando aprivano il becco: il cigno aveva un canto armonioso, mentre l’oca non sapeva fare altro che starnazzare stonata e sgraziata. Nonostante tutto l’oca, stando sempre fianco a fianco al cigno, finì col credersi lei pure un nobile animale. E in segreto sperava che quando fosse venuta l’ora di finire in pentola, il cuoco si sbagliasse e tirasse il collo al cigno, anziché a lei. E questo perché erano amiche. E avvenne proprio che un giorno il cuoco, un po’ sbronzo, scambiò il cigno coll’oca e lo afferrò per il collo. Ma il cigno si lamentò con un canto tanto dolce che il cuoco, stupito, si accorse dell’errore ed esclamò: Oh, mamma mia, cosa stavo facendo! Non sia mai che io tagli la gola a chi sa servirsene così bene! E lo lasciò libero. L’oca invece finì in pentola, tra le patate e le verdure.

Il cervo e le sue corna. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

IL CERVO
Quel giorno un cervo si accostò al fiume per dissetarsi. Mentre ristorava la propria sete, scoprì la sua immagine riflessa. Il cervo iniziò a lodare le proprie corna, che erano ben fatte, solide, diramate e grandi; ma quando si osservò le zampe disse: – Oh mamma, come sono esili e brutte le mie zampe! D’improvviso, da dietro un cespuglio comparve un leone che si lanciò contro il povero cervo. Il cervo fuggì per la pianura, riuscendo a scampare dalla furia del leone, ma appena giunse nel bosco, le sue corna si imbrogliarono malamente tra i cespugli e non riuscì più né a muoversi né a sbrigliare il proprio corpo; ogni tentativo di liberarsi fu vano. Giunse il leone che lo afferrò forte con gli artigli possenti. Mentre sentiva prossima la fine il cervo si disse: – Sono stato uno stupido! Le mie zampe che credevo brutte e inutili son quelle che mi hanno fatto scappare, ed invece le corna, che credevo così belle e ben fatte mi hanno portato alla morte.

Il cervo e la vigna. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

IL CERVO E LA VIGNA
Un cervo si nascose ai cacciatori in mezzo a una vigna. Quando i cacciatori furono passati oltre, il cervo si mise a brucare le foglie della vite.
I cacciatori notarono che le foglie si muovevano e pensarono: «Che ci sia qualche bestia là in mezzo al fogliame?» Spararono e ferirono il cervo.
Allora il cervo disse, mentre stava per morire: Me lo merito, perché ho voluto mangiare proprio quelle foglie che mi avevano salvato.

A volte le certezze si trasformano in delusioni molto pericolose. Non bisogna mai sottovalutare il pericolo finché esso non sia realmente passato.

L’uovo nero. Una fiaba di Luigi Capuana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta una vecchia che campava di elemosina, e tutto quello che trovava, lo divideva esattamente con la sua gallina. Ogni giorno, all’alba, la gallina si metteva a schiamazzare, segno che aveva fatto l’uovo. La vecchia lo vendeva un soldo, e si comprava un soldo di pane. La crosta la sminuzzava per la gallina, e la mollica se la mangiava lei, poi ricominciava con il chiedere l’elemosina. Ma venne una mal’annata. Un giorno la vecchina tornò a casa senza nulla. – Ah, gallettina mia! Oggi resteremo a gozzo vuoto. Pazienza ci vuole! Mangeremo domani. […]

Il bambino prepotente. Una fiaba dei fratelli Grimm

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un bambino cattivo e prepotente. Non aveva il minimo rispetto né riguardo per chiunque gli stesse intorno. Il suo papà e la sua mamma avevano fatto tutto quello che abbisognasse per una buona educazione. Ma non ci fu niente da fare. Il bambino capriccioso non obbediva affatto. Il papà lo esortava al rispetto dei suoi compagni di scuola, come di chiunque fosse rispettoso ed educato con lui, ma egli rispondeva con delle smorfie e brutte, bruttissime, parole; che a dirle qui persino io ne proverei vergogna. Insomma, pareva fosse la sua natura, quello di essere un bambino cattivo e prepotente. […]

Cavolo BellaFoglia e la farfalla vanitosa. Da una fiaba di Apuleio

adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

[…] Su uno dei tantissimi fiori, nella notte trascorsa, aveva trovato riposo una farfalla. Una dolce e deliziosa farfalla avvolta dai petali del fiore gentile. Appena i raggi del sole illuminarono il giardino, la notte fuggì e si fece avanti il giorno; tutto si risvegliò. Il fiore gentile dischiuse i suoi petali, e la farfalla si destò, stiracchiando delicatamente il proprio corpicino. Poi rizzò le antennine, e distese le grandi ali al Sole; perché si asciugassero. Appena le ali furono pronte, belle e luminescenti, la farfalla rinfrescò il proprio faccino con un po’ di rugiada, che era rimasta sui petali del fiore gentile, ed infine, si asciugò lasciandosi baciare dai raggi del Sole. […]

L’albero che parla. Una fiaba di Luigi Capuana

adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

[…] Bisognava dunque ora procurarsi l’antidoto per l’incantesimo. E tornò indietro. Ma sbagliò strada. Quando s’accorse d’essersi smarrito e non trovava più la via del ritorno, pensò di salire in cima a un albero per passarvi la notte: era quasi notte e le belve feroci lo avrebbero assalito e divorato. Ed ecco, a mezzanotte, un rumore assordante per tutto il bosco. Era un Orco che tornava a casa coi suoi cento cani mastini, che gli latravano dietro. – Oh, ho, ho. Ma che cosa strana, io qua sento odore di carne umana! L’Orco si fermò ai piedi dell’albero, e cominciò ad annusare l’aria proprio come fanno le belve: Oh, ho, ho. Ma che cosa strana, io qua sento odore di carne umana! […]

Il cerbiatto e il cervo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il cerbiatto e il cervo
Un bellissimo cerbiatto viveva con la sua famiglia in una meravigliosa foresta, dove un ricco sottobosco offriva cibo in abbondanza.
Il cerbiatto era orgoglioso del proprio babbo e voleva tanto diventare grande e forte come lui. Aspettava con ansia che gli crescessero finalmente le lunghissime corna che tutti invidiavano al suo papà. Intanto il piccolo cerbiatto imparava la vita dal proprio genitore, imitandolo in ogni cosa.
Durante una bella mattina di primavera, mentre il grande cervo padre brucava tranquillo la prima erba dei cespugli, insieme all’inseparabile figliuolo cerbiatto, un possente ruggito squarciò il silenzio. Era un leone! Il cerbiatto spaventato e sconcertato osservò il suo babbo e, con enorme stupore scoprì che questi tremava come un fuscello al vento. Sì, il suo papà aveva paura! Come era possibile? Ma prima ancora che egli potesse chiedergli spiegazioni il cervo gridò al figlio: “Corri!” e si lanciò in una velocissima fuga. Il cucciolo obbediente, ma deluso e pieno di vergogna, con le lacrime per la vergogna e la delusione, seguì il padre nella fuga verso la foresta. Quando finalmente si fermarono il cervo si avvicinò al figlio e scorgendo il suo pianto gli parlò con voce dolce: “Piccolo mio, questa paura che tu disprezzi ci ha salvato la vita. Quel leone non avrebbe avuto pietà di noi e saremmo stati il pasto della sua giornata, se non fossimo fuggiti. A volte bisogna ingoiare il proprio orgoglio e sapersi arrendere di fronte a chi é più forte di noi.
Quelle parole consolarono il cerbiatto. Adesso ammirava ancora di più il suo babbo che, s’era mostrato saggio di fronte al pericolo, e che grazie alla sua saggezza aveva salvato il proprio figliulo. Nella vita serve più coraggio per rinunciare ad affrontare persone più forti e prepotenti piuttosto che accettare sfide inutili.

Il Trombotto e l’Upupa. Una fiaba dei fratelli Grimm

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

“Dove preferite pascolare la vostra mandria?,” chiese un tale ad un bovaro. “Qui, signore, dove l’erba non è né troppo grassa né troppo magra, altrimenti non fa bene.” – “Perché?,” chiese il signore. “Sentite quel grido roco che viene dal prato?,” rispose il pastore, “è il trombotto. Una volta era un pastore, così pure l’upupa. Voglio raccontarvi la loro storia.”[…]

Il genio del fiume. Una fiaba dall’Africa

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

[…] Poco prima del tramonto le tre ragazze arrivarono in vista del villaggio; si trovavano, in quel momento, sulla riva di un fiume ed ebbero l’idea di fare un bagno per togliersi di dosso la polvere della strada. Il fiume era abitato dal genio dell’acqua, il quale aveva potere lungo tutto il suo corso; ma Emme non lo sapeva e fu la prima a scendere verso la riva e a mettere i piedi nell’acqua fresca, mentre la sorellina era ancora indietro e la schiava la guardava. […]

L’elefante e la formica, una favola dall’Africa

adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’ era una volta un elefante assai vanitoso e pieno d’orgoglio.
Quando camminava per la giungla non si curava affatto di chi incontrasse sul suo cammino. Rompeva, spezzava e tirava giù alberi di ogni tipo. I suoi barriti facevano tremare tutti gli animali della jungla. Io sono grande, il più grande di tutti, il più forte, animali della giungla, guai a chi non mi rispetta! […]

Il cacciatore di serpenti e il pitone africano. Una favola dall’Africa

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta, in un villaggio vicino alla grande foresta, un uomo chiamato Mutisya. Questi si sposò con una donna chiamata Mariamu, e avevano due bambini. Mutisya per guadagnarsi da vivere faceva il cacciatore di serpenti nella grande foresta, e vendeva le loro pelli agli artigiani per fare scarpe e borse, in una piccola città non lontana dal villaggio. Purtroppo Mutisya non guadagnava abbastanza, e la famiglia viveva in povertà. Ogni mattina Mutisya usciva di casa per andare alla foresta, dove metteva le trappole per i serpenti. Vi erano giorni fortunati in cui riusciva a catturare e portare a casa numerose pelli di serpente, ma altri giorni, ed erano tanti, nei quali Mutisya tornava a casa con il sacco vuoto. […]

Com’è fatto il mondo. Un racconto dall’Africa

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una vota un uomo vecchio che aveva un figlio ancora giovane, intelligente e vivace come pochi altri. Il ragazzo aveva però un piccolo grande difetto: era terribilmente ingenuo, tanto che dava ascolto a chiunque. Un giorno, mentre il vecchio padre stava seduto davanti alla porta di casa, il ragazzo tornò dai campi, tirando l’asino per la cavezza. Suo padre lo guardò a lungo, pensieroso, e poi chiese: Figlio mio, ma tu lo sai com’è fatto il mondo? Il ragazzo lo guardò, ma rimase in silenzio.
Allora il padre ripeté: Su, dimmi figliolo, sai com’è fatto il mondo?
Il figlio, sconsolato, scosse la testa e disse: Spiegamelo tu, padre, perché io proprio non lo so. […]

Prova d’amore. Una fiaba dall’Africa

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un re che aveva una figlia ammirata da tutti per la sua bellezza e per la sua bontà. Molti venivano a offrirle gioielli, stoffe preziose, noci di kola, sperando d’averla come sposa. Ma la giovane non sapeva decidersi. A chi mi concederai? – chiese a suo padre. Non so – disse il padre – Lascio scegliere a te: sono sicuro che tu, giudiziosa come sei, farai la scelta migliore. Facciamo così – propose la giovane – Tu fai sapere che sono stata morsa da un serpente velenoso e sono morta. I membri della famiglia reale prenderanno il lutto. Suoneranno i tam-tam dei funerali e cominceranno le danze funebri. Vedremo cosa succederà. […]

Uomo di colore. Un racconto dall’Africa

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Dunque, io, che sono uomo nero, quando sono nato, ero nero. Tu, invece, che sei uomo bianco, quando sei nato, eri rosa, e a volte pure rosa pallido pallido. Trascorse il tempo, ed io, uomo nero, ora che sono cresciuto sono sempre nero. Tu, uomo bianco, ora che sei cresciuto sei bianco. Accade poi che io, uomo nero, quando prendo il sole, sono nero. Tu, uomo bianco, quando prendi il sole, sei rosso e poi ti fai viola […]

Il cane e le conchiglie. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il cane e le conchiglie
Un cane, a cui piacevano tanto le uova, d’improvviso vide un grande mucchio di arselle bianche di mare, ben posate dentro una cesta di paglia.
«Bene, con queste uova mi farò la pancia piena!
Sì, avete capito bene, il cane, poveraccio e ingordo, scambiò le arselle di mare per uova.
Spalancò la bocca e Gnam! ingurgitò intera l’arsella più grande.
Dopo un po’ il cane ingordo senti nello stomaco un gran peso. E un dolore fortissimo, che gli bloccava persino il respiro. Ohi, ohi, ohi… Mi sta bene, ma come ho potuto, come ho potuta, sciocco che sono, pensare che tutto ciò che abbia un guscio sia un uovo? O qualcosa del genere.

Il soldo bucato. Una fiaba di Luigi Capuana

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta una povera madre che era rimasta vedova con ancora un piccolo bambino al petto. La donna era ammalata, e con quel bimbo da allattare poteva lavorare poco. Faceva dei piccoli servigi alle vicine, e così lei e la sua creatura non morivano di fame.
Quel figliolino era bello come il sole; e la sua mamma, ogni mattina, dopo averlo rifasciato, lavato e pettinato, un po’ per buon augurio, un po’ per gioco, gli cantava:
Bimbo mio, tu sarai barone!
Bimbo mio, tu sarai duca!
Bimbo mio, tu sarai principe!
Bimbo mio, tu sarai Re!
E ogni volta che lei gli diceva: tu sarai Re, il bimbo rispondeva di sì con la testolina, come se avesse capito. […]

Il cane che voleva troppo. Una favola di Esopo

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Un giorno un uomo volle donare al suo cane un buon pezzo di arrosto di carne. Era il premio che quel cane meritava per la sua fedeltà .
Raggiante e felice il cane decise di cercare un posto tranquillo dove mangiarsi il suo arrosto. Cammina e cammina giunse alla riva di un bel fiume, dove ci stava un ponte. Il cane decise di attraversarlo e divorare il suo arrosto al di là del fiume. Quando fu nel mezzo del ponte, si specchiò per caso nelle acque calme e limpide che scorrevano di sotto.
Era a metà del tragitto quando vide, specchiandosi nelle calme acque che scorrevano di sotto, la propria immagine riflessa. Credette che laggiù vi fosse un cane con un pezzo di carne arrosto, più grosso del suo. Così il cane si lanciò in acqua deciso, non sia mai che quel cane fuggisse; ma, ahimé, il cane, quello vero, perse la sua carne, che fu trascinata via dalla corrente, e non ebbe neanche l’altro arrosto di carne. Perché? Perché non c’era più! Il fiume s’era portato via anche quella.

Il principe cattivo. Una fiaba di Christian Andersen

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

C’era una volta un principe cattivo e superbo, il cui unico pensiero era di vincere tutti i paesi del mondo e seminare lo spavento con il suo solo nome; avanzava col ferro e col fuoco; i suoi soldati uccidevano chiunque incontrassero nel loro cammino. Calpestavano il grano dei campi e incendiavano le case dei contadini, ogni cosa bruciava. Molte povere madri si nascondevano con i loro figli nudi al seno dietro le mura fumanti, i soldati le cercavano e quando le trovavano coi bambini, si scatenava la loro malvagità diabolica; gli spiriti cattivi non avrebbero potuto comportarsi peggio! […]

I figli litigiosi. Una favola di Esopo.

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

I FIGLI LITIGIOSI
I figli di un contadino non andavano d’accordo e litigavano per ogni cosa. Il contadino, per quanto continuasse ad ammonirli, non riusciva a correggerli. Pensò allora di ricorrere ad un esempio pratico, e disse loro di portargli un fascio di verghe. Unì le verghe in un fascio ben stretto, le consegnò ai figli e ordinò loro di spezzarle, ma per quanti sforzi facessero non ci riuscirono. Allora il contadino sciolse il fascio e diede ai figli le verghe una ad una, e siccome le rompevano senza alcuno sforzo, soggiunse: Così anche voi, figli miei, se sarete uniti, nessun nemico vi potrà sconfiggere, ma se litigherete, diventerete per una facile preda, e l’avranno vinta loro.